Cosa potrebbe succedere ai prezzi di benzina e diesel e alle bollette del gas dopo l'attacco in Iran (foto ANSA) - Blitz quotidiano
Sui mercati internazionali dell’energia è arrivato un vero e proprio choc. Gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, seguiti dalla risposta di Teheran con il lancio di missili, hanno provocato un’immediata reazione sui prezzi di petrolio e gas.
Il petrolio ha registrato un balzo improvviso tra l’8% e il 9% nelle prime ore di contrattazione. Il Wti, punto di riferimento per il mercato americano, e il Brent del Mare del Nord si sono avvicinati alla soglia degli 80 dollari al barile. Ancora più marcato l’aumento del gas naturale: ad Amsterdam, dove si scambia l’indice Ttf, le quotazioni sono salite del 25%, arrivando a 39,85 euro al megawattora, il livello più alto da febbraio 2025.
Questo aumento è legato soprattutto alla situazione nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il trasporto di petrolio e gas dal Golfo Persico verso il resto del mondo. Le tensioni militari hanno rallentato o fermato molte petroliere, creando timori di carenze nelle forniture.
Gli analisti avvertono che, se la chiusura dello Stretto di Hormuz dovesse continuare, il prezzo del petrolio potrebbe arrivare fino a 100 dollari al barile. Una previsione condivisa anche da grandi banche internazionali come Barclays.
Le conseguenze si stanno già vedendo sui carburanti. In Italia, i primi aumenti sono comparsi nei listini consigliati delle compagnie. Secondo Staffetta Quotidiana “è solo l’inizio”: gli attuali rincari non tengono ancora conto dell’ultima impennata del petrolio e “effetti sui prezzi alla pompa si vedranno a partire dai prossimi giorni”.
Il gasolio ha raggiunto il livello più alto da oltre un anno, precisamente dal 28 febbraio 2025. Il diesel self service è salito a 1,728 euro al litro, mentre quello servito ha toccato 1,865 euro al litro. Se la tensione internazionale non si ridurrà, i prezzi potrebbero aumentare ancora.
Dallo Stretto di Hormuz transitano ogni giorno oltre 20 milioni di barili di petrolio, circa un quinto del consumo mondiale. Inoltre, da lì passano tutte le esportazioni di gas naturale liquefatto (gnl) del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti, che rappresentano un altro quinto del mercato globale del gnl.
Centinaia di petroliere e navi metaniere sarebbero ferme in attesa di poter attraversare lo stretto. Se il blocco dovesse durare settimane, le scorte mondiali inizierebbero a diminuire, con ulteriori pressioni sui prezzi.
Quali effetti ci saranno sulle bollette europee? Simone Tagliapietra, senior fellow del think tank Bruegel, spiega: “L’Europa è certamente molto meno dipendente dal petrolio e dal gnl del Golfo rispetto a Cina, India, Giappone o Corea del Sud, ma non è immune. Sia quello del petrolio che quello del gnl sono mercati mondiali: un aumento dei prezzi, a seguito della chiusura di Hormuz, colpirebbe l’Europa indipendentemente dalle sue limitate importazioni fisiche”.
Il punto più delicato riguarda il gas liquefatto. “Se i flussi di gnl provenienti dal Qatar e da altri paesi del Golfo che transitano nello Stretto di Hormuz venissero ridotti, la disponibilità spot globale si ridurrebbe immediatamente. In questo scenario, l’Europa sarebbe costretta a competere direttamente con gli acquirenti asiatici per i carichi flessibili sul mercato spot, come già accaduto durante la crisi energetica del 2021-2023. Ciò farebbe aumentare i prezzi di riferimento”, scrive Tagliapietra.
La situazione è resa più delicata dal fatto che le scorte europee di gas sono più basse rispetto agli anni precedenti: 46 miliardi di metri cubi a fine febbraio 2026, contro i 60 del 2025 e i 77 del 2024. Un elemento che potrebbe rendere ancora più pesante l’impatto di questa nuova crisi energetica.