Economia

Cosa succede al Pil italiano in caso di un’escalation in Iran? Le previsioni poco rassicuranti di Moody’s

Leconomia italiana crescerebbe dello 0,4% nel 2026 nello scenario “centrale” di Moody’s, che ipotizza una navigazione “condizionata” nello stretto di Hormuz per gli importatori asiatici di energia. Si tratta della crescita più bassa fra tutti i Paesi del G20, salvo l’Arabia Saudita. Tuttavia, se lo scenario “ottimistico” di una “de-escalation” farebbe crescere il Pil dello 0,6%, l’Italia segnerebbe -0,3% nel caso di uno scenario “pessimistico” in cui “il fragile cessate il fuoco lascia il posto a una nuova escalation militare”. Lo si legge nel Global Macro Outlook di Moody’s pubblicato nei giorni scorsi, che per la Germania nei tre scenari prevede rispettivamente +0,7%, +1,0% e -0,3%.

Una sede di Moody’s (foto Ansa) – Blitz Quotidiano

Quanto cresceranno l’area euro e gli Usa nei tre scenari ipotizzati da Moody’s

La crescita dell’area euro è dello 0,9% nello scenario centrale, dell’1% in quello positivo e dello 0,4% nello scenario peggiore. “L’economia americana non è immune”, si legge nel rapporto dell’agenzia di rating che, rispetto alle stime di febbraio, taglia la crescita Usa di 0,4 punti percentuali a 1,9% e nello scenario pessimistico si ferma a 1,5% con un’inflazione al 3%.

“Le prospettive globali rimangono estremamente incerte in un contesto di scontro sempre più prolungato e di una tregua fragile tra gli Stati Uniti (Aa1 stabile) e l’Iran”, scrive Moody’s. “Negoziati interminabili, blocchi navali in corso e il rischio di un’escalation militare minacciano la tenuta dell’accordo. In questo scenario instabile, l’economia mondiale rischia un nuovo shock sui prezzi dell’energia e delle materie prime alimentari, soprattutto se i flussi di transito verso e dal Golfo rimangono limitati”.

“L’Europa – si legge ancora – si trova ad affrontare un nuovo rischio di stagflazione, che minaccia la ripresa industriale e rafforza l’orientamento verso una politica monetaria più restrittiva”. Gli Stati Uniti, nonostante l’autosufficienza energetica, “devono fare i conti con un’inflazione più elevata, insieme a costi crescenti per gli input produttivi e la finanza pubblica”.

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Lorenzo Briotti