(Foto Ansa)
Non è corretto affermare che l’innovazione tecnologica divori posti di lavoro. Il progresso non ha niente di automatico, tutto dipende da quale direzione gli diamo, se cioè favoriamo la distribuzione dei benefici derivanti da una maggiore produttività solo tra ristrette élite, o se invece li condividiamo anche con i lavoratori.
La notizia è di questi giorni. Il fondatore di Twitter, Jack Dorsey, ha annunciato che licenzierà il 40% dei dipendenti della sua nuova azienda, circa 4.000 su10.000 complessivi. Dorsey ha specificato che questa scelta è dettata soprattutto dalla consapevolezza che l’intelligenza artificiale produce strumenti che possono già sostituire i lavoratori.
Ma Jack Dorsey sembra non essere l’unico a credere in questa nuova via. Come si legge su www.itcbusinnes.it, “altri grandi tagli hanno riguardato Microsoft, Meta e Intel” e “ci sono stati annunci di grandi tagli in HP (che lascerà a casa fra le 4.000 e le 6.000 persone), in eBay (il 6% dell’attuale forza lavoro, mentre l’azienda ha appena chiuso un’acquisizione da 1,2 miliardi di dollari, la piattaforma di social commerce Depopo), in Amazon (16.000 licenziamenti per quello che è stato definito un upgrade dell’organizzazione), solo per citare i più recenti”.
Questa fase non è nuova, la storia del progresso ribolle di esempi simili, tuttavia la questione è molto più complessa di come ci viene raccontata. Daron Acemoglu e Simon Johnson, professori preso il Mit di Boston e vincitori del Premio Nobel per l’economia nel 2024, l’hanno scritto in un loro volume come funzionano queste dinamiche.
“Nel 1830, in Inghilterra, la settimana lavorativa era di 65 ore […] Per gli inglesi di epoca vittoriana, era sempre più evidente che l’industrializzazione aveva arricchito enormemente molti, ma che la maggioranza dei lavoratori conduceva una vita più breve, malsana e brutale di prima […] Le cose migliorarono molto per la maggioranza della popolazione quando il progresso tecnologico creò nuove opportunità per i lavoratori e diventò impossibile tenere bassi i salari. Questi esiti si concretizzarono dopo che iniziarono a formarsi, sui luoghi di lavoro e successivamente nell’arena politica, poteri compensativi che controbilanciavano il potere dei proprietari delle fabbriche e delle classi ricche […] Che le tecnologie arrechino danno ai lavoratori è sempre frutto di una scelta, non un inevitabile effetto collaterale del progresso. Se si vuole invertire questa tendenza, bisogna fare scelte differenti”.
Il libro qui citato si chiama “Progresso e potere” ed è forse tra i migliori nel riuscire ad approfondire il rapporto che si instaura tra le innovazioni tecnologiche e le dinamiche di potere. Su questo punto i due studiosi hanno le idee chiare: “In tutto il mondo la maggior parte delle persone vive meglio dei propri antenati grazie al fatto che cittadini e lavoratori nelle prime società industriali si sono organizzati, hanno contestato le scelte delle élite su tecnologia e condizioni di lavoro e hanno imposto meccanismi per condividere più equamente i guadagni derivanti dai progressi tecnici. Oggi dobbiamo rifare la stessa cosa”.
Il problema vero dunque non sono tanto gli avanzamenti del progresso ma come questi vengono governati e indirizzati. Certamente la natura propria di talune innovazioni ha un ruolo fondamentale, perché è evidente che su alcune professioni l’intelligenza artificiale, ad esempio, impatta in modo drammatico; tuttavia, il grosso dei destini individuali e collettivi si decide sulla capacità di anteporre poteri compensativi capaci di riequilibrare disparità e disuguaglianze.
“Una visione nuova e più inclusiva della tecnologia”, scrivono ancora Daron Acemoglu e Simon Johnson, “potrà emergere solo se cambierà la base del potere sociale. Affinché ciò avvenga sarà necessario, come nel XIX secolo, che emergano contro-argomentazioni e organizzazioni in grado di tener testa alla mentalità convenzionale. Contestare la visione prevalente e sottrarre la direzione della tecnologia al controllo di una élite ristretta, oggi, potrebbe essere ancora più difficile di quanto non fu nella Gran Bretagna e negli Stati Uniti del XIX secolo. Ma è essenziale come lo era allora”.
Resta quindi da domandarsi: i licenziamenti annunciati da Jack Dorsey prevedono politiche di riequilibrio a vantaggio dei 4.000 futuri disoccupati? E se le prevedono, quale peso avranno? E se invece non le prevedono, quali sono gli strumenti che interverranno per contestare questa decisione? E quali azioni proveranno a mettere in campo? Domande centrali, talvolta retoriche, con risposte sempre più difficili da trovare, perché inutile negarlo, di luddismo non ce n’è più traccia ma Marx gira ancora tra di noi.