Alessandra Burke
Una straordinaria genovese con il pallino per gli affari: Alessandra Burke! Non è facile riassumere il suo percorso di vita e di lavoro perché sembra che per lei il “cambiamento” sia la sua vera forza all’o.d.g. Nata a Genova, ma di fatto cittadina del mondo, Alessandra Burke ha fatto le scuole elementari in Italia poi ha proseguito le scuole in Svizzera e in Inghilterra. Diploma Europeo alla Scuola di traduttori e interpreti madrelingua italiano, inglese e tedesco quanto basta. Ha studiato anche presso l’ Inchibald Institute con tanto di tesi su Fabergé e poi ad un corso di Interior Design molti anni fa dove ha presentato persino un progetto di conversione di un magazzino industriale in centro commerciale.
Rientrata in Italia nel 1989, le sue esperienze lavorative sono state coronate da un sempre incredibile e crescente successo. Dal commercio di metalli con attenzione verso il rame e l’alluminio, passa poi nel 1991 ad occuparsi di compravendita di navi dove riesce ancora a distinguersi per bravura e professionalità come broker marittimo. Ciliegina sulla torta del suo percorso lavorativo a Genova, con una socia nel 2010 fonda la San Giorgio Shipping and Yachting Agency S.r.l. poi venduta nel 2021 alla Medov. A 60 anni inizia la sua nuova grande avventura a Dubai: con la “K2 Bunker Fuel Supply LLC, Dubai” dove come Amministratore Delegato si occupa di bunkering e fornitura di olii lubrificanti per navi. Naturalmente premiata anche da AIDDA Liguria come Donna Imprenditrice dell’Anno, per sapere qualcosa di più della sua vita e del suo lavoro le abbiamo chiesto:
Nel suo straordinario e così complesso percorso di vita e di lavoro, sembra che il “cambiamento” sia sempre stata a sua vera forza è vero?
Sì, lo confermo. Il cambiamento è sempre stato la mia forza più autentica. Non l’ho mai percepito come una frattura, ma come una dinamica vitale che mi ha accompagnata fin da bambina, mantenendomi curiosa, vigile e capace di leggere il mondo con occhi sempre nuovi. Avevo nove anni quando sono stata mandata in collegio in Svizzera, in un ambiente completamente internazionale, dove non parlavo ancora l’inglese in modo perfetto e dove ho dovuto imparare ad adattarmi da sola. Mi sono trovata a convivere con ragazzine provenienti da ogni parte del mondo, con culture, religioni e abitudini profondamente diverse dalle mie. È lì che ho capito che il cambiamento non è qualcosa da temere, ma un ponte: un ponte verso l’altro, verso ciò che non conosci, verso ciò che può arricchirti ed incuriosirti maggiormente. La mia curiosità è sempre stata viva, e quella curiosità mi ha permesso fin da bambina di guardare oltre la superficie, oltre le differenze, oltre quella che molti chiamano “barriera”. Crescere in un contesto così eterogeneo mi ha insegnato ad ascoltare, a osservare, a comprendere prima di giudicare. E, soprattutto, mi ha insegnato che adattarsi non significa rinunciare a sé stessi, ma espandersi. Ogni fase della mia vita — personale e professionale — ha portato con sé una trasformazione. Ogni trasformazione ha ampliato il mio orizzonte, rafforzato la mia identità e la mia persona…. affinando la mia capacità di affrontare l’ignoto sempre con infinita curiosità, con disciplina, coraggio e lucidità. In fondo, è proprio il cambiamento che mi ha tenuta viva: nella mente, e nella visione. È ciò che mi ha permesso di crescere, di evolvere e di restare fedele a me stessa, anche quando il percorso richiedeva scelte difficili o non convenzionali.
Con la sua esperienza in Italia, Svizzera, Inghilterra e ora…Dubai cosa ci può dire della “parità di genere”? A che punto siamo nei vari Paesi?
Ho sempre lavorato in un mondo prevalentemente maschile, ma non mi sono mai soffermata sulla questione della “parità di genere”. Non perché non fosse un tema rilevante, ma perché quella era la realtà che avevo davanti e quello era il contesto che dovevo affrontare. Ho scelto di concentrarmi sul mio lavoro, sulle mie competenze e sulla mia capacità di portare risultati, senza pormi troppe domande. Lavorare in un ambiente maschile richiede però un equilibrio complesso: da “moglie”, implica una grande comprensione, tolleranza e collaborazione da parte del proprio compagno; da “madre”, richiede un’organizzazione impeccabile, soprattutto quando i figli sono piccoli e le responsabilità si moltiplicano. Una volta superati questi due aspetti — la dimensione familiare e quella logistica — il resto diventa una questione di disciplina, determinazione e presenza. Quando ho iniziato nel settore marittimo, nel lontano 1991, dopo una breve esperienza nei metalli non ferrosi, le donne nel mio settore — a livello mondiale — si contavano sulle dita di una mano. Era un ambiente quasi esclusivamente maschile, eppure non mi sono mai lasciata intimidire: ciò che contava era lavorare bene, costruire fiducia, portare l’affare al cliente. Ed è sempre stato irrilevante che a farlo fosse una donna o un uomo. Il valore professionale non ha genere: ha competenza, affidabilità e visione. Anche a Dubai, pur essendo un Paese musulmano ma estremamente internazionale e aperto a culture diverse, non ho mai riscontrato questo problema. Al contrario, ho trovato un ambiente meritocratico, dove ciò che viene riconosciuto è la capacità di creare relazioni solide e di ottenere risultati. Oggi, nonostante la competizione sia più agguerrita e la tecnologia abbia trasformato profondamente il nostro settore, incontro sempre più donne in ruoli tradizionalmente maschili. E questo mi rende profondamente orgogliosa del genere al quale appartengo: vedere altre donne avanzare, affermarsi e contribuire con competenza e visione è una delle evoluzioni più positive del nostro tempo.
La pensavo una grande manager tutta business e carriera… e invece è riuscita anche ad avere una vera e “normale” famiglia! Qual è il suo segreto?
Si tende spesso a immaginare che le “grandi manager, tutte business e carriera” siano donne impenetrabili, quasi prive di un lato umano. Io non mi sono mai sentita tale. Dietro ogni ruolo di responsabilità c’è sempre una persona, con una famiglia, con fragilità, con equilibri delicati da proteggere ogni giorno. Tenere insieme una famiglia normale è un lavoro immenso: bisogna cercare di mantenere in armonia marito, figli, impegni, ritmi diversi, senza perdere di vista ciò che conta davvero. Nel mio piccolo ho sempre cercato di fare del mio meglio, dedicando alla mia famiglia tutto il tempo possibile quando era disponibile. Ho sempre creduto che non fosse la quantità del tempo a fare la differenza, ma la qualità con cui lo si vive. Non esiste un segreto, non esiste una ricetta ideale. Esiste solo la volontà di esserci, anche quando il lavoro ti porta lontano, anche quando la stanchezza pesa, anche quando la giornata è stata difficile. Le mie figlie sono cresciute vedendo una mamma — come tantissime altre — che ogni giorno usciva per andare al lavoro, proprio come loro andavano a scuola. Per loro è stato un esempio naturale: hanno imparato presto l’autonomia, la disciplina, la capacità di organizzarsi. Si sono sempre gestite i compiti da sole, senza rinunciare allo sport, ai giochi, alla loro infanzia. E questo, per me, è sempre stato un grande orgoglio. La vera complessità, per me, sono stati i numerosissimi viaggi all’estero per motivi di lavoro. È lì che entra in gioco la necessità vitale dell’organizzazione: un padre presente e stabile, nonni disponibili, una persona dedicata a loro. Finché la “macchina” funziona, tutto procede alla perfezione; i problemi nascono quando uno degli ingranaggi si inceppa e un aiuto viene a mancare. In quei momenti serve lucidità, serve forza, serve la capacità di riorganizzare tutto in poche ore. Eppure, nonostante le difficoltà, oggi posso dire con grande orgoglio di avere un rapporto straordinario con le mie ragazze, ormai adulte. Per loro sono sempre stata un esempio di determinazione e coraggio, soprattutto quando — alla “veneranda età” di sessant’anni — ho deciso di trasferirmi a Dubai per lavoro, con la curiosità di misurarmi in un settore maschile in un paese musulmano. Dopo quasi tre anni, ringrazio ogni giorno di aver fatto questa scelta: rimettermi in gioco mi ha tolto vent’anni dalla testa, mi ha restituito energia, vitalità, entusiasmo. E credo che anche questo, per le mie figlie, sia stato un messaggio importante: che non esiste un’età per ricominciare, che il coraggio non va mai in pensione, che la curiosità è una forma di giovinezza interiore. In fondo, essere madre e lavoratrice non è mai stato un conflitto: è stato un equilibrio da costruire, giorno dopo giorno, con amore, con disciplina e con una grande dose di umiltà ed umanità.
C’è ancora un suo sogno da realizzare in futuro o la sua vita si è fermata a Dubai?
Nella mia vita ci sono sempre stati moltissimi sogni da realizzare, forse perché sento ancora di avere tante montagne da scalare e mille desideri da inseguire. Non ho mai pensato che il mio percorso si fosse fermato a Dubai: oggi immagino un futuro che potrebbe muoversi tra Dubai, la Grecia e l’Italia… ma la verità è che nessuno può prevederlo. Ho sempre creduto che i treni passino per tutti, e che la vera abilità sia quella di tenere le antenne alzate e saperli riconoscere nel momento esatto in cui arrivano. Io, quei treni, ho sempre cercato di prenderli tutti. Chissà cosa porterà il futuro. Ma sono certa che la mia curiosità, la mia voglia di avventura, il desiderio di confrontarmi e di rimettermi in gioco, insieme al mio spirito di adattamento — e forse anche a una piccola, sana vena di follia — mi faranno salire su qualunque treno deciderà di fermarsi davanti a me. Per me, questa avventura a Dubai è stata molto più di un trasferimento: è stata una rinascita. Sono arrivata davvero con due valigie, senza conoscere nessuno, guidata solo dall’entusiasmo, dalla curiosità e da un grandissimo spirito di avventura. Non avevo certezze, non avevo appoggi, non avevo reti di sicurezza: avevo solo me stessa, la mia esperienza e la mia determinazione. Eppure, proprio questo salto nel vuoto mi ha restituito una vitalità che credevo perduta. Dubai mi ha dato la possibilità di reinventarmi, di scoprire nuove parti di me, di misurarmi con un mondo diverso e stimolante. È stata — ed è tuttora — una meravigliosa rinascita. Oggi, dopo quasi tre anni, ringrazio ogni giorno di aver avuto il coraggio di partire. Perché questa scelta mi ha tolto vent’anni dalla testa, mi ha riacceso la mente, mi ha dato nuove prospettive e nuove energie. Forse è proprio questo il segreto: non smettere mai di sognare, non smettere mai di muoversi, non smettere mai di credere che qualcosa di straordinario possa ancora accadere. Io continuo a crederlo, ogni giorno.
Siamo purtroppo in un mondo teatro di guerra e di violenze. Com’è la situazione politica e sociale oggi a Dubai?
Viviamo purtroppo in un mondo che è sempre più teatro di guerre, tensioni e violenze. Mai avrei immaginato, a sessant’anni, di trovarmi a Dubai sotto allarmi che invitavano la popolazione a mettersi al riparo dalle finestre durante l’intercettazione di missili o droni nemici. È un’esperienza che non avrei mai pensato di vivere, soprattutto in un Paese che mi ha sempre trasmesso sicurezza, ordine e stabilità. Eppure, nonostante tutto — e per quanto possa sembrare paradossale — non mi sono mai sentita realmente in pericolo di vita. Gli Emirati sono stati straordinari sotto ogni punto di vista: organizzazione impeccabile, comunicazione chiara, protezione costante. E la popolazione residente, nonostante la situazione complessa, non ha mai abbandonato il Paese. Abbiamo tutti cercato, per quanto possibile, di continuare a vivere la nostra quotidianità nel modo più normale possibile. La mente umana è sorprendente: l’uomo, in fondo, è un animale capace di adattarsi a tutto… persino agli allarmi anti drone. Ricordo di aver sentito due forti boati e di aver pensato, con assoluta naturalezza, che fosse caduto un carico dalla gru del cantiere accanto a casa mia — senza neppure immaginare la realtà. Durante gli ultimi due mesi, certamente più difficili, ho pregato di poter tornare presto alla tranquillità della routine: le giornate scandite dal lavoro, i ritmi normali, la vita semplice. Ho imparato ad apprezzare profondamente la serenità della quotidianità, quella che spesso diamo per scontata. A onor del vero, la stampa internazionale ha enfatizzato una situazione che era sì delicata, ma non tragica. Dubai appariva più vuota perché mancavano i turisti e perché molte famiglie, complice la decisione delle scuole di proseguire temporaneamente con la didattica online, erano rientrate in Europa. Ma la città non si è mai fermata davvero. Oggi siamo più sereni, molto più tranquilli, pur sapendo che la situazione geopolitica non è ancora risolta. La chiusura dello Stretto di Hormuz, il blocco del passaggio delle navi, la carenza di gas e petrolio e la limitazione dei traffici marittimi sono fattori che pesano enormemente sugli equilibri mondiali. Qui a Dubai, per il momento, tutto appare relativamente stabile: la vita scorre, la stagione calda è iniziata, le scuole hanno chiuso per l’estate e la città continua a muoversi con la sua energia inconfondibile. Io sono profondamente grata a questo Paese: per avermi accolta a braccia aperte, per avermi fatto sentire protetta anche nei momenti più complessi, per avermi regalato amici straordinari e, soprattutto, per avermi ringiovanito nella mente e nello spirito, restituendomi entusiasmo, curiosità e una nuova voglia di vivere