Economia

Errore nel calcolo della pensione: quando l’INPS può chiedere la restituzione degli arretrati

La ricostruzione delle carriere contributive è un processo complesso che può portare a sviste nel calcolo dell’assegno pensionistico. Se l’importo versato è inferiore a quello spettante, l’INPS deve erogare le differenze con gli arretrati. Al contrario, quando l’Istituto versa cifre superiori al dovuto, la correzione del trattamento non implica automaticamente il diritto dell’ente di pretendere la restituzione delle somme incassate in più dal cittadino.

Le responsabilità e gli obblighi del pensionato

La natura dell’errore determina la possibilità di recuperare l’indebito. Come chiarito dalla sentenza n. 25154/2026 della Corte di Cassazione, se il pensionato omette informazioni decisive, come la ripresa dell’attività lavorativa prima della decorrenza della pensione, l’INPS ha diritto di chiedere indietro i soldi. In questo ambito la buona fede non elimina l’obbligo di comunicazione, rendendo il recupero delle somme del tutto legittimo.

Quando l’INPS non ha diritto al recupero

Se il cittadino rispetta i propri doveri informativi e l’errore è interamente attribuibile all’INPS, scatta il principio d’irripetibilità. La legge stabilisce che in presenza di un provvedimento formale e definitivo, senza dolo o omissioni da parte del beneficiario, l’ente non può esigere il saldo. Decisioni giudiziarie recenti confermano che errori materiali di calcolo o valutazioni errate sui contributi da parte degli uffici non gravano sul pensionato.

Una distinzione fondamentale per la tutela

La correzione della cifra mensile e la richiesta di restituzione degli importi passati seguono percorsi giuridici differenti. Il semplice accertamento di un versamento in eccesso non giustifica una pretesa economica verso il pensionato, a meno che non emerga una diretta responsabilità del cittadino per mancata o errata comunicazione dei propri dati all’Istituto.

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Filippo Limoncelli