Economia

Ex Ilva, confermato il blocco dell’area a caldo: stop entro il 28 ottobre. I giudici: “Prevale il diritto alla salute”

La Corte d’Appello civile di Milano ha confermato il provvedimento che, a fine luglio, aveva disposto il blocco dell’area a caldo dello stabilimento dell’ex Ilva di Taranto, fissando al 28 ottobre il termine entro il quale lo stop dovrà diventare operativo. I giudici hanno respinto l’istanza di sospensiva presentata dai legali di Acciaierie d’Italia e dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria.

Al centro della decisione c’è il principio secondo cui “il bilanciamento tra i contrapposti interessi” costituzionali “non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute”. Nel conflitto tra “il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati”, scrivono i giudici, “non può che prevalere quest’ultimo”.

Le reazioni

“Non siamo soliti commentare le sentenze e ora si apre sicuramente una fase ancora più complicata di questa lunghissima vertenza”, ha commentato la segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola. “Aspettiamo di conoscere anche le determinazioni da parte del governo e dell’impresa – ha aggiunto – e pensiamo che l’Italia non possa fare a meno della produzione dell’acciaio verde”.

“Pensiamo – ha sottolineato Fumarola – che bisogna tutelare il lavoro, la salute, l’ambiente e la sicurezza come abbiamo sempre detto, quindi sicuramente queste sono ore particolarmente delicate”. “Vediamo cosa succede – ha concluso – ci aspettiamo di essere convocati e capire che tipo di determinazioni verranno messe in campo, poi valuteremo le nostre azioni”.

L’acciaio verde “non è un miraggio”, ha ribadito Fumarola a margine de ‘Il Tempo delle Donne’, organizzato dal Corriere della Sera alla Triennale di Milano. “Noi – ha spiegato – come Cisl abbiamo dimostrato che in Europa ma anche nel mondo ci sono esperienze importanti che vanno in questa direzione”. “Devo dire che purtroppo sono passati 14 anni – ha osservato – nei quali le decisioni che dovevano essere assunte non sono state prese in maniera adeguata e oggi paghiamo lo scotto di quella mancata decisione di agire immediatamente sulla decarbonizzazione e rendere ecocompatibile quello stabilimento”.

“Io sono per definizione fiduciosa – ha aggiunto Fumarola – perché credo che noi dobbiamo fino all’ultimo momento cercare soluzioni che possano tenere insieme i diritti costituzionali”. “Quindi – ha sottolineato – ci batteremo perché questo possa verificarsi, seguiremo come abbiamo sempre fatto in questo lunghissimo tempo i lavoratori, le famiglie, le città interessate e auspichiamo appunto che si possa rilanciare l’acciaio”. “Il nostro Paese – ha ribadito – ha bisogno della produzione dell’acciaio e i lavoratori che da troppo tempo soffrono questa condizione con le rispettive famiglie hanno bisogno di avere certezze”. “Allo stesso modo – ha concluso – dobbiamo garantire la salute e la sicurezza per tutti i territori”.

Durissimo il commento del senatore Mario Turco, vicepresidente del Movimento 5 Stelle e responsabile nazionale delle Politiche economiche e fiscali. “La decisione dei giudici di confermare il blocco dell’area a caldo dell’ex Ilva segna un punto dal quale non si può più tornare indietro. Le sentenze si rispettano e la tutela della salute, della vita e della sicurezza dei lavoratori e dei cittadini viene prima di qualsiasi altra considerazione. Il Governo adesso non ha più alibi e soprattutto non può continuare a perdere tempo aspettando che siano i tribunali a decidere quale debba essere il futuro industriale di Taranto”.

“Da anni chiediamo una scelta politica chiara: superare definitivamente la produzione a carbone e chiudere l’area a caldo, garantendo contemporaneamente occupazione, bonifiche e nuove prospettive industriali, oltre che la riconversione economica, sociale e culturale del territorio. Non è accettabile mettere i cittadini contro i lavoratori, perché Taranto ha diritto sia alla salute sia al lavoro. A questo punto il Governo deve convocare immediatamente istituzioni locali, organizzazioni sindacali e rappresentanze delle imprese per costruire un vero Accordo di Programma per Taranto, con risorse, tempi e responsabilità certe”.

“Occorre mettere in sicurezza gli impianti, avviare e accelerare le bonifiche, garantire tutti i lavoratori diretti e dell’indotto e costruire nuove attività produttive realmente sostenibili. Deve essere inoltre assicurata la sospensione di qualsiasi procedura di licenziamento nell’indotto. Il Governo ha avuto quasi quattro anni per predisporre un’alternativa e invece ha continuato a rinviare, tra gare fallite, decreti e annunci. Ha persino cancellato investimenti e progetti del governo Conte II, come il miliardo del Pnrr, le risorse destinate all’insediamento Ferretti e Renexia. Non si può chiedere ancora una volta a Taranto di pagare il prezzo dell’assenza di una politica industriale nazionale. La sentenza di oggi chiude definitivamente il tempo dei rinvii. Meloni venga in Parlamento e dica cosa intende fare. La città non può essere lasciata sola davanti alle conseguenze di una crisi che lo Stato trascina da quattordici anni. Ora servono decisioni, risorse e un futuro diverso per Taranto”, ha concluso Turco.

Per Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce nazionale di Europa Verde, “la decisione che conferma il blocco dell’area a caldo dell’ex Ilva, affermando la prevalenza del diritto alla salute, certifica il fallimento di un’intera classe politica che ora, prevedibilmente, proverà a dare la colpa alla magistratura. Ma i giudici hanno fatto solo il loro dovere: applicare le leggi e tutelare il diritto alla salute di una popolazione che da decenni paga un prezzo altissimo”.

“Il 26 luglio 2012 l’Ilva veniva sequestrata perché produceva malattie e morte. Sono passati più di 14 anni e l’unica cosa che i governi sono stati capaci di fare è stata sospendere e comprimere diritti costituzionali attraverso oltre 20 decreti Salva-Ilva. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: non hanno tutelato la salute e non hanno tutelato nemmeno l’occupazione. In 14 anni si poteva e si doveva avviare un grande progetto di conversione industriale, come è accaduto a Bilbao e nel bacino carbonifero della Ruhr. Invece sono stati gettati quasi 3 miliardi di euro di soldi pubblici senza concludere nulla, con un ministro Urso che è diventato il simbolo di questa inconcludenza”.

“Ora si pensi al futuro di Taranto. Bisogna fare quello che è stato fatto in altre grandi aree industriali del mondo dove la crisi della siderurgia e dell’industria pesante è stata affrontata con progetti di riconversione: da Pittsburgh a Bilbao fino alla Ruhr. Taranto ha diritto alla salute, al lavoro e a un futuro industriale diverso. Dopo 14 anni di decreti e rinvii, non ci sono più alibi”, ha concluso Bonelli.

In una nota congiunta, Fim, Fiom e Uilm hanno sottolineato che “i giudici della Corte di Appello di Milano hanno confermato il blocco dell’area a caldo dell’ex Ilva respingendo la richiesta di sospensiva di Acciaierie d’Italia”. Per i sindacati, “a seguito di questa decisione, riteniamo sia fondamentale che il governo risponda alle richieste contenute nel piano nazionale straordinario di messa in sicurezza sociale e di rilancio dell’ex Ilva e convochi immediatamente il tavolo permanente a Palazzo Chigi”.

“I lavoratori pretendono risposte e il sistema manifatturiero attende di conoscere il destino della produzione di acciaio nel nostro Paese – hanno spiegato -. Non accetteremo passivamente un piano che risolva con anni di cassa integrazione e licenziamenti già annunciati. Bisogna evitare l’esplosione della bomba sociale con interventi ordinari e straordinari”.

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Gianluca Pace