Economia

Export debole e incertezza internazionale gonfiano la corsa all’oro, il bene “rifugio” per eccellenza

L’oro continua a beneficiare del suo status di bene rifugio per eccellenza a fronte delle incertezze geopolitiche internazionali, commerciali e monetarie, scaturite dalle politiche del presidente americano Donald Trump. Il quadro delineato nella congiuntura flash dal Centro studi di Confindustria ci parla di “venti contrari da dollaro”, un “export debole”, poi ancora “consumi frenati, industria volatile, investimenti tirati dal Pnrr”. Insomma, un’economia italiana “quasi ferma”, “debole” nell’Eurozona. Il Csc sottolinea la risalita dei prezzi di petrolio e gas e la volata dell’oro che, sottolinea, tipicamente registra rialzi marcati nei momenti di crisi economica (ha superato i 5.000 dollari l’oncia lunedì). “Le tensioni gonfiano l’oro e non fermano la Borsa”, evidenzia il centro.

Incertezze su Venezuela e Groenlandia spingono le famiglie al risparmio

“Il prezzo del petrolio non scende più, il dollaro debole compromette l’export, i casi di Venezuela e Groenlandia alimentano l’incertezza che in Italia spinge le famiglie a risparmiare frenando i consumi. In positivo agisce l’ultima accelerazione sul Pnrr, la riduzione dei tassi sovrani, la risalita del credito. L’industria resta volatile” anche a fine 2025, “gli investimenti sono l’unica spinta per il Pil”, descrive il Csc. “Anche il prezzo del gas – aggiunge – non scende più, su livelli più che doppi rispetto al 2019”. Sostanzialmente, il Centro studi di Confindustria parla di una crescita “debole” nell’Eurozona, mentre gli Usa fanno meglio del previsto e la Cina ha centrato l’obiettivo di crescita (il Pil viaggia al +5,0% nel 2025).

Focus sulla volata dell’oro. Csc: effetto della “sfiducia” negli Usa

“La recente perdita di fiducia verso gli Usa origina dalle politiche commerciali adottate, dai dubbi sulla sostenibilità del debito (salito al 120% del Pil nel 2025), dalle tensioni geopolitiche con altri paesi, dalle pressioni interne sulla Fed. Questi fattori hanno innescato vendite dei titoli pubblici Usa (in dollari), causando l’aumento dei rendimenti dei Treasuries (sui decennali al 4,29% nel 2025, da 2,40% medio nel 2010-2019). Sul fronte valutario, la ‘fuga dagli Usa’ ha indebolito il dollaro rispetto all’euro: a gennaio 2026 la svalutazione è del 13% su gennaio 2025 (1,17 dollari per euro già a luglio, da 1,04)”. Quanto ai prezzi di Borsa, restano su un trend positivo. “Dal 2025 non sembra esserci una fuga da asset rischiosi come le azioni, ma piuttosto una penalizzazione delle quotazioni Usa rispetto a quelle del Vecchio Continente, che rientra nel fenomeno di sfiducia verso gli asset americani. Infatti, nel corso del 2025 la Borsa Usa è salita, ma – rileva il Csc – decisamente meno di quelle europee: +14,0%, rispetto a +20,0% in Germania e addirittura +28,4% in Italia, che invece storicamente mostrava performance più deboli”.

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Silvia Di Pasquale