Fondi pensione, svolta dal 31 ottobre: cambia il contributo del datore di lavoro, ecco cosa succede (foto ANSA) - Blitz quotidiano
Dopo l’introduzione del meccanismo del silenzio-assenso per il conferimento del Tfr ai fondi pensione, la riforma della previdenza complementare si prepara a un nuovo importante cambiamento. Dal 31 ottobre entreranno infatti in vigore nuove regole che riguarderanno il cosiddetto contributo datoriale, ovvero la quota che il datore di lavoro versa nel fondo pensione del dipendente per incrementarne la futura pensione integrativa.
Si tratta di una modifica destinata ad ampliare la libertà di scelta dei lavoratori. Fino a oggi, infatti, il contributo dell’azienda era riconosciuto soltanto a chi aderiva al fondo pensione negoziale previsto dal contratto collettivo di categoria. In caso di trasferimento verso un fondo pensione aperto, pur mantenendo il capitale accumulato, il lavoratore perdeva automaticamente il diritto a ricevere il versamento aggiuntivo da parte del datore di lavoro.
Con la riforma questa limitazione verrà superata, consentendo ai dipendenti di scegliere con maggiore autonomia la forma di previdenza complementare più adatta alle proprie esigenze.
Il contributo datoriale è una somma che il datore di lavoro versa direttamente nel fondo pensione del dipendente e che si aggiunge sia al Trattamento di fine rapporto sia ai contributi previdenziali obbligatori destinati all’Inps. Questo versamento contribuisce ad aumentare il capitale accumulato nel tempo e, di conseguenza, l’importo della futura pensione complementare.
Nella maggior parte dei casi il beneficio è previsto esclusivamente dai fondi pensione negoziali istituiti attraverso la contrattazione collettiva. Per ottenere il contributo dell’azienda, tuttavia, il lavoratore deve generalmente versare anche una quota minima della propria retribuzione.
Un esempio è rappresentato dal fondo Cometa dedicato ai metalmeccanici: con un contributo dell’1,2% a carico del dipendente, il datore di lavoro può arrivare a versare il 2% della retribuzione. Su uno stipendio annuo lordo di 20.000 euro significa che il lavoratore contribuisce con 240 euro, mentre l’azienda aggiunge fino a 400 euro. Meccanismi analoghi sono previsti anche in altri comparti, come edilizia, commercio, turismo, servizi e pubblico impiego.
La principale novità riguarda la possibilità di mantenere il contributo datoriale anche nel caso in cui il lavoratore decida di trasferire la propria posizione verso un fondo pensione diverso da quello negoziale.
La possibilità di cambiare fondo esiste già oggi, purché siano trascorsi almeno due anni dall’adesione. Tuttavia, fino a questo momento il trasferimento comportava la perdita del contributo versato dal datore di lavoro se si sceglieva una forma pensionistica diversa da quella prevista dal contratto collettivo.
Dal 31 ottobre, invece, il contributo seguirà il lavoratore e non sarà più vincolato esclusivamente al fondo negoziale di categoria. Chi avrà maturato almeno due anni di permanenza potrà quindi spostare l’intera posizione contributiva mantenendo anche il diritto ai versamenti dell’azienda. L’obiettivo della riforma è favorire una maggiore concorrenza tra i diversi fondi pensione e consentire agli iscritti di scegliere quello ritenuto più conveniente senza subire penalizzazioni economiche.
Nonostante la novità rappresenti un importante passo avanti per la libertà di scelta dei lavoratori, restano ancora diversi aspetti da chiarire prima dell’entrata in vigore della misura.
La Covip, l’autorità che vigila sulla previdenza complementare, dovrà aggiornare le proprie istruzioni operative per disciplinare nel dettaglio le modalità di applicazione della riforma. Nel frattempo, sia le imprese sia le organizzazioni sindacali hanno espresso alcune perplessità.
Le aziende temono infatti un aumento degli adempimenti amministrativi e una gestione più complessa dei contributi destinati ai diversi fondi pensione. I sindacati, invece, guardano con preoccupazione al possibile indebolimento dei fondi negoziali di categoria, che potrebbero perdere iscritti proprio a causa della maggiore libertà concessa ai lavoratori. Nei prossimi mesi saranno quindi fondamentali i chiarimenti attuativi per comprendere l’effettivo impatto della riforma sul sistema della previdenza complementare italiana.