(Foto Ansa)
La nuova crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente non sembra destinata a provocare nei supermercati europei una nuova impennata dei prezzi alimentari come quella registrata nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. È quanto emerge da un’analisi degli economisti della Banca centrale europea (Bce), secondo cui gli aumenti osservati finora sono più contenuti e, soprattutto, meno persistenti rispetto a quelli di quattro anni fa.
Per arrivare a questa conclusione, gli economisti hanno utilizzato un sistema di monitoraggio quotidiano dei prezzi online, basato anche su strumenti di intelligenza artificiale. I dati mostrano che, dopo lo shock energetico del marzo 2026 legato alla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la frequenza degli aumenti è effettivamente cresciuta, ma in misura molto inferiore rispetto al 2022. Inoltre, dopo la prima accelerazione, i rincari si sono stabilizzati, senza estendersi progressivamente a un numero sempre maggiore di prodotti. Anche l’entità media degli aumenti è rimasta sostanzialmente invariata.
Nei supermercati, sottolinea la Bce, “finora non vediamo molte prove di un cambiamento persistente nella frequenza con cui gli alimentari vengono aggiornati, a differenza del 2022”.
Il tema è particolarmente rilevante perché il cibo rappresenta circa il 20% del paniere utilizzato per misurare l’inflazione nell’eurozona, con un’incidenza ancora maggiore sui bilanci delle famiglie a basso reddito. Nel 2022, dopo l’attacco russo all’Ucraina, i rincari si erano progressivamente estesi a numerose categorie alimentari, alimentando una spirale durata mesi. Questa volta, almeno per il momento, lo scenario appare diverso.