Maurizio Landini (Cgil), Daniela Bombardieri (Cisl) e PierPaolo Bombardieri (Uil) (foto Ansa) - Blitz Quotidiano
Da giorni si dibatte su un accordo sottoscritto da Cgil, Cisl e Uil lo scorso 17 giugno. Si tratta, a detta di molti, di un patto che potrebbe pegiorare le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori italiani e, cosa decisamente curiosa e che non ci si aspetterebbe dalla Cgil di Landini, sostenere la politica sul lavoro del Governo Meloni.
Ma andiamo con ordine: come spiega l’ex sindacalista della Fiom Giorgio Cremaschi sul Fatto Quotidiano, il documento firmato dalle segreterie confederali ha lo scopo di aprire un negoziato per giungere a un “accordo quadro” con Confindustria, Confcommercio, Confedilizia e tutte le principali controparti imprenditoriali, per arrivare ad una disciplina sulla contrattazione dall’alto che porti ad evitare che vengano sottoscritti i cosiddetti contratti pirata.
Sostanzialmente Cgil-Cisl-Uil propongono di estendere a tutti i settori lavorativi il “Patto della Fabbrica” che venne sottoscritto con la Confindustria nel 2018. Si tratta di un accordo che chiudeva 30 anni di patti di concertazione iniziati nel ’92 con l’abolizione della scala mobile, a cui sono seguiti accordi che hanno portato ad un recupero, in ritardo e solo parziale, del potere d’acquisto dei lavoratori.
Questo accordo è una delle ragioni, fa notare Cremaschi, per cui da decenni i lavoratori italiani, a differenza di tutti quelli appartenenti all’Ocse, hanno perso potere d’acquisto. Cosa evidente a tutti tranne che ai gruppi dirigenti confederali. Ora, invece che trarre un bilancio avendo compreso che questi accordi, dal 2018 ad oggi, hanno fatto perdere ai lavoratori italiani dall’8,5 all’11% di salario mensile che è stato eroso dall’inflazione, le confederazioni propongono di estendere questo modello a tutti i settori.
Vediamo, nella proposta delle tre sigle confederali, come viene recuperata l’inflazione e cosa determinerebbe i salari. Nella proposta è ribadita la distinzione tra Tem, ossia il trattamento economico minimo, e Tec, ossia il trattamento economico complessivo che oltre alla paga base comprende tutto il resto, l’eventuale riduzione d’orario, i benefit, la sanità privata e quant’altro. Il Tec è lo stesso, scrive ancora Il Fatto Quotidiano, che è alla base del decreto sul “salario giusto” del Governo Meloni, lo stesso decreto che ha bocciato il “salario minimo” proposto dalle opposizioni e che anche la Cgil ha dichiarato di voler appoggiare.
La differenza tra Tem e Tec è fondamentale: se un lavoratore guadagna un tot l’ora, spalmando sul suo stipendio i vari benefit di cui usufruisce nel corso dell’anno, la paga oraria riuslterà più alta. Si tratta di un trucco contabile che serve solo a far sembrare i salari più alti.
Questo modo di stabilire la paga oraria non viene, fra l’altro, aggiornato in base ad un indice inflazionistico che non prende in considerazone i beni energetici importati. Il suo aggiornamento sull’inflazione è quindi sempre basso e in ritardo. Scrive il Fatto Quotidiano: “Il sistema riproposto da Cgil-Cisl-Uil prevede che gli aumenti dei contratti nazionali siano determinati dal famigerato IPCA-NEI, un indice dell‘inflazione sempre in ritardo e che esclude i ‘beni energetici importati’. Si proprio così, i lavoratori pagano l’aumento del gasolio, ma non possono recuperarlo nei contratti. Tutto il resto va giustificato con l’aumento della produttività. Insomma è vietato chiedere un aumento delle paghe dei lavoratori solo perché esse sono troppo basse. È il rifiuto del conflitto sociale e di classe che diviene sistema contrattuale, se nel 1969 ci fossero state le regole contrattuali di oggi, i lavoratori non avrebbero conquistato nulla”.
Questo accordo ha portato solo alla centralizzazione della contrattazione da parte degli apparati di Cgil-Cisl-Uil e non serve ai lavoratori. Ancora il Fatto: “Sindacati e imprese costruiscono un proprio sistema, che si autolegittima e che respinge interventi esterni, siano essi della politica che degli stessi lavoratori. È un patto corporativo di contenimento dei salari”.
Per la Cgil è una resa rispetto a quanto proclamato. Con l’accordo sottoscritto con gli altri due sindacati verrebbe infatti messa da parte la proposta del salario minimo di legge facendo trionfare, scrive ancora il Fatto, il cosiddetto “modello Cisl che va benissimo a Giorgia Meloni, che ha pure assunto al governo l’ex segretario di quel sindacato”. Amara la conclusione del quotidiano diretto da Marco Travaglio: “Se nel 1969 ci fossero state le regole contrattuali di oggi, i lavoratori non avrebbero conquistato nulla”.