Economia

La cultura in Italia è per tutti?

Il 26 aprile la Fondazione Teatro La Fenice di Venezia ha annunciato ufficialmente l’annullamento della nomina di Beatrice Venezi a Direttrice Musicale stabile. La notizia ha fatto il giro del mondo ed ha chiuso – almeno per il momento – la disputa politico-culturale più sgradevole degli ultimi anni.

La storia è nota. Nel settembre 2025 viene annunciata la nomina di Beatrice Venezi a Direttrice Musicale stabile del Teatro La Fenice, incarico che sarebbe dovuto partire ad ottobre del 2026.

La reazione del coro e dell’orchestra è durissima: contestano che il curriculum della Venezi non sia idoneo per ricoprire questo ruolo. Con il passare dei mesi l’incendio divampa, la polemica diventa anche politica e sindacale, soprattutto per la presunta vicinanza della direttrice d’orchestra Venezi al partito della premier Meloni.

Addirittura, in occasione del Concerto di Capodanno 2026 gli orchestrali ed i coristi si appuntano una spilletta a forma di chiave di violino per manifestare, silenziosamente, il loro dissenso. L’ultimo atto pochi giorni fa, quando la Venezi, rilasciando un’intervista al quotidiano argentino “La Nación” avrebbe accusato l’orchestra veneziana di essere una sorta di casta ereditaria.

Da qui la decisione di interrompere la collaborazione con la direttrice. Alla notizia, coro e orchestra hanno festeggiato dentro e fuori dal teatro, mentre Beatrice Venezi starebbe invece valutando con i suoi avvocati se presentare un’eventuale causa contro il teatro. Non è interessante sapere chi abbia stretto da una parte o dall’altra i nodi di questa vicenda e per quali eventuali ragioni l’abbia fatto, anzi, a dirla tutta nell’affaire Venezi la noia sovrasta di gran lunga l’entusiasmo; tuttavia, alcuni ragionamenti li sollecita, perché i contorni di questa faccenda fanno da sfondo ad un tema che molte volte viene eluso e che potrebbe essere riassunto in una semplice domanda: cultura in Italia, a che punto siamo?

Vediamo cosa ci dice l’Istat (istat.it). “Nel 2022, i lettori di 16 anni e più erano appena il 35%, collocando l’Italia in terz’ultima posizione tra i paesi dell’Unione Europea; tale quota era di circa 20 punti al di sotto di quella della Spagna e di 26 rispetto alla Francia, senza considerare i paesi Nordici, dove i lettori raggiungono il 70% della popolazione adulta e non si osservano le differenze inter-generazionali che, invece, contraddistinguono i paesi con bassi livelli di lettura”.

“Negli ultimi trent’anni i fruitori di musei, mostre, siti archeologici e monumenti sono cresciuti da poco più di un quinto a circa un terzo della popolazione residente di 6 anni e più. La crescita dei visitatori beneficia della forte presenza straniera, che nel 2022 (anno più recente disponibile) è stimata pari al 51,5% del totale”.

“Tra il 1936 e gli anni ’50 il cinema presenta livelli di fruizione crescenti e molto elevati (da 6 mila fino a oltre 16 mila biglietti venduti per 1.000 abitanti), mentre il teatro arretra da circa 490 a poco più di 300 biglietti per 1000 abitanti. Dagli anni ’60, con l’arrivo della TV, il cinema inizia a perdere centralità; a partire dagli anni ’80 il calo è rafforzato dalla diffusione dell’home video e, più recentemente, dallo streaming, mentre il teatro e gli spettacoli dal vivo hanno una lenta ripresa. Dopo il crollo del 2020-21, nel 2024 questi superano gli 800 biglietti per 1000 abitanti, mentre il cinema recupera solo parzialmente, con 1.200–1.300 biglietti per 1000 abitanti, a fronte di una fruizione cambiata strutturalmente a favore della visione domestica e on demand”.

Sul sito ufficiale dell’Unione Europea i dati Eurostat ci dicono che nel 2022 “in tutta l’UE, il tasso di partecipazione culturale è risultato più elevato tra la fascia di reddito più alta rispetto alla fascia di reddito più bassa […] Nel 2022, il tasso di partecipazione alle attività culturali per la fascia di reddito più alta era almeno il doppio di quello della fascia di reddito più bassa in 17 Stati membri dell’UE”.

Confcommercio evidenzia invece che nel 2025 la spesa per consumi culturali in Italia ha raggiunto una media nazionale tra i 94 e i 100 euro mensili per famiglia.

Nel 2024 era di circa 90 euro, mentre pre-Covid 113 euro.

La cultura, la ricreazione e lo sport pesano per circa il 3,8% del totale della spesa mensile familiare (dato 2024), in calo rispetto al 5,1% del 2015 (confcommercio.it).

Di dati da riportare ed intrecciare ce ne sarebbero ancora molti, come ad esempio quelli sulla povertà educativa in Italia che Istat ha recentemente presentato (istat.it). Dovendo fare una sintesi si può affermare che in termini generali tutti questi dati confermano che esiste una crescente voglia di cultura, soprattutto dopo la pandemia, che però ancora, l’effettiva possibilità di fruirne, dipende pesantemente anche dal portafoglio e dalla residenza. Ovviamente la questione è complicata, ci sarebbe da scavare ancora perché il quadro è articolato ed il settore in profonda trasformazione, tuttavia, la tendenza purtroppo è questa.

Se i fatti che hanno travolto il Teatro La Fenice e la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi ci raccontano probabilmente di una piccola Italia ancora relegata alle beghe tra blocchi politico-culturali che cercano di far prevalere la propria egemonia culturale, la realtà ci dice qualcosa di diverso, un Paese che anche nella cultura conosce disuguaglianze economiche e territoriali profonde. Su questo la politica dovrebbe indirizzare le proprie energie, nel ridurre la forbice delle disparità e dei divari, che per la loro crescente dimensione, divengono sempre di più un problema di ordine anche democratico. Ed allora, alla domanda posta da questo articolo, “cultura in Italia, a che punto siamo?”, si risponde con un’altra domanda: la cultura in Italia è per tutti? Ancora una volta la frattura tra politica ed esigenze reali dei cittadini emerge in tutta la sua comica drammaticità.

Published by
Emiliano Chirchietti