Economia

Perché gli Usa hanno venduto euro (all’insaputa della Banca Centrale Europea) per sostenere lo yen giapponese

Visti i buoni rapporti tra la primo ministro giapponese Sana Takaichi e Donald Trump, lo scorso 31 luglio Tokyo e Washington hanno deciso un intervento coordinato per sostenere lo yen. Non accadeva da 15 anni. Il sostegno da parte degli Usa è avvenuto attraverso la vendita di euro per poter acquistare yen ed è nata con lo scopo di invertire la svalutazione della valuta giapponese attualmente in corso.

L’operazione che ha fatto arrabbiare la Banca Centrale Europea è servita? A detta del quotidiano progressista Mainichi assolutamente no. Il giornale ha infatti invitato il governo Takaichi a una radicale revisione della politica economica, piuttosto che a fare affidamento sugli Stati Uniti, spiegando che alla radice della debolezza dello yen c’è la sfiducia dei mercati verso scelte fiscali espansive e una politica monetaria non autonoma.

La mossa, primo acquisto di yen congiunto dal 1998, è nata proprio dall’allineamento di interessi tra la premier conservatrice Sanae Takaichi e il presidente Usa Donald Trump: Tokyo, dopo aver fallito i tentativi unilaterali, sperava nell’aiuto americano. Washington, con le elezioni di midterm all’orizzonte, temeva che la caduta dello yen e la salita dei tassi a lungo termine in Giappone si riversassero sull’economia Usa.

L’agenzia Bloomberg ha sottolineato che l’ingresso degli Stati Uniti ha cambiato gli equilibri tramite una nuova “potenza di fuoco finanziaria” e un vantaggio psicologico contro gli speculatori, oltre all’uso del “Repo Facility” che consente al Giappone di usare i propri Treasury, circa 1.100 miliardi di dollari, per difendere la valuta senza destabilizzare il mercato obbligazionario americano. Nel frattempo al segretario al Tesoro Scott Bessent, promotore dell’operazione, verrà data la possibilità di esercitare maggiore pressione sulla Banca del Giappone (BoJ) per un rialzo dei tassi. Il rischio, ha osservato però Bloomberg, è che il mercato dei cambi, oggi dieci volte più grande che nel 1998, possa assorbire l’intervento. Se la mossa dovesse fallire, a pagare sarebbe la credibilità di entrambi i paesi.

La Banca Centrale Europea avvertita della vendita solo a cose fatte

“La vendita di euro da parte di Washington per sostenere lo yen alla fine della scorsa settimana ha colto di sorpresa la Banca Centrale Europea, con gli Stati Uniti che hanno informato le loro controparti di Francoforte solo dopo lo storico intervento valutario.” A scriverlo è il Financial Times che ha aggiunto come, secondo diverse fonti a conoscenza dei fatti, “la Bce è venuta a conoscenza della mossa degli Stati Uniti di vendere euro per acquistare yen venerdì, dopo che l’operazione era già stata eseguita.”

La mancanza di coordinamento ha evidenziato la natura insolita del primo intervento congiunto tra Washington e Tokyo per sostenere lo yen in quasi 30 anni. In genere, ci si sarebbe aspettati che gli Stati Uniti utilizzassero dollari in un’operazione di questo tipo, ha spiegato il foglio britannico, che ha ricordato come la presidente della Bce Christine Lagarde e il segretario del Tesoro Scott Bessent abbiano parlato sabato scorso solo dopo l’intervento monetario degli Usa. “Alcuni alti funzionari della Bce hanno considerato la decisione degli Stati Uniti di utilizzare l’euro nell’operazione come una violazione senza precedenti delle consolidate convenzioni di cooperazione tra le autorità monetarie occidentali”, ha annotato ancora il Financial Times.

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Lorenzo Briotti