Economia

Pressione fiscale ai massimi da oltre 10 anni, nell’ultimo trimestre del 2025 ha toccato quota 51,4 per cento

Continua a crescere la pressione fiscale in Italia, che tocca livelli che non si vedevano da oltre un decennio. Nel 2025 il rapporto si attesta al 43,1%, ma nell’ultimo trimestre dell’anno arriva fino al 51,4% secondo i dati grezzi dell’Istat. Un dato che non si registrava dal 2014 e che significa, in concreto, che per ogni 100 euro di Pil lo Stato ne incassa quasi 52.

In parallelo rallenta anche la dinamica dei redditi delle famiglie: il reddito disponibile cresce nell’intero anno del 2,4%, mentre il potere d’acquisto aumenta solo dello 0,9%, valori inferiori a quelli dell’anno precedente. Nell’ultimo trimestre, però, entrambi gli indicatori entrano in territorio negativo, segnalando un peggioramento della condizione economica.

L’opposizione attacca il governo. “Un Paese dove sale la pressione fiscale e diminuisce il reddito delle famiglie è un Paese in difficoltà”, osserva il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Nicola Fratoianni. La senatrice del Movimento 5 Stelle Mariolina Castellone parla invece di “numeri che parlano da soli e che certificano il fallimento delle politiche economiche del Governo”.

Fonti dell’esecutivo replicano attribuendo l’aumento della pressione fiscale alla crescita dell’occupazione, quindi a un numero maggiore di contribuenti. Sottolineano inoltre che la riforma fiscale è orientata alla riduzione del carico tributario nel medio periodo.

Secondo l’economista Carlo Cottarelli, dietro il dato “a sorpresa” ci sono più fattori: il fiscal drag, cioè il drenaggio fiscale dovuto al mancato adeguamento di detrazioni e scaglioni Irpef all’aumento dei redditi, “diventato più rilevante con i rinnovi dei contratti di lavoro”. A questo si aggiunge la tassazione dei prodotti finanziari e il buon andamento della Borsa nel 2024. Un altro elemento è “una componente non prevista in misura così significativa, probabilmente legata all’onda lunga della riduzione dell’evasione fiscale”.

Cottarelli conclude che “una pressione fiscale di questo livello non va bene” e indica la necessità di intervenire sulla spesa pubblica, oggi al 51,2% del Pil. Anche il Misery Index Confcommercio segnala un peggioramento del disagio sociale, con l’indice a 9,6 a marzo, spinto dall’inflazione sui beni ad alta frequenza d’acquisto. Secondo Confcommercio, il rischio è una fase di inflazione più persistente, con effetti negativi sulla crescita.

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Gianluca Pace