Giornali in crisi, questa volta non c’è Giovannini, che come Churchill nel film…

di Marco Benedetto
Pubblicato il 31 gennaio 2018 12:14 | Ultimo aggiornamento: 31 gennaio 2018 12:25
Nella foto Giovanni Giovannini (a sin. in piedi) nel 1974, festeggia Alberto Vitale in partenza per New York, come direttore amministrativo della Bantam Books.

Nella foto Giovanni Giovannini (a sin. in piedi) nel 1974, festeggia Alberto Vitale in partenza per New York, come direttore amministrativo della Bantam Books. Simbolo della casa editrice è un gallo e Giovannini sta consegnando a Vitale un galletto vivo come segno di buon augurio. Era l’inizio di un percorso professionale che portò Vitale al posto di editore di libri numero uno al mondo, a capo della Random House del gruppo tedesco Bertelsman. Attorno al tavolo vecchie e future glorie dell’editoria. Allla destra di Giovannini Lorenzo Jorio, che sarebbe diventato direttore generale del Corriere della Sera, alla destra di Vitale Giorgio Fattori, allora capo dei libri di Agnelli e tre anni dopo direttore della Stampa e Giorgio Manina, allora alla Fabbri, poi capo dell’Iveco, i camion della Fiat. Fuori campo c’erano Alfredo Torriani, patron del Giro del Giro d’Italia, Remo Griglié, direttore della Gazzetta dello Sport, Amedeo Massari, primo amministratore di Repubblica con un futuro nell’editoria di Berlusconi, Riccardo Di Corato, capo della Pk di pubblicità. Della allegra brigata sono rimasti solo Vitale e un allora giovane portaborse.

ROMA – Giornali in crisi, questa volta non c’è Giovannini, che come Churchill nel film…. Primo articolo di una serie di 4.

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Giovanni Giovannini Fieg salvò i giornali, da sindacalista conquistò la corta.

Gli editori attaccano Google, adorano Facebook che…e  ignorano la tv che..

La legge dell’editoria voleva espropriare i giornali, portò una pioggia di miliardi.

I giornali sono in crisi in Italia come nel resto del mondo. All’estero molti chiudono o passano di mano, nobili dinastie di editori vendono ai nuovi ricchi del web, ma altri reagiscono e combattono. Da noi gli editori sembrano incapaci di reagire. I tagli sono necessari ma non bastano, portano a un loop senza sbocchi. La lezione di Jeff Bezos è nella regina del giornalismo, la cronaca. In Italia c’è un solo giornale che cresce, il Giorno. Vi domina la cronaca, possibilmente nera.

A livello individuale le poche risposte di cui so mi sembrano mal pensate e peggio eseguite. A livello collettivo sono assordato dal vuoto. Gli editori pensano solo ai doverosi  tagli, ma dichiarano guerra a Google che li valorizza, corteggiano Facebook, che li ucciderà, ignorano che allo stato comatoso li ha portati la televisione, che la Rai ha sfasciato il mercato pubblicitario. Loro piangevano su internet e intanto la Sipra li metteva fuori gioco.

Viene da pensare che ci vorrebbe, emulo di Winston Churchill, Giovanni Giovannini, il giornalista che da editore salvò i giornali e li rese prosperi per un quarto di secolo. Combatteva contro Berlusconi dei bei tempi, contro la Rai del tetto alla pubblicità, ottenne provvidenze per quasi 150 miliardi di vecchie lire di 40 anni fa. Con quelle furono aperti nuovi giornali, ne furono salvati di vecchi, furono comprate nuove rotative, computer, trasformate vecchie redazioni e tipografie in cliniche svizzere. E anche ora, nell stagione dei tagli, il bisturi agisce senza grandi traumi grazie all’impalcatura di misure sociali architettata da Giovannini.

Se vedete al cinema il film “L’ora più buia”, ecco, per chi lo ha conosciuto, le due figure si sovrappongono. Personaggi fuori misura, anche nei difetti, a cominciare dalla vanità. Churchill salvò l’Inghilterra e la guerra. Giovannini salvò i giornali, Ci sono decine di libri su Churchill e un film appena uscito. Giovannini lo hanno dimenticato che era ancor vivo, perché la gratitudine è a scadenza e quando lui morì, nel 2008, erano passati ben 27 anni dalla legge che cambiò il mondo, almeno per i quotidiani, la 416 del 1981.

Ne scrivo con cognizione di causa, e anche con un po’ di orgoglio, avendo lavorato dal 1974 al 1976 nella sua anticamera come suo assistente. Fu un master, come si direbbe oggi, di visione, astuzia, doppiezza, pragmatismo, umanità. Pochi ricordano quei tempi. Alcuni (Caracciolo) sono morti, altri (Caltagirone) non erano ancora entrati nel settore, altri (Rizzoli, Tassan Din) sono stati spazzati via dalla loro ubris. Restiamo pochi, con Mario Ciancio e forse Andrea Riffeser. Ma il trailer del film scaldano la memoria e impongono la rievocazione. E la deprecazione.

La somiglianza fra i due personaggi è palpabile. Non è che voglio tracciare un santino. Difetti Giovannini ne aveva tanti. Non come Churchill, ma abbastanza. Potrei esibirmi in un elenco, ma quel che conta sono i risultati, non il colore. Ci sono anche differenze: Churchill era prodigo, Giovannini, da buon toscano dell’interno trapiantato in Piemonte era molto accorto.

Gli anni ’60 furono il nadir per i giornali italiani. Costi sempre più alti, tirature ferme. Una eredità fascista, la sacralità del lavoro domenicale (ma guafrda un po’ il passato ritorna sempre), era stata trasformata dai tipografi in una miniera d’oro. A Roma, già dall’occupazione americana, la settimana dei tipografi dei giornali era di 34 ore (vado a memoria). Fra notturni, straordinari, festività (quelle religiose si sommavano a quelle laiche, l’Italia era una apoteosi di vacanze) un poligrafico portava a casa, netto, più di un dirigente di banca o un giornalista di medio livello. A quei tempi, si pagava di tasse solo il 9 per cento, poi c’era la tassa sulla “ricchezza mobile” che dipendeva da un accertamento dei vigili urbani sul tuo livello di benessere. Se piangevi un po’ e eri convincente potevi anche cavartela, Sarà un caso, e certo non è la sola causa, ma da quando introdussero la riforma fiscale, nel 1973, l’Italia si è incagliata. Vedete un po’ voi. Sul modello americano, l’aliquota top era il 30 per cento. Innestata su un apparato sabaudo-borbonico e in Paese sempre più socialista, l’aliquota marginale oggi sfiora il 50% e ci ha portato dove siamo.

Giovanni Giovannini nel 1968 fu nominato vice direttore della Stampa. Al grande mitico ma ormai ottantenne Giulio De Benedetti, che aveva portato la Stampa a sfidare il Corriere della sera vendendo quasi mezzo milione di copie, Giovanni Agnelli preferì Alberto Ronchey. Ma aveva per Giovannini una stima intensa e nel 1972 lo nominò amministratore delegato. Nei giornali di tutto il mondo esiste una linea giornalistica e una linea amministrativa. Il punto di riferimento è la proprietà. Chiesa e Stato dicono in America. Da noi una volta c’erano il direttore politico e il direttore amministrativo. Per anni alla Stampa imperò come direttore amministrativo Carlo Masseroni, integerrima figura, rigido comandante. Con Giovannini non potevano umanamente trovarsi ma Giovannini evitò sempre lo scontro trovando altri spazi di azione.

Negli anni ’80 e seguenti, l’entropia delle cariche ha portato i direttori generali e gli amministratori delegati. Ma lo schema del potere, delle responsabilità e delle colpe è rimasto quello. Ecco perché a Repubblica ci sono 3 giornalisti per mille copie, contro lo standard di 1 per mille.

Giovannini era entrato alla Stampa nel 1945. Aveva 25 anni e era appena riuscito a evadere dal campo di prigionia tedesco, dove era finito direttamente dal fronte francese. Dopo la Liberazione, la Stampa era un crogiolo di antifascismo. Non solo il direttore, Giulio De Benedetti, appena rientrato dall’esilio in Svizzera, ma anche i giovani redattori. Ugo Buzzolan, protocritico della tv, ricordavano i vecchi, aveva ancora in spalla il fucile da partigiano.
Anche sotto il fascismo (a parte Salò) la Stampa era stata quasi un santuario del dissenso. Giovanni Agnelli il fondatore fu costretto a rimuovere Gino Pestelli da condirettore che nel 1925 aveva fatto un titolo come questo: “Il voto senatoriale a Mussolini: il pensiero del popolo a Matteotti” ma lo mise a capo di quelle che poi furono le relazioni esterne della sua stessa Fiat.

E, quando i fascisti torinesi rumoreggiarono perché in redazione erano rimasti troppi antifascisti, li liquidò dicendo che la lista dei redattori l’aveva concordata direttamente con Mussolini e quindi non rompessero.