Terrorismo, Di Maio e Di Battista attenti, come voi le Br…cominciò così, finì con morti e feriti

di Marco Benedetto
Pubblicato il 11 novembre 2018 12:48 | Ultimo aggiornamento: 11 novembre 2018 20:31
Terrorismo, Di Maio e Di Battista attenti, come voi le Br... (nella foto ALessandro Di Batttista, a sin. e Luigi Di Maio)

Terrorismo, Di Maio (a ds. nella foto) e Di Battista attenti, come voi le Br…

Di Maio e Di Battista, punte di diamante grilline, dovrebbero starci attenti. Cominciò così anche ai tempi delle Brigate Rosse e Prima Linea: insulti e minacce ai giornalisti, poi un elenco di morti e feriti: Carlo Casalegno, Walter Tobagi, Guido Passalacqua, Indro Montanelli, Vittorio Bruno, Antonio Garzotto…Colpirne uno per educarne cento. La regola è sempre la stessa e non l’hanno inventata quelli di Autonomia…Solo Stalin è andato oltre, la sua rieducazione era globale, ma aveva altri mezzi, aveva in mano l’apparato statale. E ora, guarda caso, questi qui ce l’hanno in mano anche loro.

Quando leggo l’anatema lanciato da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista contro i giornalisti “infimi sciacalli” un brivido mi corre giù per la schiena. Penso alle spedizioni punitive delle squadre di azione fasciste di un secolo fa, alle spedizioni punitive degli anni del terrorismo, alla mia esperienza personale quando trovarono il mio nome in una lista di Prima Linea perché lavoravo all’Ufficio Stampa della Fiat e mi furono imposti auto blindata e pistola.

Alle contumelie contro i giornalisti ci siamo abituati ma l’assalto verbale del duo Di Maio-Di Battista suona macabro. Siamo a un nuovo squadrismo, non è ancora terrorismo ma il passo può essere breve.

Preoccupa il clima in cui queste parole sono state pronunciate, un clima di odio crescente, di insulti gratuiti, di aggressioni verbali su Facebook che l’anonimato rafforza. Lo stesso Di Maio, in quelle stesse ore, ha dato del fighetto a Beppe Sala, sindaco di Milano. Stiamo parlando del vice premier e ministro per lo Sviluppo. Se parla così lui, come prendersela con un militante che fa saltare il cervello a un giornalista fuori del coro grillino?

Faccio un inciso. Che i giornali se la siano presa con Virginia Raggi, sindaco di Roma, in modo molto più rude di come abbiano trattato i suoi predecessori è evidente a chi abbia un po’ di memoria e spirito critico. I tombini a Roma sversavano anche ai tempi di Veltroni, Alemanno e Marino. Veltroni organizzava festival e concerti ma poi concedeva agli impiegati comunali il tetto al cottimo, così che se oggi vuoi fare la carta di identità devi prenotarti fra mesi perché loro più di tante al giorno non ne fanno. Vi chiedete perché i bus non camminano? Qualcuno, fra i sindaci nominati, ha concesso ai manutentori un numero chiuso giornaliero delle riparazioni. E non è stata la Raggi. Alemanno non è stato nemmeno capace di capire che le ruote motrici in caso di neve funzionano meglio delle catene e non aggiungo altro. Marino, per me il peggiore di tutti, ha combinato il disastro del traffico chiudendo la via dei Fori Imperiali, non è stato nemmeno capace di leggere bene i curriculum dei candidati al comando dei Vigili, ha tenuto in giunta un vice sindaco che apertamente appoggiava gli occupanti abusivi, altro che ordine e legalità.

Certo, l’attenzione verso i predecessori della Raggi non è stata sempre precisa come con lei. Ma una ragione è evidente. Dopo le delusioni, M5s aveva acceso una speranza non solo nei romani ma anche nei giornalisti. Quanti di quelli che il duo di punta pentastellato definisce sciacalli hanno votato per Grillo e la Raggi?

Di Maio soprattutto e Di Battista non hanno attenuanti, per il ruolo pubblico ormai svolto. Ma dobbiamo riconoscere che il cattivo esempio viene dall’alto.

Ricordate quando Beppe Grillo ha detto ai giornalisti:

“Vi mangerei tutti solo per il gusto di vomitarvi”,

e ci ha definiti infami, forse perché nessun critico ha mai parlato di lui come un grande artista. Qualcuno ci provò a definirlo erede di Gilberto Govi, ma poi capirono che Grillo non aveva la stoffa, troppa rabbia nella pancia, mentre Govi è crudeltà ma anche ironia, tonalità del tutto fuori dalle ottave dell’immigrato da Savignone, cresciuto nel rione Oltre Bisagno, e oltre la Ferrovia, di San Fruttuoso, una Genova di serie B per i genovesi doc. Si sa che queste frustrazioni sono inconfessabili ma pesano tutta la vita. Non escluderei che nel tradimento da parte di Grillo nei confronti dei genovesi dopo il crollo del Ponte Morandi c’è anche un po’ di regolamento di conti verso una città che non lo ha mai amato. Lui peraltro abita a Sant’Ilario, che fa parte di Genova solo dal 1926 per decisione di Mussolini ma che per i genovesi doc resta un paese della Riviera di Levante, oltre Nervi, in partibus infidelium.

Ma non ci sono  solo Beppe Grillo e i suoi giannizzeri nella lista dei nemici dei giornali e dei giornalisti. A sinistra si ricorda Berlusconi col suo “editto bulgaro”, perché di mezzo c’erano due loro santini, Enzo Biagi, Daniele Luttazzi e Michele Santoro. È un po’ una prova della incapacità dei giornalisti militanti di sinistra (che sono altra cosa dai giornalisti e dai giornalisti di sinistra) di avere una visione un po’ più ampia. Perché il peggio Berlusconi lo diede qualche anno dopo a Praga (forse gli ex Paesi dell’Est lo stimolavano, forse era la vicinanza del suo amico Putin, noto amico della libera stampa), quando disse:

“Andate al diavolo. Veramente non se ne può più. Questa è calunnia nei miei confronti e disinformazione nei confronti dei lettori. […] Quindi ad un certo momento non voglio arrivare a dire di fare azioni dirette e dure nei confronti di certi giornali e di certi protagonisti della stampa, però sono tentato perché non si fa così…”.

Ma quale tipo di azioni?, chiesero i giornalisti.

“Perché – risponde Berlusconi – voi pensate che se io dico: non guardate più una tv o altro, non c’è nessuno che mi segue in Italia?”.

Per nostra fortuna Berlusconi è un venditore, incapace di azioni conseguenti. Per i suoi servitori fu facile espellere dalla Rai Biagi, Luttazzi e Santoro; costruire misure repressive richiedeva uno sforzo troppo grande. Berlusconi non è Mussolini, nel bene e nemmeno nel male.

Gli ha fatto spesso eco Massimo D’Alema, in più occasioni. Da quando disse “Non leggete i giornali, guardate la tv” davanti a un drappello di giornalisti di Repubblica estasiati perché allora lui era la loro stella polare; a quando ha gratificato con “Lei è uno stupido” il direttore dell’Espresso Marco Damilano.

In verità, la colpa più grave di D’Alema nei confronti della stampa non è nell’appello al boicottaggio né negli insulti. Pochi ormai lo prendono sul serio, pensate a quanti hanno votato Leu…