Berlusconi: riforme di Renzi sbagliate, ma le farà saltare come la Bicamerale

di Senator
Pubblicato il 7 Aprile 2014 8:05 | Ultimo aggiornamento: 6 Aprile 2014 20:05
Berlusconi: riforme di Renzi sbagliate, ma le farà saltare come la Bicamerale

Renzi parla ma Berlusconi guarda e aspetta il momento giusto per farlo saltare

Sono passati 15 anni dalla fine ingloriosa della Bicamerale, la Commissione per le riforme istituzionali presieduta da Massimo D’Alema, che aveva prodotto nel corso di alcuni mesi di lavoro una serie di relazioni nelle quali veniva profondamente modificato il sistema istituzionale, la forma di Stato e di governo, l’ordinamento della magistratura.

Per lungo tempo le proposte che emergevano in commissione furono avallate dalla maggior parte delle forze politiche di centrodestra e di centrosinistra. Si parlava di una entente cordiale tra D’Alema e Berlusconi e sembrava certa una conclusione condivisa dei lavori, quando improvvisamente Berlusconi fece fallire l’iniziativa.

Devo dire che mentre alla vigilia di quell’evento la maggior parte degli osservatori era convinta che ormai l’accordo fosse solido e avrebbe portato alla presentazione di un disegno di legge di riforma costituzionale nel senso delineato nelle relazioni che la Commissione aveva elaborato, io, che ne facevo parte, avevo da tempo maturato la convinzione, mai pubblicamente espressa ma percepibile nell’atteggiamento di molti, che non sarebbe stato interesse di Berlusconi dare a D’Alema la corona del riformatore della Costituzione.

Anche oggi, nel momento in cui il Governo e il partito del Presidente del consiglio accelerano sulle riforme, devo convenire con alcuni illustri costituzionalisti, assai poco meditate, non comprendo quale utilità possa venire a Berlusconi ed al centrodestra da un successo di Renzi le cui intuizioni consegnate in alcuni titoli di agenda, dalla riforma dell’amministrazione a quella del fisco alla semplificazione istituzionale trovano nelle proposte del governo soluzioni fortemente criticabili sul piano tecnico e anche della effettività dei risultati che si possono attendere.

In queste condizioni, pur essendo evidente che gli annunci hanno ancora una volta una qualche suggestione, la riduzione dei costi della politica, l’accelerazione dei pagamenti delle P.A., una manciata di euro in più in busta paga, comincia a farsi strada la convinzione che, passando dalle parole ai fatti, molte idee si sgretolano, molte aspettative rimangono deluse e che dietro le parole ci sia poco, a volte anzi niente, con la conseguenza che comincia ad emergere una qualche delusione rispetto alle promesse di Renzi. Una importante carta elettorale per Berlusconi.

In sostanza c’è da chiedersi se Berlusconi ha interesse a comparire come coautore di riforme di scarso impatto sulla gente (al di là degli 80 euro il cui effetto lo stesso premier ha immediatamente minimizzato quando ha fatto l’esempio della maestra che con quella somma compra un libro di più o porta una volta i figli a mangiare una pizza).

Una domanda alla quale si deve dare una risposta negativa. Perché il leader di Forza Italia non ha interesse a condividere con Renzi riforme che, ove avessero effetti positivi, il Presidente del consiglio se le intesterebbe, anche quelle sollecitate o volute da Berlusconi, perché potrebbe dire che comunque è stato lui l’iniziatore della riforme e lui che ha coinvolto Berlusconi. Nessun vantaggio per Forza Italia, perché sui mass media non appare un Berlusconi che incalza il Presidente del consiglio il quale, semmai, è colui che lo trascina.

Molto meglio per Berlusconi puntare su alcune situazioni in cui le promesse non sono state mantenute o spiegare, come nel caso della riforma del Senato, che riforma in effetti non è. Che senso ha un’assemblea di sindaci e di presidenti delle regioni con i loro piccoli e grandi problemi sempre comunque visti nell’ottica municipale o poco più lunga, mai comunque in una visione nazionale, come dimostra il fallimento della riforma del 2001 del titolo V della Costituzione che non pochi problemi ha portato alla governabilità dell’Italia tanto che proprio la sinistra, che quella riforma aveva voluto, è oggi in prima fila tra quanti intendono modificarla.

In queste condizioni Berlusconi ha interesse a far saltare il tavolo, non tanto per un gretto egoismo di partito, ma perché non è condivisibile da parte di un’ampia fascia dell’elettorato moderato lo spirito col quale si stanno portando avanti le riforme: se sbagliate le cambiamo. Come se si trattasse di una leggina qualunque e non di intervenire sulla Costituzione, la legge delle leggi per definizione destinata a durare nel tempo.

Un modo di ragionare che dimostra i limiti dello spirito innovatore, quello del “Sindaco d’Italia”, che era sembrata una buona idea prima di accorgerci che il Sindaco, in realtà, guarda ai confini del contado e non più oltre. Infatti non siamo in Francia dove l’esperienza municipale da sempre guarda alla grande politica nazionale. Questa è l’Italia dei campanili, con tutti i vantaggi e i limiti di questo approccio ai problemi.