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L’ultimo Referendum sulla Magistratura ha dimostrato che il popolo è più vicino ai Giudici che alla Politica. Qualche settimana dopo, i rappresentanti dello stesso popolo alla Camera hanno istituito la “Giornata nazionale delle vittime degli errori giudiziari”. Bisognerebbe allora chiedere alla “gente” in modo esplicito: “Quale Giustizia vorresti?”
La domanda può apparire retorica, ma se fai un po’ di Storia non è così. Una Magistratura che avesse contrastato il nazifascismo dichiarando illegittime le leggi razziali, avrebbe forse evitato la Seconda Guerra mondiale. Una Giustizia che riuscisse a dare libera voce alle opposizioni politiche in Russia, sarebbe manna dal cielo per gli ucraini. Il fatto è che la Giustizia è forte nelle democrazie, con le autarchie china la testa.
Quando il conflitto tra Giudici e Potere governativo si fa esasperato, le democrazie diventano deboli. È quindi essenziale arrivare ad una suddivisione dei poteri chiara e stabile tra Giustizia, Politica e Governo, per la sopravvivenza stessa della democrazia.
La supremazia della Giustizia rispetto alla “Politica” non è una “prevaricazione”: sono i partiti a dare lo scettro ai Magistrati, perché tutti i “dossier” finiscono nelle stanze dei Pm. Non si tratta di abuso giudiziario ma di “suicidio collettivo” delle istituzioni elettive. Gli scandali a sfondo politico sono innescati da individui che cercano di diventare famosi delegittimando il “potere”: se ogni tanto vengono messi in piazza i loro panni sporchi, non è certo un danno per la Nazione.
Il vero interrogativo del giornalismo politico d’inchiesta è il seguente: il professionista va alla ricerca di notizie in quanto “cane da guardia” della morale pubblica, oppure fa trapelare notizie di reato senza fondamento, contando su iniziative giudiziarie di magistrati “amici”? Per contrastare il rapporto incestuoso tra magistrati e giornalisti, non basta una Magistratura “Autonoma”, occorre far conto sulla “Terzietà” dei giudici.
Molti ricorderanno i film di Perry Mason, dove l’avvocato contestava la nomina dei membri di una giuria per avere espresso simpatie pubbliche a favore di qualche categoria sociale, etnica, politica e così via. Nella cultura della “common law”, nessuno può essere chiamato a decidere sulla sorte di una persona, avendo idee preconcette che possano influenzare l’obbiettività del giudizio.
La Giustizia italiana ha superato il “tabù” della “Terzietà”: il Magistrato deve stare dalla parte delle classi deboli, deve interpretare le leggi per tutelare i diritti degli immigrati e per contenere le polizie e le burocrazie invasive, in nome di una Costituzione ormai datata. Per lunghi decenni abbiamo assistito a esternazioni di “affinità” di magistrati con gruppi e movimenti, e chiunque poteva verificare la partecipazione di militanti togati a cortei antigovernativi. Per attuare al meglio la loro missione salvifica, questi Pm hanno legittimato le “intercettazioni” a strascico, i reati “civetta” e tecniche sbrigative di indagine che nelle altre democrazie sono proibite.
Tutto ciò dimostra che la “Terzietà” dei giudici è stata a lungo compromessa. Il principio costituzionale di Autonomia della Magistratura è servito a tutelare il magistrato che tradisce il principio della “Terzietà”.
I pretori del lavoro e quelli d’assalto, i magistrati ambientalisti, le sterminate indagini senza tempestiva verifica pubblica nei processi, costituiscono episodi della “supplenza giudiziaria” rispetto alla Politica. Ciò che offusca questa stagione è che molti “togati” hanno seminato infinite vittime sul loro cammino e quando hanno dismesso la toga per fare politica, si sono comportati allo stesso modo dei politici di carriera che loro stessi arrestavano.
Il secondo principio della “common law” è che bisogna tener conto delle decisioni assunte in passato dalle Corti su casi analoghi, per impedire la giurisprudenza “creativa” cioè la “difforme” interpretazione della stessa legge da parte del singolo magistrato. Anche questo tabù è stato “vittoriosamente” respinto: Mani pulite avrebbe innovato in radice le sentenze di cinquant’anni precedenti sul falso in bilancio ed avrebbe trasformato in prassi ordinaria l’arresto prima della condanna.
È forse legittimo l’esercizio del potere giudiziario quando è giustificato da Ideologie o Principi etici? L’esempio emblematico di questo “malessere” di molti giudici è stato quello della magistrata suicida Charlotte Guichard in Francia. Il 23 novembre 2021 “Le Monde” pubblicava un manifesto che sottolineava la discordanza tra l’aspirazione a una giustizia “democratica” e la mediocrità del “quotidiano”. Tuttavia, la Magistratura non può sentirsi appagata limitandosi a moralizzare i rapporti politici ed economici delle élite.
La stampa rileva che la quasi totalità delle denunce di scippi e furti, non dà luogo a condanne. La criminalità non dovrebbe trovare una astratta “differenziazione classista” dal momento che a ogni livello di ricchezza si trovano profittatori che vanno puniti e vittime che occorre tutelare.
In Italia, la Magistratura ha dovuto risolvere problemi molto più gravi rispetto ad altre società civili europee. Il popolo italiano ignora o dimentica le lotte per il potere all’interno delle Istituzioni, come la spartizione delle zone d’influenza delle forze armate, che aveva alimentato la tradizionale rivalità tra i singoli corpi.
Nel 1992 si era scatenato il conflitto per ottenere la direzione politica dei servizi segreti, controllati dagli americani fino alla caduta del muro di Berlino. Il paese ignora tuttora la verità sui casi Mattei, Ustica, Moro e sui mandanti dei principali attentati terroristici nell’Italia dei “misteri”.
I magistrati del pool di Mani pulite indagavano e arrestavano i giudici romani; il procuratore capo di Roma, Michele Coiro, condannava le forzature e gli abusi della carcerazione preventiva auspicando che “quanto prima venga recuperato lo stato di diritto”.
Le vere battaglie alle mafie le facevano Falcone e Borsellino, che non avevano padrini politici ed erano invisi da forze interne alla Magistratura orientate a sinistra. Questi magistrati erano lasciati soli dal governo perché non si può affidare alla Magistratura un compito così “sovrumano”: le “famiglie” le puoi combattere solo con l’impiego massiccio delle forze di polizia, dei servizi segreti e dell’esercito, come era accaduto negli Stati Uniti. Nessuno Stato ha debellato del tutto le mafie, che rinascono “mutato nomine” e si riproducono come le malattie infettive. Il 17 agosto scorso si sono tenuti i funerali religiosi del ras criminale campano Franchino Pesacane, con grande partecipazione popolare.
L’omicidio di Enzo Tortora è dipeso da un pugno di magistrati, secondo i quali le confessioni di tre pentiti costituivano prova di colpevolezza dell’indagato. L’idea che le testimonianze dell’assassino di un bimbo sciolto nell’acido, di un capo clan che organizza attentati con bombe al napalm, di un “grassatore” di interi quartieri, se messe assieme, potessero diventare verità processuale, ci dovrebbe semmai fare inorridire. Eppure, i responsabili di questa “giurisprudenza” hanno fatto carriera fino ai massimi gradi della Magistratura.
La supremazia della Magistratura rispetto alla Politica è l’ovvia conseguenza della demonizzazione etica dei partiti: uno “choc” sociale che limiterà l’esercizio della “Sovranità popolare” ancora per parecchio tempo.
Per queste ragioni, uscire dall’epoca dei conflitti tra Istituzioni per imboccare la via della democrazia autentica è compito anzitutto delle giovani generazioni di Magistrati, che devono avere piena coscienza di una “società reale” molto diversa da quella che i loro predecessori avevano immaginato.