Angelo Costa dopo cinquant'anni: l'eredita, i cambiamenti (Fonte Ansa) - Blitz Quotidiano
Finalmente la Confindustria di Genova, e sopratutto la famiglia Costa, hanno onorato come meritava la memoria di Angelo Costa, nell’occasione del Cinquantesimo dalla sua morte nell’estate del 1976. La sua famiglia ha preparato per ricordarlo un libro intelligente perché scritto per offrire spunti dall’esempio di questo grande uomo. L’Associazione degli Industriali (come si chiamava ai suoi tempi) ha organizzato un convegno a bordo di una nave Costa sui temi stringenti dell’attualità con i vertici nazionali e un lotto di esperti.
La Genova che Costa, capostipite di una famiglia di grande esempio imprenditoriale, civile, sociale e non solo per le regole che si era data, ha lasciato era una città ancora pienamente industriale, nella quale i corpi intermedi, quali la sua Confindustria, esercitavano un ruolo chiave nella spinta per lo sviluppo. Incominciavano gli “Anni di piombo” del terrorismo ed erano già suonate le campane a morto della grande crisi della de-industrializzazione, che avrebbe svuotato fabbriche e uffici, indirizzando in altro modo il destino. E colpendo lo storico porto genovese dove i traffici calavano a picco.
I mattoni dello sviluppo economico nei decenni precedenti erano stati messi uno uno sull’altro da uomini come lui e certamente non solo a Genova. Basti pensare all’ operazione dell’autonomia funzionale per le banchine dell’ Italsider, che era stata concordata da lui e da Giuseppe Di Vittorio, il grande segretario della CGIL. Insieme quei due grandi personaggi concordarono il meccanismo per permettere alle navi che trasportavano il prodotto siderurgico semilavorato di scaricare sulle banchine genovesi sulle quali gravavano i monopoli.
Anche il rilancio della flotta mercantile e, sopratutto, la creazione del traffico delle crociere si devono a quel signore genovese che per primo andò a trattare negli Stati Uniti l’acquisto delle Liberty da trasformare , seguito poi da tanti armatori anche e sopratutto genovesi, che costruirono così gli anni d’oro Cinquanta e Sessanta di grandi traffici e grandi leadership, alimentando tanti settori, compreso anche quello fondamentale della cantieristica e delle riparazioni navali.
Bisogna chiedersi quale eredità è stata lasciata da un uomo di quella portata, che fu anche un grande arbitro della città, il personaggio davanti al quale si poteva portare qualsiasi questione, da quelle nate nel suo mondo industriale e armatoriale alle altre che riguardavano qualsiasi conflitto, contesa, diatriba esplosa in città. Una specie di padre nobile, che sapeva ascoltare e mediare dall’alto della sua autorevolezza, mescolata a un impareggiabile understatment zeneise.
Da un punto di vista famigliare il “codice” dei Costa, seppure nelle trasformazioni epocali di quello specifico capitalismo famigliare, è rimasto intatto in tanti e diversi rami di quella dinastia, che comunque mantengono in tutti i propri eredi di tante generazioni lo stesso imprinting.
Nel 1989 si è conclusa la storia della flotta Costa, venduta agli americani della Carnival, che però hanno mantenuto e mantengono nel mondo quei fumaioli con la “C”, un simbolo incancellabile di una grande storia. All’epoca si erano mano a mano chiuse le altre attività di riferimento, da quella originaria del grande commercio dell’olio alle altre, legate al mondo marittimo e commerciale. Si chiudeva una crisi davanti alla quale il sistema famigliare Costa non poteva reggere, prigioniero di una compartimentazione interna e sottoposto oramai agli strappi di un mondo che cambiava.
Ma sostenere che oggi, tanti anni dopo, i Costa non ci sono più è sbagliato. L’attività più visibile è stata ed è l’Acquario di Genova che con coraggio e lungimiranza alcuni dei Costa, a partire da Beppe, che ne è stato ed è il regista e ne amplifica la prospettiva in tante iniziative italiane, a Nicola che era stato il primo a crederci a Bacci, che si è sempre impegnato . Anche se oggi, con un’operazione recente, l’impegno finanziario nella Costa Edutainement si è ridotto, il segno resta e fa un po da catalizzatore alle altre “firme” famigliari.
Ci sono i Costa che hanno continuato a occuparsi d’olio, per esempio, attività-matrice della storia dinastica. C’è chi ha scelto altre strade, ma il vincolo tra tante famiglie discendenti da quelle base, la cui geografia era impossibile da decifrare per gli esterni all’albero genealogico, nella inesorabile nomenclatura che spesso elencava i nomi seguiti da un numero , Giacomo I, Giacomo II e Giacomo III, è rimasto saldo e si consacra ogni anno, in un Capodanno che riunisce ovviamente telematicamente le centinaia di Costa sparsi per il mondo.
Quello che forse manca, anche se non del tutto è il ruolo “pubblico”, che al di fuori delle cariche e delle investiture, Angelo Costa rivestiva. La sua personalità garantiva come una spinta nella società civile, un movimento di aggregazione, che probabilmente nel tempo non era più possibile in quella misura.
Nel contempo personaggi come Beppe Costa e Nicola con il loro impegno in enti e Associazioni, da palazzo Ducale a Assiterminal, alla Gog, al Carlo Felice sono costantemente al centro delle vicende genovesi sul fronte della società civile. Senza dimenticare l’importanza che ha avuto Bianca Costa nel creare il Ceis, uno dei motori dell’ assistenza ai deboli ai fragili, oggi in mano a un altro dei suoi figli, Enrico.
Ricostruire la figura di Angelo Costa serve proprio anche a questo. Agganciare al filo delle sue imprese un percorso genovese nel quale il ruolo della grande famiglia resta significativo, mentre passano le generazioni e si succedono le epoche dello sviluppo genovese e non solo con mutazioni sostanziali nelle strutture economiche e sociali, è allora un’operazione che va al di là della memoria sacrosanta così ben coltivata con il libro e il convegno.