Politica

Antisemitismo, Kenneth Stern contro l’uso della definizione IHRA: “È maccartismo”

Colpo di scena! Il governo italiano vuole trasformare in legge il DDL 1004, gia approvato al senato, di “contrasto all’antisemitismo” per adottare anche in Italia la definizione – già in vigore negli USA e in Germania – data dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) del cosiddetto antisemitimo. Ma, ecco il colpo di scena, l’ebreo Kenneth Stern, sionista convinto e principale estensore nel 2004 di tale definizione, in una lunga e interessante intervista ne sconsiglia l’adozione in legge perché la ritiene addirittura pericolosa. Pericolosa perché? Stern – 73 anni, avvocato e studioso, attuale direttore del Bard Center for the Study of Hate – è molto chiaro: perché “alimenterà un nuovo maccartismo”.

Ricordiamo che il maccartismo è la caccia alle streghe avvenuta negli USA durante gli anni della guerra fredda di tutto ciò che poteva parere più o meno filocomunista o comunque sovversivo. Come spiega l’enciclopedia Treccani, il nome di tale caccia alle streghe deriva “dal nome del senatore Joseph Raymond McCarthy,che diresse una commissione per la repressione delle attività antiamericane, sottoponendo a vigilanza centinaia di persone e operando attacchi personali (per mezzo di accuse in genere non provate) nei confronti di funzionari governativi, uomini di spettacolo e di cultura ecc., da lui considerati comunisti e, in quanto tali, responsabili di minare i fondamenti politici e ideologici della società americana. Alla fine persino alcuni membri dell’esercito furono messi sotto accusa, provocando la reazione del presidente Dwigth Eisenhower”.

Purtroppo ci è concesso di pubblicarne solo stralci, ma l’intervista a Kenneth Stern vale la pena leggerla per intero. Realizzata  nel corso di una diretta su X presso il canale divulgativo di Officine Shay dalla direttrice Federica D’Alessio della rivista online Kritica.it, l’intervista è quanto mai utile anche per capire quanto sta avvenendo in Italia riguardo tale argomento e i rischi che corriamo. Ne parlerò in un prossimo apposito articolo citando autori ebrei e israeliani, perciò per ora tralasciamo che:

– è semita solo il 15-20% dell’intero mondo ebraico mentre l’80-85% è composto da discendenti di popolazioni ariane convertite all’ebraismo per decisione del loro re Bulan solo nell’VIII secolo d. C.;

– e che sono semiti i palestinesi, gli arabi, i libanesi, ecc.

Nel 2004 lei è stato il principale redattore della definizione di antisemitismo poi adottata dall’IHRA nel 2016. Da anni osserva e denuncia gli usi impropri della definizione di antisemitismo dell’IHRA. In uno dei suoi articoli ha persino affermato che la maggior parte degli usi che ne sono stati fatti sin dalla sua prima pubblicazione sono stati un “pessimo affare”, proprio per evidenziare un fallimento fondamentale delle intenzioni stesse con cui Lei stesso aveva redatto la definizione. Che cosa ha trovato particolarmente allarmante, in tutti questi anni, nell’applicazione della definizione dell’IHRA? La quale, ricordiamo, fungerà da definizione operativa, con tutti i suoi indicatori ed esempi, per la Legge 1004 “contro l’antisemitismo”, che sta per essere approvata in Italia.

Sì, nel 2004 sono stato il principale redattore di un testo contenente una definizione operativa di antisemitismo, che purtroppo, a partire dal 2010 circa, è stata utilizzata per cercare di reprimere la libertà di espressione. In origine era stata concepita per aiutare a monitorare il livello di antisemitismo in Europa in particolare, ma è stata utilizzata per affermare che se qualcuno viola ciò che, secondo qualcuno, la definizione stabilisce, in particolare riguardo a Israele, sta esprimendo antisemitismo. Nella nostra idea, la definizione rappresentava uno strumento per chi raccoglie dati per valutare il livello di antisemitismo, che a volte è legato a questioni riguardanti Israele. Non è mai stato inteso per stabilire se, quando qualcuno dice qualcosa su Israele che le persone percepiscono come contrario alla definizione di antisemitismo, tale affermazione sia antisemita o debba essere soppressa. […] C’è un elemento che tendiamo a dimenticare in tutto questo, espresso in modo molto succinto da uno studioso della Pennsylvania. Ha detto che è più importante concentrarsi su ciò che l’antisemitismo provoca, piuttosto che impantanarsi nelle definizioni di cosa sia l’antisemitismo, e questo è parte del problema.

Attualmente in Italia c’è un forte interesse a capire se esistano esempi di notizie o di uso improprio della definizione, oltre a quelli da lei accennati, in modo che le persone possano comprendere più da vicino come la definizione possa essere applicata. Con la specifica che, mentre in altri paesi la definizione non è stata adottata a livello giuridico, né come strumento di diritto, e nonostante il fatto che la definizione stessa non fosse stata concepita per diventare giuridicamente vincolante, l’Italia si sta avvicinando alla fase in cui la definizione dell’IHRA verrà inserita nella legislazione, e verrà utilizzata per regolamentare ambiti chiave, in particolare quelli pedagogici come scuole e università.

Gli esempi non mancano. Purtroppo, uno di questi si sta verificando proprio ora in Australia. Stanno applicando quella definizione all’interno di un’associazione di operatori sanitari, e il timore è che, se qualcuno pubblica qualcosa su Gaza ritenuto da altri violento secondo quella definizione, possa vedersi revocare la licenza medica. E questo non ha nulla a che vedere con il fatto che si sia o meno un buon medico o un buon infermiere. In Germania, dove la definizione dell’IHRA è stata adottata dal governo, l’hanno applicata agli ebrei che protestavano contro la guerra a Gaza, etichettandoli come antisemiti. E come ha osservato qualcuno in un commento: «Non è ironico che la Germania stia decidendo ancora una volta cosa significhi essere un buon ebreo, quali siano i valori ebraici?». Nel Regno Unito la usano per reprimere manifestazioni in cui si definisce Israele uno Stato di apartheid. Negli Stati Uniti è stata utilizzata in uno degli accordi dell’amministrazione Trump, anzi in molti di quelli che l’amministrazione Trump ha orchestrato. E questo ha portato un professore sopravvissuto all’Olocausto, esperto di genocidio, ad affermare: «Non so se potrò continuare a insegnare, perché se cito Hannah Arendt o altre fonti che vengono interpretate come contrarie alla definizione, questo diventerà un problema». E ci sono tantissimi altri esempi. […]

Non credo che nessuna definizione di antisemitismo dovrebbe essere utilizzata da uno Stato per stabilire cosa sia lecito dire su questioni politiche e cosa no. Questo è maccartismo, ed è davvero problematico.

Mi chiedo se non vi sia un problema insito negli indicatori contenuti nella definizione originale di antisemitismo adottata dall’IHRA. In particolare, mi chiedo se non sia stato forse trascurato il fatto che la politica israeliana – proprio come qualsiasi politica di qualsiasi Stato – nel corso del tempo, a prescindere dalle nostre opinioni personali sul sionismo, sia comunque una politica soggetta a cambiamenti; e che quindi la definizione di antisemitismo formulata da Kenneth Stern nel 2004, successivamente adottata da IHRA, non abbia la stessa valenza nel 2026. […] Alla luce di ciò, chiedo: in che misura una serie di esempi all’interno della definizione cambiano di senso? Perché a “ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele” oggi è Israele stesso, dato che si definisce uno Stato ebraico. Tant’è che, pur essendoci — e in effetti ce ne sono molti — esempi di dissidenti ebrei, in particolare quelli che dissentono riguardo ai recenti eventi legati al genocidio del popolo palestinese, stiamo addirittura arrivando al punto in cui ad alcuni di loro viene revocata la cittadinanza proprio perché sono dissidenti, come è accaduto ai due autori del film NAZA, per esempio, proprio di recente.

Il problema di come viene applicato questo documento è duplice. Da un lato, si tratta fondamentalmente di privilegiare una narrazione rispetto a un’altra. La realtà è che esiste un legame ebraico dominante con quella terra, la narrazione degli ebrei che tornano nella loro patria ancestrale. E c’è la narrazione palestinese secondo cui “noi siamo qui da sempre”, mentre questi [gli ebrei: ndr] sono, come dire, arrivati da fuori e, pur avendo forse avuto un legame con quella terra, stanno arrivando e stanno di fatto controllando le nostre vite. E queste due narrazioni sono forse reciprocamente incompatibili […], invece di chiedersi: come possiamo conciliare queste due narrazioni fra loro?

Per quanto riguarda il film NAZA, non l’ho ancora visto, ma penso che sia un’osservazione davvero valida. Il problema sorge quando Israele afferma, in sostanza, che alcune persone che hanno realizzato un film in cui vengono mostrati problemi apparentemente enormi nel modo in cui Israele si comportava a Gaza, sono dei traditori. In pratica li definisce “non ebrei” e minaccia di privarli della cittadinanza. Si tratta di una minaccia alla libertà di espressione, anziché di una risposta in cui si spieghi cosa, dal loro punto di vista, sia sbagliato.

I sostenitori delle definizioni dell’IHRA, che affermano: “Oh, non sono giuridicamente vincolanti, ma le useremo nella legislazione», stanno facendo la stessa cosa. […] “Guardate, abbiamo la possibilità di perseguire le espressioni che non ci piacciono. È sancito dalla legge e vi perseguiremo”. Questo effetto dissuasivo sulla libertà di espressione è dannoso sotto diversi aspetti […] danneggia le nostre democrazie perché quando si definiscono certi tipi di discorsi come inaccettabili – e so che l’Italia ha una tradizione diversa dagli Stati Uniti, dove vige il Primo Emendamento – si crea comunque un impulso autoritario, specialmente quando c’è disaccordo politico su questioni come questa.

Alla luce di questi ultimi tre anni in particolare, e degli usi strumentali di cui ha parlato finora, riscriverebbe la definizione di antisemitismo che ha redatto nel 2004? Lei non ha mai firmato la Dichiarazione di Gerusalemme, né ha mai rinnegato la definizione di antisemitismo adottata dall’IHRA. Ora, sulla base dei dibattiti attualmente in corso in Italia, un partito in particolare — il Partito Democratico — ha preso posizione, dichiarandosi disposto a votare a favore del disegno di legge così come è stato redatto, a condizione che al posto della definizione di antisemitismo dell’IHRA venga adottata la definizione di Gerusalemme, che è stata formulata proprio in risposta agli usi strumentali della definizione dell’IHRA e che, in un certo senso, tutela l’antisionismo come forma di libertà di espressione. Ritiene che questa possa essere una soluzione?

Ottime domande. No, non modificherei in alcun modo la definizione rispetto a quanto previsto nel 2004. […] Il problema è l’uso della definizione contenuta nella legge per cercare di limitare la libertà di espressione politica. Sì, c’è la Definizione di Gerusalemme, come lei ha detto, ci sono altre definizioni come quella proposta nel Progetto NEXUS. Non credo che nessuna di queste dovrebbe essere utilizzata da uno Stato per stabilire cosa sia lecito dire su questioni politiche e cosa no. Questo è maccartismo, ed è davvero problematico. […]

Non avrei mai pensato che [il mio lavoro] sarebbe stato strumentalizzato in questo modo per colpire nuovamente la libertà di espressione. E ciò che mi preoccupa di più in tutto questo non è solo l’abuso della definizione, è l’abuso della legge e l’abuso della libertà di espressione. […] Ed è proprio questo, secondo me, che è davvero pericoloso.

 

Chi volesse sentire le risposte di Stern alle domande dei docenti Valentina Pisanty, Massimo Amato e Nicola Perugini, e Anneliese Baldaccini di Amnesty International poste nella seconda parte della trasmissione può ascoltarle nella registrazione dell’evento, a partire dal minuto 75.

Published by
Pino Nicotri