Politica

Askatasuna, dallo sgombero al carico di violenza e odio. E i politici si dividono ancora

Difficilmente chi vive a Torino potrà dimenticare quel che è successo sabato durante e dopo la manifestazione di protesta per lo sgombero del centro sociale di Askatasuna. Le immagini della tv hanno mostrato quanta violenza e quanto odio si nasconda (ma non troppo) nel nostro Paese. Alla fine, il bilancio è questo: tre arresti, ventiquattro denunce, cento agenti feriti, fra i quali quel poliziotto di Padova aggredito e preso a martellate da un gruppo di mascalzoni che è difficile definire. Macchine incendiate, automezzi della polizia ormai inservibili, vetrine infrante, sassaiole, spranghe e bastoni con cui picchiare chi cercava di mantenere l’ordine pubblico.

Che non si sapesse quel che poteva accadere è una falsità bella e buona. Girava fra i mascalzoni che hanno messo a ferro e a fuoco la città un manualetto di istruzioni che si doveva imparare a memoria. Contro i lacrimogeni si usi l’aceto o il succo di limone, dobbiamo dimostrare che se loro vogliono la guerra noi siamo pronti. Se non la guerra, una guerriglia c’è stata con il beneplacito di chi doveva accusare invece di manifestare. Nel corteo, infatti, erano in prima fila un onorevole di Alleanza Verdi e sinistra (non vogliamo nemmeno nominarlo) ed alcuni esponenti di minoranza della giunta comunale e provinciale. I quali sono stati subito pronti a stigmatizzare la violenza, ma se  si sapeva quel che poteva accadere ed è accaduto perché, invece di scendere in piazza, non se ne sono rimasti a casa?

Ora da sinistra, parte il coro: si vuole strumentalizzare un corteo che pacifico era e che tale doveva rimanere. Si punta il dito a parole contro i responsabili rei di quanto è successo, ma poi si va alla ricerca di un qualcosa che giustifichi la violenza. Perché il ministro Piantedosi ha voluto sgomberare quel centro (Askatasuna) quando il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, stava per raggiungere un accordo con gli abusivi che da anni occupavano quell’edificio. “Per incontri culturali e dibattiti politici che avevano il solo scopo di esporre le proprie idee”, dice gran parte della sinistra. Allora perché quando è stato deciso di sgomberarlo è stata organizzata una manifestazione che con la cultura non ha niente a che fare?

Immediatamente dopo gli incidenti di Torino, si è subito alzata la voce contro i manifestanti. “La violenza non è il nostro credo”, hanno ripetuto come un ritornello molti esponenti, anche di spicco, dell’opposizione. Ventiquattro ore dopo, forse meno, sono partiti i primi distinguo “contro la solita destra che ha sempre amato il manganello, ma ora si meraviglia se un gruppo di mascalzoni (che non hanno niente a che fare con noi) usa le loro stesse maniere”.

Elly Schlein telefona immediatamente alla Meloni per dire che stavolta maggioranza e opposizione debbono essere unite. Bene, un plauso alla segretaria del Pd. Purtroppo, però, tanti alleati che fanno parte del suo sogno – il campo largo – non sono stati e non sono della sua idea. A parole hanno condannato gli episodi di Torino per poi fare marcia indietro non solo con i dubbi, ma partecipando attivamente ai talk show con il solito refrain che le forze dell’ordine sono insufficienti e che per questo si ripetono atti irresponsabili che altrimenti, non dovrebbero accadere.

Per farla breve, si cerca di voltare la frittata con una buona dose di faccia tosta. Se, ad esempio, la Schlein avesse voluto dimostrare la sua “distanza” dalla guerriglia perché non è corsa a Torino al capezzale di quegli agenti percossi selvaggiamente dal gruppo dei terroristi svelati dalle immagini televisive? Forse era impegnata a risolvere una delle tante controversie del suo partito che in parte la vorrebbe far fuori?

Comunque sia, la cartina di tornasole è alle porte, perché il governo vuole assolutamente, quanto prima, varare un nuovo disegno di legge che non dia la possibilità a questi individui di continuare a delinquere e poi di uscirne per una “benevolenza” della magistratura che a volte non ha gli appigli per poterli incastrare e mandarli in galera per il tempo che meritano. Presto, allora, probabilmente nel giro di un paio di settimane, il governo varerà una nuova serie di misure assai più restrittive. Che cosa faranno il Pd e i suoi cespugli? Saranno con la segretaria di via del Nazareno che ha promesso “partecipazione e consenso” o troveranno mille scappatoie per dire ancora una volta “no” alla maggioranza? Magari accusando l’esecutivo di autoritarismo, di “deriva fascista”, di provvedimenti che non serviranno a nulla? La Schlein farebbe bene a parlare con quanti ritiene siano suoi alleati. Tanto per essere chiari con i 5 Stelle e i gemelli Fratoianni e Bonelli.

Di Torino se ne potrà parlare un paio di giorni, poi basta. Interessiamoci invece di un dipinto che si può ammirare nella centralissima chiesa di San Lorenzo in Lucina a Roma. C’è un angelo che ospita il busto di Umberto II di Savoia che somiglia troppo a Giorgia Meloni. “Questa è propaganda bella e buona. Ci si serve pure dell’arte per stare dalla parte della premier”, sostengono gli ultras della sinistra. “Un angelo non mi pare proprio di essere”, replica ironicamente la leader di Fratelli d’Italia, Questi sono problemi di primo piano, non le violenze e le devastazioni di Torino.

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Bruno Tucci