Massimilano Cencelli in una foto Ansa
Se ne è andato nei giorni scorsi a 90 anni compiuti il cavalier Massimiliano Cencelli, inventore del Manuale, che tra anni Settanta e Novanta governava le spartizioni della politica, in base al peso del proprio bottino elettorale.
Era un tavianeo di ferro questo gentiluomo, sempre elegantissimo, figlio dell’autista di Pio XII e parente di un aiutante discendente di Leone XIII.
Abitava vicino al Vaticano e lavorava come segretario particolare di Adolfo Sarti, uno dei due enfant prodige dei tavianiei doc, insieme a niente meno che Francesco Cossiga. Erano loro due i dioscuri della corrente minoritaria del grande genovese che, però, era spesso determinante negli equilibri della cosidetta “Balena Bianca”.
Si può dire che il manuale di Cencelli sia stato, quindi, anche farina del sacco di Paolo Emilio Taviani, genovese tra i più importanti della storia ligure recente, tanto grande quanto dimenticato dalla politica di oggi, dove dominano i leaderismi mediatici, le chiacchiere e distintivo, ma poco sostanza.
Ci ho lavorato con Cencelli, quando mi era capitato di essere al fianco di Adolfo Sarti, il tavianeo più acculturato del suo gruppo dei “pontieri”, con Cossiga mediamente il meno visibile e sempre un po’ sottotono, inpronosticabile sulla carriera che avrebbe fatto dopo, anche quando Taviani era oramai scomparso, ma anche prima, quando il vecchio senatore lo seguiva perfino con un po’ di stupore nella sua ascesa massima fino al Quirinale..
Cencelli varò quel Manuale con un bilancino, scrivendolo su fogli di carta tipo A 4, forse ignaro che quel testo sarebbe diventato una specie di Vangelo del potere. In quel manuale i ministeri, compresa la Presidenza del Consiglio e gli incarichi parlamentari e perfino quelli nel cuore dei partiti, erano considerati a punti.
Per esempio, i ministeri intermedi valevano 2 punti e quelli meno importanti 1 punto. Mentre il ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione, gli Interni e gli Esteri valevano 3.
Quando Sarti fu nominato ministro al Turismo commentò con Cencelli e company che gli avevano dato un ministero del c…… perchè valeva 1. Ma l’inesorabile manuale valeva anche per lui, il “capo” di Cencelli. Chissà cosa disse Taviani, che da quel governo del dicembre 1974, presidente Amintore Fanfani, sarebbe rimasto fuori per la prima volta senza entrarvi mai più a Palazzo Chigi, pur continuando la sua prestigiosa carriera parlamentare fino alla vice presidenza del Senato e fino ad essere nominato senatore a vita proprio da Cossiga, che gli doveva molto inizialmente e che si sarebbe costruito una carriera molto lontano dallo stile sobrio di Paolo Emilio Taviani.
Cencelli restò per decenni l’unità di misura di un potere che si fondava su un sistema politico molto diverso da oggi, basato da leggi elettorali che oggi ci sogniamo e sopratutto sul proporzionale che era un metodo in base al quale ogni partito pesava da solo, prima di tutto per i “suoi” voti, che poi si sommavano a quelli degli altri nella costruzione di ipotetiche alleanze, che fino al fatale 1978 del sequestro Moro, durate la fase del “compromesso storico”, o erano pentapartiti, o monocolori democristiani, o ancora ministeri con appoggi esterni e dove il Msi, gli allora post fascisti, erano fuori dall’arco costituzionale.
Ma oltre che al proporzionale e alle alleanze nel cui disegno aveva dominato per decenni quella tra democristiani e socialisti, con gli altri laici, i repubblicani e i socialdemocratici e magari i liberali, come satelliti minori, e dove spesso era entrato il centrismo, senza Psi e con il Pli, quel sistema si basava anche sulle preferenze, che erano il cuore delle elezioni, di qualsiasi grado fossero, da quelle nazionali a quelle dei Comuni, delle Regioni, quando arrivarono nel 1970 e delle Provincie, che poi una politica cieca ha cancellato, sostituendole con la città metropolitana, una entità fantasmagorica. Intorno alle preferenze si muoveva tutto, perchè la caccia al voto era come una lunghissima catena di montaggio, che permetteva ai leader e ai loro uomini di costruirsi il proprio spazio da far pesare.
Cencelli arrivava in fondo, quando il voto era stato espresso e incanalato nei partiti, nelle maggioranze e eventualmente nei governi, che nascevano.
Nelle stanze fumose dei grandi convegni, dei comitati centrali e delle segreterie di partito e, sopratutto, nei congressi dei partiti che erano frequenti, combattutissimi e decisivi, sopratutto in quelli della Dc e del Psi, che aveva tante correnti, il manuale veniva consunto tanto era consultato per distribuire ogni posto di potere: da quelli apicali a quelli di base. Per gli altri partiti, che non fossero la Dc, il Cencelli valeva molto meno, ma importava eccome, perchè era diventato come una forca caudina sotto la quale passare per essere alla fine nominati dove si arrivava.
Nel Pci, il grande Partito Rosso, ovviamente il Cencelli non esisteva, ma c’erano altri criteri di scelte che valevano, partendo sempre, però dal numeri dei voti conquistati dentro alle urne. Per cui si può dire che, comunque, in qualche modo anche per quel partito, che aveva delle democrazia una visione diversa, basata sull’onnipotente “centralismo democratico”, il sistema Cencelli un certo peso ce lo aveva.
Ricordo bene la figura di Massimiliano Cencelli, un uomo elegante, ironico, di poche parole, neppure tanto orgoglioso di avere inventato quel sistema che era diventato, appunto, come un Vangelo del potere. Si può provare nostalgia, oppure anche giudicare quelle regole minuziose, sinedriche, perfino una aberrazione della distribuzione del potere. Ma certo nessun metodo ha alla fine avuto tanti inchini, di tanti grandi personaggi della grande politica che al Cencelli si piegavano. Con sussiego spesso, magari cno rabbia, ma, comunque, con riconoscenza.
Oggi tutto questo ce lo sogniamo, proprio perchè stiamo ancora qua a discutere delle preferenze. Le segreterie dei partiti, per quel che valgono, vogliono tenersi in pugno la scelta dei candidati, temono le preferenze e la libertà che questo sistema consente. E così la democrazia va a rotoli. Contenti tutti?