Politica

Classi dominanti e sudditi nell’Italia del disimpegno

“Democrazia” significa possibilità di scelta: di pensiero, parola e religione, di dedicarsi a questa o a quella attività, di lavorare di più o di meno, in un luogo piuttosto che in un altro e di spendere liberamente il frutto del proprio lavoro. La democrazia è come una religione formale: ci credi e la pratichi oppure la abiuri. Il dogma della libertà di mercato prevede la “competizione” come mezzo per essere “indipendenti”. Se in un Teatro lirico o di prosa i biglietti pagati dagli spettatori sono il 20% dei ricavi, essendo l’80% contributi dello Stato, la possibilità di sopravvivenza di questi enti dipenderà dalle burocrazie pubbliche. La cultura non è più libera in quanto resta condizionata dalla classe dominante del momento. La competizione politica si trasforma in lotta per la conquista dei centri “sovvenzionati” che diventano “clientele” e consenso elettorale.

L’estendersi del sistema contributivo pubblico, dalla cultura alla produzione di auto e frigoriferi, divide il mondo del lavoro in due categorie principali: quella i cui stipendi sono stabiliti dal “potere statuale” e quella che dipende dal “mercato”. Fanno parte della prima categoria i parlamentari, i consiglieri regionali e comunali e le miriadi di istituzioni e burocrazie, dalla Magistratura  ai “grand commis”. Anche i redditi da lavoro generati dal mercato possono determinare disparità sociali: detengono una rendita privilegiata le imprese che operano in settori particolari come quello petrolifero, assicurativo o bancario ed è noto che i dipendenti di questi settori godono di retribuzioni più elevate, mentre rappresenta un esempio di situazione sacrificata quella dei metalmeccanici italiani. L’alternativa a questo sistema è l’accentramento della proprietà nelle mani di un partito unico come ai tempi dell’Urss. Il problema è quello di mantenere in vita la competizione nei singoli comparti. Il monopolio non è “democratico” perché dà al venditore un potere esclusivo e utili spropositati, ai danni dei consumatori.

Tuttavia, se guardiamo al mondo delle istituzioni e delle burocrazie, la “libertà di scelta” è merce rara. Il Pm che ti indaga è quello di “turno” e così i magistrati della “sezione” giudicante. Nel pronto soccorso di un ospedale, il medico curante è quello di “guardia”. Gli studenti non possono scegliersi i professori come avveniva nel medioevo. Il cittadino che non va a votare, rinuncia alla propria “libertà di scelta” e diventa “suddito”. Il segretario di partito che mette ai primi posti della lista i galoppini fedeli, lede il principo della “parità di occasioni”. I sistemi elettorali italiani sono sempre stati adattati agli interessi della maggioranza e sono andati a vantaggio dell’opposizione.

Quando è lo Stato a distribuire servizi e lavoro, l’unico mezzo a disposizione del cittadino per tutelare i propri diritti è quello di pretendere un’adeguata professionalità degli “addetti” e di controllarne l’efficienza. I sistemi “premianti” non sono “democratici” quando i “premi” sono distribuiti in parti uguali e quando sono i beneficiari a deciderne l’entità. L’art. 69 della nostra Costituzione stabilisce che i membri del parlamento ricevono un’indennità “stabilita dalla legge”, cioè da “loro stessi”. I sindacati sono fatti apposta per tutelare i lavoratori “attuali” a spese di quelli potenziali e dell’utente. Un sindacato che smettesse di proteggere l’impiegato inefficiente, perderebbe tutti gli iscritti in pochi mesi.

Il diritto allo studio è la più grande conquista delle democrazie moderne, ma se una pletora di laureati deve accettare il posto da “netturbino” per mantenere la famiglia, vuol dire che il “sistema” non funziona. In una democrazia, per ridurre gli abusi da “posizione” bisogna introdurre criteri oggettivi di “valutazione” dei meriti, in assenza dei quali ci troveremmo dinnanzi ad un gruppo di potere illiberale, come quello dell’antica Nobiltà “di nascita o di spada”. L’idea che il “cittadino-consumatore” sia libero di scegliere il “prodotto migliore” è un luogo comune. In realtà l’individuo è sempre stato soggetto a condizionamenti da parte di una ristretta classe dominante in grado di “manipolare” l’opinione pubblica.

In passato, la psicologia nazionale era influenzata dalle dottrine filosofiche, da Voltaire a Karl Marx, dottrine che si sviluppavano nelle “Accademie” per essere trasfuse nelle Costituzioni ed arrivare all’”uomo della strada”. Genova ha dato i natali ad un “pensatore”, erede diretto di Voltaire, che ha concepito il teorema dell’“uno vale uno”, sostituendo i partiti con una piattaforma informatica. Un “innovatore” capace di superare vecchi tabù e di formare governi alleandosi con due “anime popolari” agli antipodi. Oggi, Giuseppe Conte predica che destra e sinistra non devono comunicare fra loro e si propone come l’uomo della provvidenza in grado di spodestare la Meloni, disponendo del 10% dei consensi.

L’idea che un idraulico possa decidere di abbandonare il proprio nobile mestiere con buone probabilità di diventare ministro, fa parte della filosofia grillina. Il “business” della politica è così diventato quello più redditizio. Per esprimere un voto alla Camera o al Senato, è più utile lo yes man incolto rispetto all’intellettuale che pretende di dire la sua. Le aggregazioni politiche che selezionano i “migliori” secondo il dettato costituzionale, sono diventate vecchi arnesi da museo.

In Italia, tre cittadini su quattro rifiutano ogni forma di partecipazione. Il Pd ha avuto notevoli difficoltà a ricomporre una base di ricambio per i vecchi militanti dell’ex PCI.. Il movimento di Forza Italia non è riuscito a vitalizzare i suoi club.  La diffidenza della “massa” non investe soltanto i partiti, ma anche le associazioni comunque riconducibili alla politica. Resiste la parrocchia, si salva a stento il volontariato. E’ il “disimpegno”  il primo comandamento dell’Italia democratica.

Non serve cercare le cause di questa “crisi sistemica”: la fine dei partiti decretata dalle procure, la ricerca esaperata del benessere a spese dello Stato, l’esaltazione ideologica della criminalità di piazza, il fenomeno migratorio incontrollato, la produzione continua di dossier contro l’avversario politico, sono alcuni dei fattori “giuridici e etici” che hanno generato il moderno fenomeno del ”disimpegno”.

Ma se dei partiti possiamo fare a meno, quali sono gli effetti del ”disimpegno” sulla produttività del paese? L’atteggiamento mentale che condiziona lo sviluppo continuo si chiama “fiducia economica”, cioè una favorevole previsone della crescita futura. Peraltro, le aspettative individuali possono essere opposte alla fiducia generale. Un individuo che decide per un programma di vendita a breve termine di titoli, “confida” che gli affari vadano male. Ma mentre la fiducia dei giudizi individuali può basarsi su stime future “pessimistiche”, la condizione che determina un’azione positiva, nel creare o sviluppare un’azienda, si fonda sull’anticipazione di un movimento di progresso. L’essenza dell’attività imprenditoriale, quella che genera la ricchezza che serve a mantenere gli apparati pubblici, sta nell’assumersi il rischio. Essa comporta la scelta di investire capitali, tempo e lavoro, cioè di “iniziativa”, la scintilla del motore a scoppio della produzione che si spegne nei periodi di “instabilità”.

Giuseppe Conte (foto Ansa) – Blitz Quotidiano

Lo speculatore Trump che semina terrore nel mondo degli imprenditori, della società civile e della finanza, favorisce i “ribassisti”, coloro che scommettono sui futuri “disastri” di “altre” Nazioni per arricchire la “propria”. Se un governo redige bilanci pubblici “taroccati” per avere consenso, commette un “reato”, peraltro privo di sanzione.  Allo stesso modo si comporta l’opposizione quando fa circolare notizie allarmanti economiche e sociali che non corrispondono alla realtà. Farò un breve elenco di questi messaggi destabilizzanti e privi di fondamento.

Quando si afferma che gli italiani non dispongono di una sanità efficiente e che bisogna ogni anno rimpinguare il relativo capitolo di bilancio, occorre ricordare il caso Crans Montana. Gli ospedali svizzeri che hanno curato gli ustionati italiani, hanno inviato il conto alle famiglie, “interrotto” per accordo diplomatico. Ciò dipende dal fatto che il sistema sanitario svizzero è un modello di assicurazione sanitaria basato su “casse private”. Non è lo Stato che paga le cure. Il paese che ha infettato il mondo con i prodotti Eternit e che ha il reddito pro capite più elevato in Europa, non ha una sanità pubblica.

Siamo certi che il bilancio della sanità italiana non sia in perenne default per l’abuso di medicinali da parte degli “assistiti”? Siamo certi che la sanità pubblica “generalizzata” e quindi in contrasto con il disposto dell’art. 32 della Costituzione, sia motivata da scelte umanitarie? L’unica cosa certa è che la Sanità gratuita per “tutti” favorisce il business delle aziende farmaceutiche e delle farmacie.

La “questione casa” è complessa: non basta dare un’abitazione in uso gratuito, bisogna che le spese di manutenzione e di condominio siano pagate dall’inquilino. L’unico modo per risolvere il problema della casa per il 5% della popolazione, è quello di garantire “salari minimi” adeguati anche ai disoccupati per scelta. In America, gran parte della famiglie vive in abitazioni di legno. L’Italia è il paese europeo con la più elevata percentuale di case di proprietà.

La povertà negli Usa è certamente superiore a quella italiana

Dinnanzi a questi problemi, l’opposizione invoca una “patrimoniale”, come quella decisa nottetempo dal governo Amato attraverso il prelievo forzoso sui conti correnti bancari, utilizzato per pagare gli stipendi pubblici e “non” per finalità di perequazione sociale. Oggi, i patrimoni individuali degli italiani che hanno considerato gli immobili un bene rifugio, si sono fortemente ridotti. Chi dispone di capitali liquidi continua a trasferirli in paradisi fiscali. Il fenomeno non è solo dei ricchi come gli Agnelli: anche i burocrati possono aprire un conto all’estero.

Le odierne categorie privilegiate sono quelle che detengono le rendite assegnate dallo Stato. Un prelievo permanente ed efficace per sovvenire le categorie disagiate, dovrebbe riguardare questi moderni feudatari, attraverso la sostanziosa riduzione dei loro stipendi. Una “patrimoniale” di questo tipo, ne sono certo, non verrà mai approvata dalla “sinistra allargata”, i cui leader e cacicchi sono i primi beneficiari delle “rendite pubbliche”.

Vi sono altre questioni sulle quali tutte le forze politiche dovrebbero prendere posizione. Per esempio, quale sarà l’effetto dell’aumento dell’età media della popolazione sui nostri atteggiamenti nazionali e sullo stato generale di ottimismo? Quale sarà l’effetto dei programmi di sicurezza sociale, la garanzia dì un reddito minimo e di una protezione contro le principali incertezze della vita? I costi per provvedere a questi “minimi” e, attraverso le tasse, il loro effetto sugli oneri e sui rischi dell’impresa, saranno così grandi da costituire una forza negativa per il paese? Nessun tipo di politica o di artificio fiscale, sarà in grado di proteggere una Nazione di questo genere dal ristagno economico.

 

 

 

 

 

Published by
Giorgio Oldoini