Dall'Iran alle urne: l’Europa frena Trump mentre l’Italia si divide sulla giustizia (foto ANSA) - Blitz quotidiano
L’Europa si ribella: dice no a Trump che chiede aiuto per la chiusura dello stretto di Hormuz. Londra e Berlino danno il primo schiaffo al tycoon, l’Italia ha già detto chiaramente che non entrerà mai in guerra. Chi se l’aspettava una risposta del genere? Chi riteneva che il vecchio continente poteva rispondere con un no secco al Paese di cui era succubo? Questo pensavano coloro i quali ritenevano che mai e poi mai si sarebbe potuto verificare un rifiuto del genere. Era talmente convinto il presidente degli Stati Uniti di poter contare sull’aiuto di antichi alleati che quando si è reso conto del diniego è andato su tutte le furie.
“Li abbiamo aiutati per anni. Senza di noi non avrebbero potuto godere di quella ricchezza che oggi possono vantare. Invece, quando chiedi il loro supporto non ci sono”. Trump si è infilato in una guerra che credeva di poter risolvere in pochi giorni, il tempo di veder alzare bandiera bianca ad un Iran ormai privo della sua guida spirituale. Nemmeno per sogno. Il regime si è dimostrato più forte di quel che poteva sembrare e i pasdaran non hanno piegato la testa. In Patria rendono cara la pelle, a Hormuz (in quello stretto crocevia del mondo per l’importanza che ha in campo economico) non si entra e non si esce. Unica eccezione per le navi di quei Paesi che hanno dimostrato la loro amicizia. In pochi giorni, il prezzo del petrolio è andato alle stelle, la benzina e il gas sono rincarati tanto da rendere difficile l’iter di milioni di famiglie che non riescono più ad arrivare alla fine del mese per il rincaro immediato delle bollette.
Allora, Donald si rende conto di aver preso un granchio, insomma di non aver capito che le cose non sarebbero andate come in Venezuela. Khamenei è stato assassinato con un blitz improvviso, ma subito “rimpiazzato” con un figlio che è forse più cattivo di lui. La gente non si sente sicura e non scende in piazza a Teheran gridando “che finalmente è libera”. Tutto rimane come prima, la dittatura non fa una piega, è come se non fosse successo nulla. Ecco perchè, obtorto collo, il tycoon si rivolge all’Europa per far riaprire Hormuz e dare di nuovo respiro al via vai delle navi e quindi all’economia di tutto il mondo.
Che cosa potrà succedere oggi? Le previsioni sono impossibili, ma un fatto è certo: le armi continueranno a crepitare, le incursioni non si fermeranno, la gente continuerà a morire ogni minuto, ogni giorno. Con Beirut diventata oggi una città fantasma per la fuga di centinaia di migliaia di persone che cercano riparo per la guerra che infuria e non si ferma un attimo.
Il panorama internazionale è identico a quello di un paio di settimane fa: Israele e Stati Uniti che cercano di mettere con le spalle al muro gli avversari i quali non si ritirano, anzi contrattaccano in modo tale che Washington e Tel Aviv non sanno più come comportarsi. Fino a quando Donald, titubante, si rivolge all’Europa che rifiuta di entrare in una guerra che hanno respinto fin dal primo giorno.
In Italia, i problemi sono altri, le richieste possono attendere ammesso che siano prese in considerazione. Si è ormai vicinissimi ad un’altra guerra, quella che la magistratura da una parte e il governo dall’altra temono più di quella che sta sconvolgendo il Medio Oriente. Il popolo sovrano deve dire Si o No alla riforma della giustizia domenica e lunedì prossimi. La battaglia (non si potrebbe chiamare altrimenti) infuria, i colpi bassi non sono più fuori dalle regole. I giudici hanno paura di dover rinunciare a quei privilegi di cui attualmente godono, l’esecutivo teme in un voto contrario tale da far tremare Giorgia Meloni e il suo governo. La premier continua a ripetere che anche in caso di una sconfitta non si dimetterà, ma non c’è dubbio che in caso di vittoria del No, finirebbero i giorni tranquilli e sarà difficile tenera la barra dritta in attesa delle politiche del 2027. Ragione per cui ogni colpo ben assestato fa pendere la bilancia a destra o a sinistra.
Non c’è il quorum, anche un solo voto potrebbe essere determinante. Ecco perché il palcoscenico presenta i volti più noti della politica italiana: Giorgia Meloni, Elly Schlein, Giuseppe Conte che non arretrano anche a costo di far diventare le giornate più lunghe delle normali ventiquattro ore. “Con il Sì, l’Italia sarà più sicura”, sostiene Palazzo Chigi. “Vogliono sottomettere la giustizia al potere politico”, risponde la segretaria del Pd. Mentre il leader dei 5Stelle è più guardingo perchè il suo sogno è quello di ritornare ad essere il presidente del consiglio.
Il campo largo organizza a Bruxelles una riunione per dire che l’Italia potrebbe diventare un inferno per la democrazia. Si deve votare No a tutti i costi se si vuol salvare il Paese da un ritorno al passato che si potrebbe definire autocrazia. Balle, replicano i sostenitori del Sì che respingono lo status quo, cioè la politicizzazione della giustizia. Si punta il dito accusatore contro l’associazione nazionale dei magistrati diventata un caposaldo di chi vorrebbe mantenere la situazione odierna. L’informazione si adegua dimenticando il sacro principio della terzietà che vuol dire essere super partes. O si è Guelfi o Ghibellini, la neutralità è scomparsa tanto che chi deve andare a votare o rimane a casa o sfoglia la margherita che è come far decidere ad una monetina il da farsi. Testa o croce, simbolo degli indecisi.
“Le bombe sulle urne”, titola stamane un giornale. Paragonando il voto del 22 e 23 marzo ad una guerra. Non cadono sulle teste degli avversari le bombe o i missili, però a volte le parole sono più crude di qualsiasi altra violenza. Sergio Mattarella ha cercato di placare gli animi e di evitare uno scontro che non ha uguali, ma il suo giudizio è stato seguito per mezza giornata. Poi, tutto è tornato come prima.