Politica

Dallo Stretto di Hormuz al referendum: il mondo sull’orlo della crisi tra guerra, politica e speranze

È una guerra che sembra non aver mai fine. Le bombe continuano a cadere sulle città, i droni non si fermano, i nostri soldati rischiano.Viene attaccata la base di Ali Al Salem in Kuwait, per fortuna non ci sono feriti, ma il pericolo che il conflitto si estenda diventa ogni giorno sempre più pressante. Trump non è più così categorico come un mese fa: “Gli iraniani si arrenderanno nel giro di un paio di settimane, non hanno più la Marina, l’Aviazione è distrutta, sono con  l’acqua alla gola e presto  si arrenderanno”.

Profezie senza fondamento, gli iraniani non alzano bandiera bianca. È vero il contrario se leggiamo quel che sta accadendo. Il tycoon non è più così sicuro, ostenta ancora ottimismo, ma chiede aiuto perché la situazione non è idilliaca. Vuole aiuto anche dall’Europa, vorrebbe che lo stretto di Hormuz venisse controllato e riaperto perchè l’economia di tutto il mondo traballa. Un tratto di mare largo appena trentatre chilometri diventa il vero protagonista della guerra perché da lì passa un quinto del petrolio e un quarto del gas che si consuma da Est a Ovest e da Sud a Nord.

Se la matematica non è una opinione e se due più due fanno quattro non c’è dubbio che è qui che si accentra il problema. È inutile lanciare proclami a vanvera, sono ridicole certe affermazioni che sono soltanto di parte, è su quello “spicchio d’acqua” che si gioca la partita. Non è facile, non è come il presidente americano riteneva che fosse o magari se lo augurasse e basta. Piovono sulla sua testa le prime critiche in casa e fuori, Negli Stati Uniti, sono centinaia di migliaia coloro che storcono la bocca, non solo i democratici, cioè i suoi oppositori, anche tra i repubblicani le proteste aumentano e si grida che si è entrati in una guerra che porterà solo dolore e inflazione.

Di tregua non se ne parla perchè Teheran ha fatto capire che combatteranno fino alla fine, cioè che tutto avrà un termine quando “gli oppositori” dovranno andarsene da quella terra che non ha abbandonato il suo credo anche se non ha più la sua guida spirituale. Assassinato Khamenei se ne fa subito un altro, il secondogenito forse più intransigente del genitore e, se possibile, più cattivo. Chi pensava che bastasse tagliare la testa al capo ha commesso un errore imperdonabile trascinando nel baratro non solo tutto il Medio Oriente, ma anche l’Europa che è a un tiro di schioppo da quei missili che potrebbero piovere sulle nostre teste. L’obiettivo Cipro ne è una conferma: per fortuna non sono arrivati a destinazione perchè, in caso contrario, il vecchio continente sarebbe stato costretto ad intervenire pesantemente in una guerra che non voleva e continua a respingere.

Che cosa succederà? È un interrogativo che si pongono milioni di persone che vorrebbero vivere in tranquillità lontano da ogni pericolo. Manca il buon senso, si vuole dimostrare chi è il più forte e in questo disastro rischiano di finire Paesi che sono contrari a tutti i costi. Dobbiamo attenderci il peggio? Non sia mai: la speranza è che si trovi alla fine un accordo che faccia dire ai contendenti di aver superato la prova, così che possano salvarsi la faccia in Patria e fuori.

Quell’accordo (parola magica) che è quasi scomparso dal  nostro vocabolario, quello italiano vogliamo dire. Ad una manciata di giorni dal referendum, le forze politiche continuano a darsele di santa ragione pur di strappare un voto. Da una parte si grida che la democrazia potrebbe finire se vincesse il Si, che saremo alla vigilia di un’autocrazia dove il potere giudiziario sarebbe calpestato dalla politica; dall’altro, si sostiene l’esatto contrario e si afferma che si arriverebbe finalmente ad un giusto processo dove accusa e difesa avrebbero un uguale potere.

Si arriva in piazza a bruciare il manifesto di una Meloni che tiene al guinzaglio il ministro della giustizia. Tutti si adontano dinanzi a simili spettacoli, ma se si è arrivati a tanto di chi è la colpa se non di chi sta usando un linguaggio che lo stesso presidente della repubblica ha cercato di fermare? Niente: anzi, più si avanti, più la situazione peggiora perchè entrano in campo quei protagonisti che si vedrebbero colpiti dalla riforma. I magistrati sono scesi in piazza per far sentire forte la loro voce che dice “No”; i sostenitori del “Sì” dimostrano o vorrebbero dimostrare che nulla cambierà se non in meglio.

Serve il coraggio di voltare pagina, si afferma da Palazzo Chigi; non è vero, si risponde da sinistra. Vogliono solo comandare infischiandosene dell’opposizione. Votare Sì, vuol dire dare un voto alla libertà, predica la maggioranza; è proprio l’esatto contrario, replicano gli avversari, un termine desueto perchè ora si parla solo di nemici. Forse non ci basta la guerra che si sta combattendo in Medio Oriente? Oggi è lunedì, domenica non è lontana. Dove vogliamo arrivare pur di superare chi è contro e chi è a favore? Qualche telefonata in più tra la Schlein e la Meloni sarebbe auspicabile. Se non altro per dimostrare che in Italia non si è dimenticato il principio del “politically correct”.

Per essere felici dobbiamo spostare (come sempre) il nostro sguardo sullo sport ed entusiasmarci per un ragazzino di 19 anni che ha vinto un gran premio della formula 1. Si chiama Antonelli, un cognome su cui non si possono nutrire dubbi. È un paesano, allora è inutile che la Ferrari vada in cerca di campioni oltre confini. Gli assi sono nati in Emilia, perchè far guidare le nostre macchine a piloti che non vincono mai niente?

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Bruno Tucci