Politica

Giornalismo politico, economico e d’inchiesta, in Italia

Il giornalismo è la professione più bella e rischiosa al mondo: nei regimi autoritari i giornalisti sono assoggettati al potere politico, nei sistemi capitalisti a quello finanziario.

La libertà di stampa è un “lusso” dei paesi occidentali, dove peraltro il giornalismo comporta un’attività intellettuale che deve realizzarsi attraverso un’impresa economica. Ciò determina l’unione tra elemento spirituale ed elemento materiale, che sembrerebbero inconciliabili.

La stampa ha sempre influenzato l’opinione pubblica durante i grandi eventi della Storia. I giornalisti giocarono un ruolo fondamentale nella formazione delle intelligenze e degli umori durante la Rivoluzione francese.

I rivoluzionari, nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, si erano impegnati a conservare la libertà di stampa, ma via via che si arroventava la lotta di parte, ogni fazione riduceva le pubblicazioni dei suoi nemici: la libertà di stampa morì con l’esecuzione del Re.

Le Rivoluzioni del “socialismo reale” hanno abbattuto i vecchi regimi servendosi dei “giornali”, ma non appena giunte al potere hanno soffocato la libertà dei “giornalisti”.

In Italia, il successo della Rivoluzione giudiziaria di Mani pulite era stato possibile grazie alle principali testate giornalistiche, le quali avevano trasformato in eroi un pugno di pubblici ministeri che abusavano degli arresti preventivi.

Le leggi devono garantire la libertà di pensiero, di espressione e di coscienza dei giornali, ma sono i giornalisti che devono tutelare il proprio onore e la propria indipendenza rispetto alle Istituzioni, alle potenze finanziarie e alle influenze straniere.

Il giornalista non dovrebbe essere condizionato dal supporto economico dal quale dipende. Quando ciò si verifica, si determina lo stesso fenomeno del finanziamento irregolare ai partiti. Il giornalista autenticamente “libero” è quello in grado di discostarsi dalla linea dell’Editore, ma una figura professionale di rango intellettuale così elevato, è sempre stata merce rara.

Missiroli, Ansaldo, Montanelli, sono stati alcuni “mitici” personaggi “rispettati” persino dal fascismo.

La libertà di pensiero è essenziale quando si tratta di tutelare l’individuo dagli abusi dello Stato e dei “potenti”. Il giornalista che si occupa di calcio o di moda, fa meno danni se esprime giudizi di parte.

In Italia, accanto ad imprese editoriali “pure” che sono cioè costituite per svolgere unicamente un’attività giornalistica, troviamo una serie di aziende che sono sorte come strumento di potere e tuttavia si qualificano come “indipendenti”.

La famiglia Agnelli e l’ing. De Benedetti, pretendevano di essere veri e propri “Mecenati”. Il Sole 24 Ore è la voce della Confindustria. Gli industriali hanno sempre finanziato i giornali per condizionare le politiche governative.

Il giornalismo al servizio dell’economia è largamente utilizzato da parte di finanzieri che devono attrarre capitali di rischio.

Agli inizi degli anni Novanta, per divulgare la “cultura” delle “privatizzazioni” a favore del capitalismo familiare morente, si erano impegnate a fondo le Redazioni della Repubblica e della Stampa. Si tratta delle stesse testate che oggi predicano l’esigenza di aiuti governativi per mantenere in Italia gli imprenditori in fuga. I giornalisti politici sono condizionati da una Regola: il “consumatore-lettore” acquista e divulga i giornali che siano in linea con le “proprie” idee. Quotidiani come l’Unità e il Manifesto erano esibiti sulle scrivanie delle “toghe rosse”.

I magistrati impegnati nel sociale, in materia ambientale e nelle inchieste scandalistiche, acquistano il Fatto Quotidiano, che è anche uno dei pochi giornali senza un “padrone”, ma i cui revisori contabili denunciano il rischio di perdita della “continuità aziendale”. Spero proprio che la Testata sopravviva grazie all’audacia dei suoi giornalisti, anche se la mia cultura economica e politica è molto lontana da quella di Marco Travaglio.

LA7 che fa capo all’imprenditore Cairo, copre un’area politica di “sinistra” ed antigovernativa. Adoro Lilli Gruber ai limiti del fanatismo, ma conosco le Sue posizioni prima ancora che compaia sullo schermo televisivo.

La Gruber diventerà una giornalista “indipendente”, quando dichiarerà che la Meloni non è l’unica responsabile del trumpismo e dei terremoti. Il Giornale diretto da Tommaso Cerno è un quotidiano di riferimento dell’area di centro- destra.

La linea editoriale del quotidiano e dei settimanali di Maurizio Belpietro è di aperto appoggio a Forza Italia.

A Genova, il presidente della Regione Marco Bucci ha denunciato il Secolo XIX diretto da Michele Brambilla, che avrebbe condizionato la compagna elettorale cittadina a favore del “campo largo”.

In conclusione, la democrazia mediatica è la libertà di esprimere le opinioni di una “parte” e il giornalista diventa il campione “designato” a rappresentare la propria area di riferimento.

Il rapporto di dipendenza di un’impresa “giornalistica” da un’impresa “economica”, può portare a una deviazione di quella che è la funzione fondamentate di un giornale: renderlo elemento di pressione dell’opinione pubblica con il linguaggio della verità.

Il giornalismo d’inchiesta richiede grandi risorse per l’elevato costo dei dossieraggi e perché le condanne per risarcimenti economici possono compromettere la sopravvivenza di una Testata.

L’emblema mondiale di questo “filone” è l’inchiesta “Watergate”, condotta da due giornalisti del Washington Post premiati con il Pulitzer, che fu possibile per lo straordinario coraggio e l’impiego di enormi capitali dell’editrice Katharine Graham.

Non sempre le inchieste di successo sono utili per la collettività. Molti osservatori politici fanno notare che il repubblicano Richard Nixon, dimessosi a seguito dell’inchiesta Watergate, era stato uno dei più importanti presidenti Usa, il quale aveva iniziato il disimpegno dalla guerra in Vietnam, avviata da amministrazioni democratiche.

I giornalisti hanno perso potere a seguito dell’ingresso dei “social” sul “mercato mediatico”, dove le informazioni non sono elaborate e trasmesse al grande pubblico da una categoria di 3 professionisti, ma da individui che si nascondono nella “folla”. Il popolo dei social si esprime con una riga, un faccino di scherno o di plauso, un epiteto volgare e dissacrante.

L’ha ben compreso la ministra Eugenia Roccella, costretta a subire malvagità diffuse sulla sorte del marito disperso. Il giornalista fa parte della “classe dirigente” del paese come il medico, l’avvocato, lo scienziato e l’imprenditore: egli deve possedere un elevato grado di cultura per svolgere correttamente la propria “missione”.

I primi responsabili del declino del giornalismo sono i grandi della Terra che usano i social come megafono e termometro della loro popolarità. I Governi devono pensare a leggi che difendano il cittadino dalle deviazioni dei social, che non costituiscono affatto “corpi” democratici. Le virtù più elevate sono quelle che tendono alla sopravvivenza dei gruppi politici ed editoriali che si esprimono con genuinità di pensiero, in quanto l’organizzazione trasparente degli interessi è il mezzo più valido di coesione sociale.

Alla fine di questo breve intervento, vorrei fornire uno spunto investigativo al giornalismo d’inchiesta. Numerosi giovani vengono licenziati nonostante il loro impegno, quando termina il “bonus assunzioni” che spetta per dodici mesi. Non ho mai visto un’inchiesta nei confronti degli amministratori di imprese che assumono e poi licenziano i giovani senza soluzione di continuità, specialmente nel settore della grande distribuzione. In questo modo gli imprenditori si impossessano di un contributo pubblico che il legislatore ha destinato alle nuove generazioni. Nessuno potrà lamentarsi se i nostri figli scappano all’estero, si arrendono all’economia sommersa o alla malavita.

Sarebbe socialmente utile una rubrica su qualche Testata indipendente, alla quale i giovani rimasti disoccupati a seguito di licenziamenti senza giusta causa, possano scrivere per denunciare i loro drammi personali. I giornalisti d’inchiesta su vicende di questo genere, si sono forse fermati perché le aziende assicurano la pubblicità ai loro quotidiani?

Published by
Giorgio Oldoini