Politica

Gli incontri pericolosi di Genova se Meloni bussa due volte alla Salis

La vetrina rutilante del salone Nautico di Genova, al di là dei suoi record di affluenza e di ricchi business, ha rimandato in giro nell’Italia convulsa di questo inizio autunno, due mosse da cavallo della premier Giorgia Meloni. Sullo specchio delle grandi barche, della folla, accorsa in 150 mila a ammirarle prevalentemente sognandole, la prima scena che è apparsa è quella della famosa gaffe, consumata ai danni della superstar Silvia Salis.

Se ne stava, la signora sindaca, con tanto di fascia tricolore seduta in prima fila nell’Auditorium all’aperto dove si inaugurava il 66mo Salone Nautico di Genova, quando la cerimonia del taglio del nastro si consumava davanti ai suoi occhi senza coinvolgerla. Sul palco, chiamati dal solerte moderatore della cerimonia, giornalista di 24 Ore, Meloni,  il presidente della Regione Marco Bucci e il presidente di Confindustria nautica Formenti. forbici in mano in tre, con precedenza della premier, tagliano il nastro tricolore.

Il caso è diventato virale in pochi attimi per la valanga di proteste rimbombate prima sui social poi sul resto: la sindaca che rappresenta la città non era stata invitata a salire sul palco come padrona di casa. Un errore senza precedenti nelle 65 edizioni precedenti, o uno sgarro evidente del centro destra, che aveva voluto escludere la rampante sindaca?

Poco importa che dopo poche ore Meloni si sia scusata per telefono con Salis, attribuendo l’errore al cerimoniale. Poco importa se Marco Bucci abbia poi specificato che lui era salito sul palco di sua iniziativa. Poco importa che Confindustria nautica si sia poi attribuita l’errore del cerimoniale, chiedendo scusa ufficialmente.

Lo sgarro è avvenuto ed ha avuto diverse gradazioni. Prima della scena del mancato taglio del nastro la sindaca non era stata invitata ad accogliere la premier in visita lampo a Genova al suo arrivo al Salone, nella sua città. Tra le due c’era stato solo un freddo saluto, quando Giorgia Meloni con il suo codazzo dietro era arrivata nella sala della cerimonia.

Neppure una battuta di prammatica e poi l’esclusione dalla scena che consacra l’evento. Inoltre, anche un po’ a sorpresa, Giorgia Meloni ha abbandonato la cerimonia dopo avere ascoltato i due speach di Bucci e del presidente Confindustria.

“Per precedenti impegni istituzionali”_ come è stato annunciato dal palco, la premier è rientrata a Roma, dove in pentola ballava la qualsiasi.

Insomma un blitz di due abbondanti ore tra i due viaggi in aereo e una visita ai padiglioni di una manciata di minuti. Ma neppure una parola, né dal palco, né ai giornalisti, ai quali ha solo risposto che non sapeva nulla dello striscione “Qui nessuno è straniero”, improvvidamente tolto dalla polizia in una scuola di Genova. Meloni, però, ha avuto il tempo di vedere la manifestazione di protesta che i 131 dipendenti della multinazionale Ericsson avevano inscenato alle porte del Salone per protestare contro il loro licenziamento in tronco.

E qui ecco il secondo segnale lanciato a Genova, dopo il brusco passaggio nel Salone. Perchè il giorno dopo, con una sua personale telefonata all’amministratore delegato di Ericsoon, la presidente è riuscita in quello che nessuna istituzione genovese e ligure e nessun sindacato aveva ottenuto: la revoca secca della procedura di licenziamento e la riapertura di una trattativa che stava pesando come un massiccio a Genova, dove una delle aziende del futuro annunciava uno sbaraccamento completo.

Come dire : in due colpi la premier ha spedito due messaggi forti, magari il primo per coincidenze non da lei volute: Il Salone nella tua città lo inauguro io e non tu, che da mesi sei presentata, a torto o a ragione, come pretendente a concorrere nelle elezioni politiche. E poi la vertenza, che sta bruciando la città anche al di là del suo valore specifico perché mette in discussione l’industrializzazione genovese, la risolvo io con una telefonata. Fatto senza precedenti.

Il lungo week end genovese ha, comunque, contrapposto le due prime donne e poco importa ora che Silvia Salis appaia fuori dalla contesa politica, nella quale era spinta molto dai sondaggi e da leader come Matteo Renzi e  Dario Franceschini di Italia Viva e Pd, che la volevano o come federatrice del centro sinistra o addirittura come contendente di Schlein e Conte per la corsa a palazzo Chigi. Primarie o no.

Quest’anno Salis non si è neppure vista all’edizione annuale della Leopolda. Al suo posto c’era il sindaco di Salerno, l’ineguagliabile De Luca. Ma la posizione della sindaca di Genova rimane, comunque in bilico, tra l’impegno cittadino, che è per molti versi martellante sul territorio e l’impegno per una politica nazionale sui quali temi interviene spesso, o “traducendo” i temi locali, come quello della sicurezza, o dibattendoli direttamente.

“Eravamo comunisti” il libro di Massimo D’ Alema, che sta facendo il giro d’Italia e delle Tv, sarà presentato a Genova proprio da lei, insieme all’ex ministro Andrea Orlando, pronto al rientro in Parlamento, dopo la sconfitta alle Regionali contro Marco Bucci nel 2025.

La posizione della sindaca rimane, quindi, sul filo anche se l’altalena che la faceva oscillare tra Genova e Roma non si è del tutto fermata. E i due “contatti” con Giorgia Meloni, fino a pochi mesi fa’ sua possibile avversaria nello “scontro finale”, sono stati comunque un assaggio tra due “prime donne” in chiara competizione, nella quale la battuta della sindaca verso la presidente dopo lo sgarbo: “Ricordati che noi passiamo, ma le istituzioni che rappresentiamo restano” ha marcato la polemica.  Come dire: ti hanno fatto tagliare il nastro senza di me, ma è solo un gesto di una “facente funzione”.

Published by
Franco Manzitti