(Foto d'archivio Ansa)
“Il diritto internazionale consente l’uso della forza contro un altro Stato soltanto in due circostanze: quando è autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite oppure quando uno Stato agisce per legittima difesa contro un attacco armato già avvenuto – o, secondo alcune interpretazioni, imminente -. In questo caso non siamo in nessuna di queste due situazioni”.
A parlare, intervistato dalla Stampa, è il professore di diritto alla Rutgers Law School negli Stati Uniti, Adil Haque, parlando della guerra in Medio Oriente.
“Non c’era un attacco iraniano in corso contro Israele o contro gli Stati Uniti – aggiunge – e non c’erano neppure elementi tali da dimostrare che un attacco fosse sul punto di verificarsi”.
Secondo lo studioso, le autorità israeliane per sostenere la tesi dell'”atto di autodifesa di fronte a una minaccia esistenziale” avrebbero dovuto dimostrare che “l’uso immediato della forza era necessario perché la finestra per impedire quell’attacco si stava chiudendo”.
Per quanto riguarda la difesa iraniana, “se uno Stato è vittima di un attacco armato illegittimo, ha il diritto di difendersi – sottolinea Haque – In questo senso l’Iran può invocare la legittima difesa nei confronti delle forze israeliane e statunitensi che partecipano all’operazione. Ma questo non significa che qualunque risposta sia lecita. Anche la difesa deve rispettare i principi di necessità e proporzionalità”.
Su quello che potrà accadere, il professore osserva che “gli obiettivi strategici di Israele e degli Stati Uniti sembrano molto ampi e poco definiti, e questo rende plausibile un’espansione progressiva della campagna militare”.
“Dall’altro lato – aggiunge – le risposte iraniane e il coinvolgimento di altri attori regionali possono produrre una dinamica di escalation involontaria”.