Politica

I patti di Dublino e la Convenzione di Schengen. Papa Leone, Ceuta e i “dublinanti”

I nostalgici della Prima Repubblica che ricordano l’elevata caratura professionale degli statisti dei loro tempi, commettono un errore storico. Infatti, i vecchi leader potevano decidere in politica estera, bilancio, occupazione e finanza. La maggior parte di queste competenze sono state trasferite all’Unione in termini “esclusivi”, “concorrenti”, di “indirizzo” e di “sostegno” ed ogni giorno scopri nuovi espropri di “sovranità”.

I nostri rappresentanti politici in Europa esprimono il voto sullo stesso piano dei rissosi “condòmini” di un caseggiato che fanno valere i propri interessi nella logica del “compromesso”. Proprio questo è avvenuto per i patti di Dublino e la Convenzione di Schengen. La critica nei confronti dell’attuale classe politica è semmai quella di non avere informato l’opinione pubblica sulla reale portata delle Norme che regolano il fenomeno migratirio, scatenando le tifoserie mediatiche.

Dal punto di vista giuridico il discorso è semplice: il diritto d’asilo non è una “concessione” all’immigrato. Chi è perseguitato in patria per motivi politici e umanitari oppure fugge da una guerra, ha il sacrosanto “diritto” di essere accolto.

Fin dagli inizi della civiltà umana, il viandante che bussava alla tua porta in una notte buia, lo dovevi sfamare e far dormire in un angolo della casa. Secondo i principi internazionali, il paese ospìtante deve garantire dignità al rifugiato. Papa Leone ci ricorda che “Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone”.

Gli ultimi trattati di Dublino sono parzialmente in linea con questi principi: il paese d’arrivo deve accettare gli aventi diritto, è responsabile della loro corretta “selezione” e risponde delle “falle” nel sistema di controllo. Un paese non può cavarsela dicendo che è impossibile bloccare la “marea umana” degli irregolari: deve avere una polizia all’altezza del compito o deve prendersi indietro gli irregolari che sono fuggiti in altri paesi. Per attenuare il rigore di questo “sistema”, sono ammessi i Centri di accoglienza all’estero.

Dopo l’approvazione del “Regolamento Rimpatri” del giugno scorso, numerosi Stati hanno annunciato di voler “restituire” all’Italia “pacchetti” di emigrati sbarcati nel nostro paese (che per primo li aveva accolti). Mi sfugge la logica di queste iniziative. Sullo stesso piano, infatti, l’Italia potrebbe “remigrare” a sua volta le persone che erano entrate via terra e che sono finite da noi.

Si tratta dei migranti provenienti dalla Cina, Bangladesh, Egitto, Pakistan, India, Siria, Iran e Kosovo, molti dei quali avrebbero dovuto essere bloccati dalla Turchia in forza dei sussidi pagati dall’Europa ad Erdogan. Questi “uomini” sono entrati in Europa dalla Polonia, Ungheria e Romania. Quanti sono i migranti “irregolari” provenienti dalle rotte” via terra”? I centri di accoglienza nord-europei hanno forse dimostrato maggiore capacità di “interdizione” rispetto a quelli “mediterranei”?

Le migrazioni “umanitarie” hanno una caratteristica: l’immigrato dovrebbe ritornare nella sua terra d’origine non appena cessano le condizioni che avevano giustificato l’asilo. Per esempio, l’Europa sta ospitanto quasi sei milioni di ucraini che torneranno nella loro patria non appena terminerà l’occupazione russa e ciò giustifica lo “status speciale” concesso ai migranti ucraini. Infine, sono state

estese le liste dei “paesi sicuri”: l’idea che potesse essere un magistrato a decidere su questa materia ci dovrebbe far meditare sui pericoli della “supplenza” giudiziaria.

Altra cosa è l’emigrazione per motivi economici, che riguarda persone in cerca di un lavoro per migliorare le proprie condizioni di vita. Ci sono sentenze che danno il via libera alla protezione umanitaria al migrante economico provieniente da un paese così povero da ledere la dignità umana. Queste sentenze aprono le porte a mezzo miliardo di soli africani- Tuttavia per mettersi al sicuro, gli avvocati che assistono i migranti consigliano loro di dichiararsi omuosessuali piuttosto che poveri.

La mobilità internazionale della mano d’opera può creare problemi che sono ben presenti ai sindacati inglesi e americani. Le classi politiche cercano di giustificare l’utilità degli ingressi con lo slogan: “il paese ha bisogno di mano d’opera per fare girare la macchina produttiva”.

Il modello più antico di migrazione economica è quello degli Egizi che destinavano la mano d’opera degli Ebrei alla produzione dei mattoni, un’attività considerata “impura”. L’ospitalità al migrante per svolgere lavori “abbandonati” è analoga a quella degli antichi Faraoni. Quando la Merkel dava asilo ad un milione di stranieri per mandarli nelle fabbriche, voleva evitare ai propri elettori le attività più faticose nelle industrie.

Si verifica così un “equivoco giuridico”: le istruttorie selettive sono svolte sulla base del Diritto internazionale (guerre e diritti umanitari) mentre i governi giustificano ai loro elettori l’immigrazione sul piano economico (la necessità di coprire i posti di lavoro vacanti). In quest’ultimo caso, i migranti dovrebbero essere selezionati sulla base dei requisiti individuali a svolgere i mestieri che il mercato del lavoro richiede, come avveniva all’epoca delle migrazioni europee negli Stati Uniti. Non puoi fare entrare migliaia di migranti “economici” che utilizzerai solamente per qualche decina: in questo modo aumenti la platea dei disoccupati che accrescono la disoccupazione e la delinquenza diffusa, sullo stesso piano di quanto avviene per gli “irregolari”.

L’immigrato che viene a lavorare da noi e si lascia alle spalle la Patria d’origine, deve essere “integrato”: non gli puoi dire che farà il raccoglitore di pomodori a vita e che lo stesso faranno i suoi figli. Devi dargli le stesse opportunità di “miglioramento sociale” del cittadino italiano. La concorrenza internazionale può essere salutare purchè si applichino le regole del mercato e si premino i migliori a prescindere dalla nazionalità. Per ricostruire Amatrice, bisognerebbe chiamare imprese cinesi che erigono sei grattacieli in un anno, cacciando le aziende italiane che stazionano da dieci anni in quel territorio martoriato.

Le Nazioni europee che annunciano la restituzione dei “dublinanti” si vogliono liberare degli individui che non si sono integrati o che delinquono. I cittadini europei sono terrorizzati dalla presenza di bande di extracomunitari dedite al brigantaggio. Il fenomeno è comune a tutte le emigrazioni. Irlandesi, polacchi, tedeschi che emigravano in America, si portavano dietro le loro “bande”. Gli italiani, ai tempi di Al Capone, occupavano Little Italy e si facevano proteggere dai loro padrini nelle guerre con le altre mafie. Il migrante italiano doveva pagare il pizzo per sbrigare le pratiche di ammissione negli Usa e corrompere le polizie, come deve fare l’immigrato che paga qualche migliaio di dollari per trovare posto sui “barchini”. Ci sono volute almeno due generazioni per integrare gli italiani in America. I politici europei che si meravigliano del fenomeni delinquenziali diffusi dei migranti, dimenticano il loro passato. Per modificare questo stato di cose, bisognerebbe riscrivere le leggi internazionali sui diritti umani: le democrazie dovrebbero diventare autarchie come sta avvenendo negli Usa.

Tuttavia, i “giuristi progressisti” non possono ignorare che lo stato di guerra sta espandensosi in ogni angolo della Terra: i profughi potenziali sono centinaia di milioni. In questo scenario, Spagna, Francia, Italia e Grecia dovrebbero sottoscrivere patti permanenti, a prescindere dal colore politico dei rispettivi governi, in modo da contare di più nelle strategie “mediterranee”. La Meloni dovrà riflettere sul passo falso conseguente agli eventi di Ceuta, che Spagna e Francia non hanno ripetuto a danno dell’Italia per i “dublinanti”. Questa alleanza servirà a contrastare gli interessi dei paesi del nord, nella logica del “compromesso” che prevale nel “condominio” delle Patrie.

Infatti, l’Europa non è più un’isola felice fondata su Valori solidaristici, ma piuttosto l’isola “che non c’è” di Peter Pan.

Published by
Giorgio Oldoini