Politica

Il declino della Democrazia in Italia e in Europa, dalle guerre di Liberazione alla Meloni

Nel corso di duecento anni, l’uomo è passato dalle carrozze a cavalli alle navette spaziali, ma la scienza politica è rimasta ferma al XIX secolo. I partiti italiani continuano a discutere su questo argomento: stai dalla parte delle armi o del benessere? I soldi pubblici li vuoi investire in salari, asili, ospedali, pensioni e tempo libero oppure in strumenti di morte per difenderti da nemici immaginari? Sei un Pacifista o un Guerrafondaio?

La storiografia ufficiale non ha spiegato ai nostri giovani che i moderni “pacifisti” riprendono, parola per parola, i comizi di Mussolini prima della Grande Guerra, che la Resistenza francese e quella italiana avevano concezioni antitetiche in fatto di Democrazia, che le Costituzioni dei paesi europei occidentali sono quelle concepite dalla Resistenza contro il Nazismo, mentre quelle degli europei orientali nascono dopo la liberazione dal Comunismo.

Il Manifesto del 15 marzo 1944 che rappresenta il programma “costituzionale” della Resistenza d’oltralpe, prevede che la “missione combattiva” non è destinata a terminare con la Liberazione e che il governo provvisorio della Repubblica deve “difendere l’indipendenza politica ed economica della Nazione, ristabilire la Francia nella sua potenza, nella sua grandezza e nella sua missione universale”.

La democrazia ristabilita nel 1945 accettava volentieri la collaborazione del partito comunista e la partecipazione dei suoi membri al governo. Il comunista era a quell’epoca, agli occhi dei liberali, dei socialisti, dei cattolici, un alleato della recente lotta clandestina, un alleato eroico, pericoloso certo, ma indispensabile.

Subito dopo la formazione del governo di Algeri, il generale De Gaulle invitò i comunisti a partecipare al potere e ciò in un’epoca in cui la presenza delle truppe alleate escludeva qualsiasi necessità di fare buon viso a cattivo gioco. Le democrazie popolari furono accolte come audaci tentativi, basati al tempo stesso sul suffragio universale e sul carattere sociale dei governi, nei quali il principio democratico si univa al dinamismo rivoluzionario.

Il principio fondativo della Resistenza francese era la supremazia dell’esecutivo sul Parlamento, perché il “dirigismo economico esige la stabilità governativa”. Il senso di grandeur aveva portato lo stesso partito comunista francese ad avere caratteristiche nazionaliste: prima di tutto l’interesse della nazione. La Francia Liberata avrebbe continuato ad investire in armi, a costruire bombe atomiche, a mantenere un esercito permanente impiegato nel controllo delle colonie. Un esercito idealizzato dal popolo e centro nevralgico dello stesso sviluppo economico, che non sarebbe mai stato intaccato nella sua centralità neppure dai movimenti studenteschi europei che volevano “i fiori nei cannoni”. Il popolo francese è sempre andato fiero della Legione straniera e dei propri generali.

La Resistenza italiana aveva diverse anime, una delle quali (la più numerosa) pensava ad affidare la politica internazionale ed economica ad una nuova “guida” immanente: l’URSS. L’idea di Patria era un “disvalore”, bisognava rinunciare agli eserciti. Insomma, il Movimento di Liberazione francese voleva una Patria armata e indipendente, mentre la Resistenza guidata da Togliatti superava l’idea di Patria in nome della nuova ideologia unificanate: il comunismo internazionale.

Per quanto riguarda l’Europa orientale, si è trattato di una spartizione basata sull’occupazione degli eserciti, come vorrebbe fare oggi Putin, un despota che non possiede più la grande Armata Rossa e si limita a lanciare missili sulle popolazioni civili secondo la concezione bellica di Hitler. E’ contro l’irrisione verso i paesi disarmati che le democrazie europee devono fare i conti.

Le condizioni politiche di Praga nel 1945 erano diverse rispetto a quelle di Sofia. A Bucarest i problemi sociaIi non erano gli stessi che a Tirana. Ma un comune denominatore politico si applicava a questi paesi: tutti, ad eccezione della Jugoslavia, erano stati liberati dalle truppe sovietiche. Giungendo nei paesi slavi il soldato russo non vi era ricevuto soltanto come strumento dell’espansione comunista ma giungeva come un liberatore. Si comprende quindi perché il prestigio politico e morale dell’URSS durante la Liberazione, sia stato immenso e abbia favorito la sovietizzazione dei nuovi regimi.

Questi paesi avrebbero capito cosa fosse in realtà il comunismo, da lì a pochi anni. In Albania, non è stata l‘occupazione italiana a far conoscere i rigori di una dittatura, ma il regime comunista di Enver Hoxha, durato fino al 1990. Vi riporto il racconto di una vecchia signora albanese emigrata in Italia. “Avevo nove anni e frequentavo la scuola elementare. Mia madre, la domenica ci faceva un dolce italiano ma si raccomandava di non dire niente in classe. Mangiare cibi all’occidentale era un reato e la maestra avrebbe subito riferito la cosa alla polizia con gravi conseguenze per la famiglia”.

Il principio cardine di tutte le Costituzioni dei paesi europei orientali era quello di assoggettare al partito unico gli insegnanti, i magistrati, gli impiegati, i cittadini di ogni ordine e grado, in forza dell’art. 126 della Costituzione sovietica secondo cui: ”L’avanguardia dei lavoratori è il partito comunista, che priva del diritto di voto i nemici del popolo”.

Negli Usa, il popolo la pensava diversamente. Ogni cittadino americano, ha idolatrato il proprio esercito, lo ha sostenuto nonostante il Vietnam, ha sempre affisso la bandiera a stelle e strisce alla porta delle proprie case, si è messo la mano sul cuore ogni volta che suonava l’inno nazionale. Ha sacrificato il benessere individuale al progresso scientifico che mandava l’uomo sulla luna. Pensava che non può esistere libertà senza un esercito che la difenda. L’economia può avere cicli di ricchezza e povertà, la difesa della Patria ha un valore eterno e trascendente. Lo stesso è avvenuto per la Russia e la Cina: basterà leggere le loro Costituzioni e verificare gli investimenti nel settore militare negli ultimi trent’anni.

I sindacati italiani che condannano la riconversione militare dell’industria tedesca, dimenticano che, agli inizi degli anni Novanta, quando l’Iri aveva dovuto registrare immense perdite nel settore civile, i posti di lavoro erano stati salvati grazie all’acquisizione delle industrie Efim della difesa e alle commesse statali del comparto.

L’Europa è dunque un miscuglio di Nazioni che hanno vinto o perso la guerra, che hanno conosciuto il giogo sovietico e se ne sono liberate, che hanno mantenuto il culto della patria o l’hanno rinnegato, che agevolano l’immigrazione per lavorare di meno, che aspettano la pensione come evento liberatorio, che non fanno figli e non temono le conseguenze della denatalità, che condannano il terrorismo ma non lo combattono alle origini, che riconoscono i delitti degli ayatollah sul popolo iraniano ma non accettano iniziative militari americane, pretendono l’intervento dell’Onu pur sapendo che il diritto di veto di Russia e Cina lo bloccherebbe all’origine, mettono l’economia e il benessere al di sopra di qualsiasi altro Valore.

In questo scenario, nonostante che sia a capo di un governo tra i più stabili in Europa, la Meloni vorrebbe riformare il sistema elettorale e rafforzare l’esecutivo. Non si tratta di una Riforma politica ma di una semplice modifica della tecnica elettorale, certamente datata. Volete un Parlamento liberale (quello del “filibustering”), o un parlamento che funzioni?

Secondo le teorie socialiste classiche, non è più l’assemblea a dettare la sua volontà bensì il Presidente del Consiglio, il quale deve e può governare. Il Premier, in regime parlamentare, è il solo in grado di “adattare l’amministrazione ad una politica”. Dovrebbe essere un monarca, un monarca temporaneo e costantemente revocabile, ma tuttavia investito, fino a quando gode della fiducia del Parlamento, della totalità del potere esecutivo. “Un esecutivo forte, attivo, ricco di iniziativa è una necessità tecnica del Parlamentarismo moderno”, si affermava in Francia nel 1900!

L’essenza del parlamentarismo consiste nella prerogativa della maggioranza parlamentare di avere il suo ministero. Non vi è stabilità politica senza un minimo di moralità, che consiste nel proibire l’opposizione sistematica dei partiti che accettano il sistema, le leggi, la costituzione e tutta la struttura politica dello Stato. Pur avendo il diritto di combattere il governo una opposizione non deve respingere quei provvedimenti governativi che essa stessa proporrebbe se fosse al potere.

La Meloni non fa che riprendere le idee del parlamentarismo socialista, la Schlein e Conte il “filibustering” di matrice borghese. La frequenza delle interpellanze e l’ingerenza dei deputati nell’amministrazione, sono state condannate da tutti i teorici del diritto pubblico come invadenze del legislativo nel campo dell’esecutivo, contrarie al principio della separazione dei poteri e tuttavia sono diventate consuetudini della vita politica italiana. Si tratta di espedienti pratici che hanno permesso di tenere in vita un regime pubblico democratico e un regime amministrativo gerarchico, obbligando il corpo dei funzionari ad assoggettarsi alla collaborazione “irregolare” degli eletti dal popolo.

Non è sempre vero che le democrazie malate siano la conseguenza della perdita di fiducia verso i partiti o del parlamentarismo rissoso. La Francia “presidenziale” è in crisi profonda, come l’Inghilterra dei due soli partiti. La malattia dipende dal popolo, diverso in America e in ogni singolo paese europeo. Quando il “popolo” va a votare per il 45% , significa che il numero degli “indifferenti” è maggiore del numero dei “responsabili”. Proprio quando la democrazia è in pericolo bisogna andare alle urne. Un popolo che non esprime un Parlamento in grado di formare il proprio governo merita il “tiranno”, è un condominio litigioso e impotente a decidere.

Una Riforma “politica”, non può limitarsi ad una tecnica elettorale, ma deve passare attraverso la revisione profonda della Costituzione voluta dalla “Resistenza” e della stessa Corte Costituzionale avversata in origine da Togliatti e Nenni. Il limite del nostro sistema è che le Riforme si risolvono in lenti e costosi processi di delegittimazione che consistono nel far pagare al cittadino le conseguenze di un “disservizio sociale”, fino al punto che l’opinione pubblica chiede l’intervento autoritario. E’ questo il costo della democrazia ed è questo il percorso avviato dalla Meloni.

Published by
Giorgio Oldoini