Politica

Il destino dei lavoratori delle acciaierie di Taranto. I partiti della spesa e degli scioperi

Che la combustione del carbone potesse provocare la polmonite nera e il cancro, era noto ai medici e ai minatori inglesi dell’Ottocento. Ciononostante, gli industriali privati e pubblici hanno continuato ad estrarre la materia prima fino ai nostri tempi, arrivando a contestare i risultati della scienza e dell’evidenza empirica.

Nei primi anni Novanta, Margaret Thatcher chiuse le miniere e licenziò i minatori che risposero con proteste violente durate due anni. Con la vittoria della “Lady di ferro”, la disoccupazione raggiunse il 70% ed aumentarono in maniera esponenziale il commercio della droga e la criminalità. La povertà divenne endemica, gli operai sopravvissero grazie al credito dei commercianti locali e alla carità delle Chiese.

La Corte d’Appello di Milano ha deciso la chiusura dell’area a caldo di Taranto con la motivazione che “la salute viene prima rispetto all’attività di impresa”. La Corte non considera il problema occupazionale, come è giusto che sia; anzi i primi a ringraziare i giudici dovrebbero essere gli operai che subiscono gli effetti della produzione nociva. Il PG ha contestato la sentenza invitando a considerare anche le “esigenze industriali”. La Cassazione potrebbe aprire uno spiraglio, ma resterebbe in piedi il problema dei “tempi”.

Infatti, la chiusura di uno stabilimento inquinante è lunga e costosa: prima o poi, a Taranto non solo bisogna decarbonizzare ma occorre rimuovere l’amianto presente nell’area a caldo e ridurre le polveri sottili. Operazioni che richiedono anni in un paese guidato da burocrazie.

In ogni caso, l’Europa punta su strategie mirate a modernizzare gli impianti e sulle tecnologie di nicchia. Si è così eliminato il “vecchio” senza programmare il “nuovo”, con la conseguenza che il mercato dell’acciaio è ormai saldamente in mano della Cina e dell’India.

L’unica difesa “strutturale” dell’acciaio “green”, sarebbe quella dei dazi verso i paesi che adottano tecnologie inquinanti. La competenza in materia è del Consiglio europeo, che non è mai stato in grado di mediare tra gli interessi dei singoli paesi membri. Gli Stati esportatori di alimentari o del lusso temono dazi protettivi sull’acciaio che potrebbero comportare “contro dazi” sui loro prodotti. Le cose non cambiano nel caso si nazionalizzasse il comparto siderurgico, come vorrebbe fare la Francia, dal momento che addossare allo Stato le perdite di settore è in contrasto con le “sacre” ed inviolabili leggi del mercato.

Gli scioperi proclamati dai sindacati per tutelare alcune migliaia di lavoratori siderurgici sono mirati ad ottenere “un progetto industriale che garantisca la realizzazione della decarbonizzazione”. I sindacati hanno quindi accettato la chiusura dell’area a caldo tarantina e se la prendono con i commissari e con il Governo “latitante politico”. Nel frattempo, la società siderurgica Thyssenkrupp progetta licenziamenti pari al 40% della forza lavoro.

I lavoratori dell’ex Ilva sono consapevoli di tutto ciò: le loro lotte sono mirate ad ottenere la cassa integrazione per tempi lunghi e un decoroso trattamento pensionistico esteso agli “ultimi entrati”,

qualcosa di più di quanto era avvenuto per Bagnoli e Cornigliano. Anche se i siti produttivi a “freddo” saranno mantenuti, l’azienda potrà garantire il lavoro alla metà degli attuali addetti.

Problemi analoghi si sono presentati per le raffinerie petrolifere. L’insediamento della raffineria spezzina si deve a una battaglia delle forze sindacali e dei partiti che cercavano di rilanciare l’economia e l’occupazione locale. La raffineria aveva creato posti di lavoro privilegiati: un operaio della Shell guadagnava più di un ingegnere dei cantieri militari, anche questi “inquinanti”. Quando venne decisa la chiusura del sito produttivo, gli operai scesero in piazza per impedirne lo smantellamento, nonostante i casi di tumori alla vescica riscontrati in fabbrica.

I tecnici dell’economia e i giuristi danno la colpa della crisi all’Organizzazione mondiale del commercio, le cui Regole non terrebbero conto dei diritti umani, politici, sociali e delle tematiche ambientali. Il che avrebbe consentito alla Cina di fare largo uso delle pratiche di concorrenza sleale. In realtà, i diritti sindacali sono riconosciuti anche nei paesi “non democratici”. L’art. 37.4 della Costituzione russa, ammette la possibilità di risolvere le controversie attraverso lo sciopero. La differenza con il nostro modello “giuridico” è che in Russia puoi occupare la fabbrica per danneggiare il datore di lavoro, ma non puoi addossare i costi del contenzioso all’intera comunità, paralizzando il traffico cittadino all’infinito.

Inoltre, se i paesi in via di sviluppo dovessero sostenere i costi e applicare le Regole delle democrazie avanzate, non avrebbero mai la possibilità di migliorare le loro condizioni di vita. La dura realtà è che i lavoratori siderurgici dei paesi poveri accettano i rischi per la loro salute.

L’ideologo dell’ambiente pensa che se la gente andasse a piedi o in bicicletta, si potrebbe ridurre il numero delle automobili e quindi delle acciaierie e delle raffinerie. L’ambientalista non comprende che il mondo è in continua “involuzione”. Nessuno ha mai rilevato che una bomba al fosforo inquina più di cento ciminiere, che 92 paesi al mondo sono in stato di guerra e che l’Europa vive nell’ansia di un attacco di Putin.

Per vincere le elezioni politiche, al “Signore della guerra Vladimir” è bastato riprendere alla televisione i nostri scioperi “a mano armata”, dimostrando che Egli è l’uomo della provvidenza in grado di salvare i russi dai mali endemici delle democrazie. I tumulti sociali, secondo il ministro Crosetto, sarebbero “provocati” per via “cibernetica” dall’intelligence russa.

I problemi dei lavoratori siderurgici si devono sommare a quelli degli agricoltori, pescatori, camionisti, ferrovieri e così via. Lo Stato dovrebbe quindi intervenire con sussidi “speciali” per tutti, il che mette a rischio la tenuta del “sistema paese”.

Il benessere economico europeo si regge anche sul consumo di beni in gran parte “superflui”. I ragazzi che abbattono le saracinesche dei negozi di Milano non cercano pane come durante i “tumulti” descritti da Manzoni, ma rubano scarpe e giubbotti di marca.

Il problema occupazionale si aggraverà per via dell’IA che “toglie lavoro agli uomini”. A dircelo è la direttrice del Fondo Monetario Internazionale che spinge l’Europa a fare di più sulla produttività

del lavoro perché la “crescita” si è fermata. Per queste ragioni, la “disciplina di bilancio” è fondamentale: “non sappiamo quale sarà il prossimo shock, ma sappiamo che arriverà”. Il messaggio ai partiti popolari della “spesa” e degli “scioperi” è inequivocabile.

Published by
Giorgio Oldoini