Politica

Il dilemma di Elly Schlein, il compromesso con Conte per salvare l’alleanza. Giorgia Meloni intanto serra i ranghi

Elly Schlein cede? Forse. Sente la terra tremarle sotto i piedi e cerca diplomaticamente (si fa per dire) di venire incontro ad un Giuseppe Conte sempre più determinato. Se dovesse vincere la sinistra alle politiche del prossimo anno quel posto a Palazzo Chigi gli appartiene: lo pretende se non altro per il suo curriculum e per la sua esperienza come ex presidente del Consiglio. La segretaria si rende conto che il pericolo è serio, che i sondaggi sono sfavorevoli ed allora cerca una via d’uscita. Quella della politica
internazionale, il vero scoglio che li divide. “Bisogna smetterla di dare i miliardi all’Ucraina per il riarmo” sostiene l’avvocato del popolo. I problemi sono altri e non dobbiamo dimenticarli. Così, la rivoluzionaria del Pd vacilla e tenta in tutti i modi di non mandare a carte quarantotto quella alleanza in cui ancora crede difendendola disperatamente.

Se le armi rappresentano un distacco fra i due, Elly fa un passo indietro. “Sono certa che un compromesso si troverà. Dobbiamo farlo per difendere il Paese dal disastro che ha creato la maggioranza”. Il disastro: ecco un sostantivo che è stato ripetuto spesso negli ultimissimi giorni. Lo ha riconosciuto Friedrich Merz, il leader della Germania che ha visto stravincere la sinistra a Berlino e la destra in Meclemburgo. È stata proprio una disfatta, ma ciononostante Merz
ha detto “che non si dimette e rimarrà al suo posto”. Quindi, per evitare lo sfacelo che si è prodotto in quel Paese, la prima donna del Pd va incontro, sia pure a malincuore, all’amico avversario che le vorrebbe sfilare la candidatura a Palazzo Chigi.

“Non è una figura da segretaria”, ritengono alcuni, e fanno il paragone con Matteo Salvini che, messo alle strette dai rivali che lo vorrebbero fuori, estrae l’asso nella manica e fissa un congresso straordinario che si dovrà tenere prima delle elezioni. “Non voglio divisioni, ma unità”, urla a Pontida nel cuore della Lega. Quel giorno si vedrà se il sogno di Salvini continuerà o se la parte avversa del partito (Fontana, Zaia) avrà partita vinta o se ad alzare bandiera bianca dovranno essere i suoi attuali oppositori.

Questo coraggio non appartiene alla Schlein. È troppo innamorata del campo largo per lasciare che si sfasci per un problema di grande importanza, ma forse risolvibile. Almeno a suo giudizio, perchè per il resto della comitiva, l’asso vincente è il leader dei 5Stelle che dopo aver abbattuto il padrino del partito “leggi Grillo”, ora vuole stroncare anche colei che dovrebbe essere una sua alleata.

Ci riuscirà? Non è facile prevederlo. Certo è che nel Pd tira aria di burrasca e una buona parte dei nostalgici (i riformisti in primo luogo) vorrebbero che la diaspora potesse concludersi con un terzo incomodo: un federatore che possa riportare la tranquillità necessaria in simili frangenti. Esiste un esponente di spicco che possa arrivare a tanto? Ufficialmente nessuno risponde, anche se sottobanco le voci di corridoio si moltiplicano.

Sparta piange,  al contrario Atene sorride perchè Giorgia Meloni sembra aver ritrovato il piglio dei giorni migliori. Prima con l’abolizione del bollo automobilistico che ha raggiunto quattordici milioni di italiani (una cifra da campagna elettorale). Poi con l’intervento a gamba tesa sui giovanissimi studenti stranieri che frequentano la nostra scuola. Dovranno sedere in classe in numero comprensibile perchè, sostiene la Meloni, “gli italiani non possono
sentirsi in minoranza in casa propria”. Le sinistre insorgono: Bonelli e Fratoianni in prima linea lanciano accuse alla premier considerandola quasi una razzista. “Farebbe meglio a dirci quando si voterà, visto che Palazzo Chigi non si è ancora pronunciato”, tuona la Schlein. Sono i soliti argomenti, Meloni alza il tono della voce: “Se non hai temi migliori da proporre telefonami te ne suggerisco io qualcuno”.

Insomma, nasce una nuova rissa che diventa “guerra politica”quando il presidente del consiglio annuncia un nuovo provvedimento. “Niente burqa in classe. A scuola si deve andare a viso scoperto. La parità tra uomo e donna non è negoziabile”.  Soltanto fra qualche settimana vedremo se la premier ha avuto partita vinta o se le opposizioni sono riuscite a stopparla.

Di brutte figure son piene le cronache di ogni giorno. Quella avvenuta allo stadio della Juventus, a Torino, ha stravinto la partita. Quando l’arbitro, ad inizio gara, ha voluto ricordare con un minuto di silenzio, la scomparsa di Sandro Mazzola un gruppo consistente di spettatori si è voltato di spalle. È lecito chiamarli tifosi questi individui? La risposta la lascio a quanti leggono questo modesto scritto.

Published by
Bruno Tucci