Politica

Il Paese degli scandali, aspettando le politiche del 2027

Dove viviamo? In un Paese dove esistono solo scandali? Si aprono i giornali e se ne possono leggere di tutti i colori: di destra e di sinistra senza eccezioni di sorta. La grazia a Nicole Minetti, il caso Venezi, la manifestazione del 25 aprile negata alla comunità ebraica, gli arbitri di calcio nella bufera, l’attentato a Trump, il silenzio di Elly Schlein su quanto accaduto il giorno della Liberazione, la lite fra Tajani e Salvini sullo scostamento di bilancio. Non sai a chi dare la preferenza perché a seconda di come presenti gli avvenimenti all’opinione pubblica diventi subito un bieco conservatore o un pericoloso riformista.

Chi legge non si raccapezza più: vorrebbe una informazione che si basa sui fatti, non sulla ideologia. Per cui, alla fine, si cerca la verità interrogando sé stessi. Non è questo il Paese che vorremmo, ma siamo già in piena campagna elettorale anche se alle politiche manca tanto tempo, almeno un anno se non di più. Però quello è il traguardo, l’avversario diventa un nemico da colpire, il dibattito parlamentare sfiora spesso la rissa e diventa più bravo chi è in grado di sferrare un colpo da KO.

L’anno è il 2027: lì si gioca o la spallata definitiva al governo di centro destra o la conferma di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Per onore della verità, dobbiamo dire che il campo largo ha avuto la meglio nell’ultimo periodo: i risultati del referendum lo dimostrano e la segretaria del Pd si sente gratificata dal successo che insegue con caparbietà. Però, forse ha fatto i conti senza l’oste e stavolta a sbarrarle la strada sono proprio i suoi compagni di cordata: Non i fedelissimi, cioè coloro che con le ormai vecchie primarie riuscirono a portarla in via del Nazareno. No, sono gli alleati che lei accarezza e stringe con affetto a voltarle le spalle. In primo luogo, i riformisti del Pd che non hanno gradito (eufemismo) la rivoluzione troppo a sinistra della segretaria. Poi, il leader dei 5Stelle che solo a chiacchiere è dalla parte di Elly.

Giuseppe Conte ha un solo sogno: quello di tornare a sedersi sulla poltrona di Palazzo Chigi da cui lo hanno estromesso con intrighi di corridoio. Infine, Silvia Salis, il sindaco di Genova che furoreggia tra gli scontenti del Pd, i quali vorrebbero che fosse lei la candidata in grado di battere la Meloni.

Le correnti dei dem si inseguono e si danno battaglia: a volte sotterraneamente, altre in modo palese. Per non farci mancare nulla in un periodo in cui tutto è permesso (alla faccia del “politically correct”), pure a destra la situazione non è così tranquilla come la si vorrebbe far apparire. Tra Antonio Tajani e Matteo Salvini non corre buon sangue: li divide il cosiddetto scostamento di bilancio che servirebbe a chi comanda di spendere più soldi senza il cappio di Bruxelles. Meno soldi per le armi, più per le riforme sociali come la scuola, la sanità, il salario misero di alcune categorie.

Dovrebbe trionfare il moderatismo alla ricerca di un denominatore comune che riesca a risolvere i problemi più assillanti del nostro Paese, Nemmeno per sogno: le divisioni diventano ogni giorno sempre più nette a scapito di quelle riforme che potrebbero giovare al Paese. Assolutamente no. Ora non è tempo di alleanze, così gli scandali – anche i più remoti – tornano a galla e infiammano il Parlamento.

Finisce in questo (assurdo?) tritacarne pure il presidente della repubblica che ha concesso la grazia a Nicole Minetti, l’ex igienista mentale di Silvio Berlusconi condannata in via definitiva a oltre tre anni di carcere. È insorta certa stampa con argomenti di un certo rilievo per cui il Colle si è visto costretto a chiedere lumi al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Erano tutti veri i motivi che avevano persuaso il Quirinale a concedere la grazia? Il Guardasigilli risponde di si, la Corte d’appello che eseguì le indagini sostiene che “è tutto regolare”, Ma la buriana non finisce qui e continuerà ancora per giorni soprattutto perché i giornali cari alla sinistra vogliono vederci chiaro su quanto accaduto.

Lo scandalo del designatore degli arbitri si allarga invece di restringersi. Non poteva essere altrimenti, dato che il designatore Gianluca Rocchi si deve essere servito di alcuni colleghi se è vera l’inchiesta della procura di Milano. Insomma, la tranquillità è lontana, gli italiani dovranno sopportare giorni se non mesi difficili fino alle politiche. Sarà guerra aperta senza esclusione di colpi.

Anche l’attentato a Donald Trump viene messo in dubbio: non sarà stato “pianificato” per evitare che i democratici statunitensi vincano le elezioni di mezzo termine stabilite per novembre? Se questi sono i preamboli, tutto diventa quasi impossibile in un momento in cui si dovrebbe discutere di pace, di fine dei bombardamenti e di una ritrovata tranquillità in un mondo che non vuole sentir parlare di conflitti. Con il terrore delle armi nucleari.

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Bruno Tucci