La crisi del calcio italiano assomiglia a quella della politica, è crisi di fiducia: come ne usciamo? (foto Ansa) - Blitz Quotidiano
Il calcio è nella bufera per un derby che non sappiamo quando si giocherà. Parliamo della stracittadina di Roma che avrebbe dovuto disputarsi domenica all’ora di pranzo. Il prefetto ha detto no per motivi di sicurezza. C’è il torneo di tennis che si svolge a un tiro di schioppo dallo stadio Olimpico. L’appuntamento è fissato per lunedì sera a meno che non vinca il ricorso al Tar e tutto torni come prima.
La somiglianza con la politica è evidente. Il nostro sport più popolare è in crisi non solo perchè per la terza volta di seguito gli azzurri non vanno ai mondiali, ma anche perchè Sinner e i suoi compagni stanno vincendo la battaglia del tifo. Ogni giorno al Foro Italico più di quarantamila persone invadono le gradinate del centrale e del campo che porta il nome di Nicola Pietrangeli. Un fiume che non si arresta e invade le simpatie dei più giovani.
Un vero e proprio campanello d’allarme per chi crede ancora che il pallone sia “il più preferito” dagli italiani. Proprio come avviene nei Palazzi che contano. Alla Camera, al Senato e perchè no pure a Palazzo Chigi, la confusione è grande. Ogni giorno si litiga e ci si divide senza mai trovare un punto d’incontro, un denominatore comune. Tanto è vero che la gente non crede più agli inciuci e alle finte alleanze. Referendum sulla giustizia a parte, l’assenteismo dilaga, si preferisce andare al mare o in campagna invece che recarsi alle urne. Destra e sinistra entrano di prepotenza nell’occhio del ciclone perchè ogni promessa non viene mantenuta e i grandi proclami della campagna elettorale vanno a farsi benedire.
Siamo già dentro a questo “cul de sac” che continuerà per oltre un anno fino a quando non si andrà a votare per le politiche. Quali saranno le forze che si fronteggeranno? L’interrogativo non è posto a caso perchè nei mesi a seguire le alchimie potranno mutare decine di volte. Nella maggioranza come nella opposizione. Tra i partiti che guidano il Paese, la coesione scricchiola e Giorgia Meloni deve sudare le proverbiali sette camicie per evitare il tonfo. C’è maretta nella Lega perchè i sondaggi non sono favorevoli a Matteo Salvini e la sua leadership traballa. All’orizzonte si affaccia la figura di Luca Zaia, l’ex governatore del Veneto, il quale vanta sempre più proseliti. Lo stesso ritornello vale pure per Forza Italia dove ogni giorno diventa più forte il desiderio di correre verso il centro e, magari, costituire una nuova asse con quei nostalgici del Pd che non ne possono più della svolta a sinistra voluta da Elly Schlein.
Scendono in campo i Berluscones che pendono dalle labbra di Marina, la primogenita del Cavaliere, la quale entra spesso a gamba tesa negli affari del partito anche se ufficialmente lei nega di voler far parte di quel mondo. Non sono in molti a crederle ed a fare insinuazioni fino a ritenere che i discorsi di Antonio Tajani vengono scritti da lei e letti soltanto dal segretario. Conoscendo la serietà del ministro degli Esteri non crediamo assolutamente a queste voci, però circolano nei Palazzi e vengono riprese da certa informazione.
A Largo Chigi non si dà credito alle fake news perchè le gatte da pelare non sono poche. Il colpo da ko ricevuto dal referendum non è stato ancora digerito nonostante la premier si affanni a dire che è stato soltanto un episodio e nulla più. A stare ai sondaggi più recenti, non è affatto così, perchè il campo largo unito, oggi, avrebbe la meglio sia pure se di pochissimo. Per colpa del generale Vannacci e del suo Futuro Nazionale che ha carpito il tre per cento delle preferenze ai Fratelli d’Italia. Che fare? Cercare di riportare il figliol prodigo nella casa che l’ha fatto arrivare così in alto, oppure lavorare per rendere innocuo il suo avvenire salvandosi soprattutto dalle critiche che parlano di estremismo e del solito immancabile fascismo?
A sinistra non è stato ancora risolto il problema della leadership (lo sarà mai?) con Giuseppe Conte e la Schlein che fanno finta di remare nella stessa direzione. La verità è un’altra: i due si contenderanno quel posto fino alla vigilia delle elezioni con il pericolo che possa vincere alla fine un terzo incomodo (o una terza incomoda) che li metta finalmente d’accordo.
L’incognita maggiore che preoccupa ugualmente maggioranza e opposizione è quella della legge elettorale che il governo vorrebbe a tutti i costi cambiare. Innanzitutto per la paura di un pareggio che non favorirebbe la stabilità dell’esecutivo. Si tornerebbe a parlare di un governo tecnico che l’opposizione favorirebbe per togliersi dai piedi la Meloni e i suoi fedelissimi.
Si, d’accordo, ma quale legge? Se la destra andasse avanti chiedendo ad ogni piè sospinto la fiducia, il clima diventerebbe irrespirabile con una minoranza schierata all’unanimità contro. Ragione per cui si dovrebbe studiare una soluzione che non fosse sgradita a nessuno. Ma queste sono speranze, o meglio illusioni, a cui credono in pochi. Anche in questo campo la battaglia sarà dura, senza esclusione di colpi e forse la gente si allontanerà sempre più dalla politica che non riesce a risolvere nemmeno uno dei tanti problemi che assillano l’Italia. Una crisi continua, proprio come quella del calcio che pare aver imparato a memoria tutti i risvolti negativi che arrivano di continuo dai Palazzi.