La crisi delle leadership nelle democrazie occidentali. Il trionfo delle “minoranze” (foto ANSA) - Blitz quotidiano
Se dipendesse da me, farei volentieri a meno delle statistiche. Mi disturba l’idea che quando il mio vicino di casa mangia due polli ed io sto a guardare, sul piano statistico è come se avessimo mangiato un pollo ciascuno. Le statistiche ci dicono che l’Italia detiene un indice di povertà assoluta inferiore a quello di Francia, Germania, Spagna e Stati Uniti. Ma queste statistiche non tengono conto di variabili che cambiano il significato dei numeri come il reddito al di sotto del quale si è poveri, del costo della vita e dell’esistenza o meno di una sanità pubblica.
Non è vero che nelle democrazie governa il partito che prende più voti e che il popolo seleziona i candidati migliori. Tutto dipende dalle tecniche elettorali e dalle condizioni sociali all’epoca del voto.
Nei momenti di pericolo prevale l’esigenza di una leadership potente, carismatica, capace di forti aggregazioni, mentre nella normalità occorrono figure in grado di interpretare i bisogni più elementari del popolo. Churchill era l’uomo adatto a governare nel periodo bellico, ma non appena i problemi del paese divennero quelli della ricostruzione e ripresero i conflitti tra i gruppi organizzati, prima sopiti dalla paura della guerra, vinse Clement Attlee, un uomo moderato e buon mediatore. Niente più gesti a effetto, frasi roboanti e memorabili: ora il pubblico ascoltava concise dichiarazioni basate sui fatti, prive di smalto e di ispirazione.
Il sistema “presidenziale” come quello americano, che prevede l’elezione diretta del capo della “Casa Bianca” in grado di garantire la “stabilità” di governo, richiede un candidato capace di attrarre le folle. Il Congresso continua ad essere composto da maggioranze e opposizioni rissose. Tuttavia, come è avvenuto con Trump, se il Presidente non realizza le promesse elettorali, verrà meno la maggioranza congressuale e la stabilità politica risulterà compromessa. L’America ha di fronte due anni di conflitto tra istituzioni.
Esistono democrazie in cui a governare sono le minoranze “condizionanti”. L’emblema di questo sistema è la democrazia Israeliana.
Come nasce l’attuale conflitto arabo-israeliano? Ci dicono che tutto dipenderebbe da qualche migliaio di contadini ebrei che occupano le terre della Cisgiordania. I governi non riescono a contenere queste “malversazioni” perché i “paysan” sarebbero “condizionanti” per la formazione delle maggioranze parlamentari. Se continuasse l’accerchiamento dei paesi del Terrore, Israele, un popolo di 9 mil. di abitanti, potrebbe sganciare l’atomica sui 9 milioni di civili che vivono a Teheran. In tal caso, Russia e Cina reagirebbero polverizzando Israele. Per tutelare gli interessi di un gruppo di contadini potrebbe estinguersi la razza umana. L’avanzata elettorale del partito “arabo” con i suoi 17 seggi, potrebbe cambiare la politica israeliana in medio oriente con ricadute imprevedibili per il mondo intero.
Il governo europeo è condizionato dai verdi che hanno imposto investimenti nel “green” agli stati membri, rimasti senza risorse per difendersi dagli attacchi cibernetici delle mafie internazionali.
La nostra democrazia si basa sul principio che ogni cinque anni si elegge il Parlamento che a sua volta nomina il governo. Vincono sempre maggioranze a danno di minoranze. Se il governo sbaglia
politica economica o sociale può essere sostituito con nuove elezioni. Ma quando tutte le categorie sociali che si ritengono danneggiate scendono sulle piazze per contestare un governo legittimamente eletto è la stessa democrazia ad essere in pericolo.
Il popolo non c’entra, lo scioperante violento è funzionale agli interessi di “gruppi particolari” tra cui quello delle élites politiche relegate all’opposizione.
Si afferma che le proteste avvengono nel rispetto della Costituzione. I diritti costituzionali riguardano i singoli cittadini, non i gruppi organizzati. I padri costituenti avevano ben chiaro che la concentrazione dei poteri nei monopoli, nelle associazioni commerciali o nei sindacati, in misura tale che essi possano sfidare l’autorità dello Stato, rappresenta un pericolo per qualsiasi società organizzata. Le autarchie vietano queste manifestazioni, le democrazie le tollerano, anzi le considerano il loro carattere distintivo: non c’è libertà senza scioperi al venerdì.
Il problema è che gli scioperi assumono spesso forme indistinte e che le formazioni politiche se ne intestano la paternità. Ad esempio, chi partecipa a un corteo Pro Pal può farlo perché condanna gli stermini di Gaza, perché considera legittimi i fatti del Sette ottobre o perché ce l’ha con gli ebrei a “prescindere”. Essere Pro Pal significa cose diametralmente opposte. Nessuna forza politica può “impadronirsi” di un movimento che accoglie anime diverse e inconciliabili, perché perderebbe la propria identità.
Un partito di opposizione che è stato al governo ed ha causato danni alla collettività con leggi scriteriate, non può far dimenticare il suo passato partecipando alle proteste antigovernative. I leader dei 5Stelle contestano la Meloni che non investe abbastanza per ridurre gli affitti agli studenti universitari. I 5S dimenticano che il “loro” governo aveva erogato agli agiati proprietari di case un bonus edilizio che poteva risolvere l’annoso problema dei nostri ragazzi in pochi anni e sistemare gli edifici scolastici dell’intero paese. Eppure Giuseppe Conte si presenta come uomo della provvidenza del campo largo perché ritiene di avere un carisma superiore a quello della Schlein.
Quando protesti contro la disoccupazione, devi almeno capirne le ragioni e proporre i rimedi. La disoccupazione endemica non dipende dalla politica contingente, bensì dalla supremazia “tecnologica” che segna i ritmi dello sviluppo, crea e toglie lavoro in tutto il mondo.
Se scioperi contro il governo perché investe poco nella Sanità, non lo fai solo per avere più infermieri e medici, ma per raddoppiare gli acquisti di apparecchi sanitari. Il grande chirurgo di un tempo è stato sostituito dal robot. Quando in un ospedale ci sono lunghe code, può essere segno che i “pianificatori” non hanno saputo usare le “macchine” informatiche.
La cultura prevalente della nostra classe politica e sindacale si basa tuttora sui conflitti di interesse tra gruppi economici e classi sociali: piccola azienda contro grande azienda, lavoratori contro dirigenti, poveri contro ricchi. Nell’era dell’economia globale non è più così. Nessuna classe sociale può conseguire vantaggi ai danni delle altre.
Non ci deve sorprendere che il paese al mondo in cui questi principi trovano piena applicazione sia la Cina, dove non ci sono scioperi e improvvisi cambi di regime.