Politica

La fuga di Bolsonaro, i golpe e la geografia “loca” dell’America Latina

La fuga a piedi attraverso l’immensa frontiera tra Argentina e Brasile del candidato sconfitto, che poi va a prendersi un aereo per raggiungere l’amico Trump e sopratutto i milioni di dollari imboscati dalla sua famiglia negli USA, è solo l’ultimo atto delle elezioni brasiliane e più in generale delle trasmissioni di potere nel sub Continente dell’America Latina.

Mentre il mondo brucia, in Sudamerica si è consumata insieme una elezione di importanza fondamentale non solo per il Brasile, ma per tutto il sub continente e forse anche per il mondo intero. E il coronamento, quasi da pochade, della fuga dello sconfitto segna ancora una volta l’instabilità del potere che marchia da sempre la storia sudamericana.

Con un padre, golpista condannato a 27 anni e agli arresti domiciliari, dopo essere lui stesso fuggito negli Usa nel 2022, da perdente sempre con Ignacio Lula da Silva, il trionfatore delle ultime elezioni, Jair Bolsonaro ha scelto la strada più vergognosa per sparire.

Senza passaporto, che gli era appena stato ritirato a poche ore dalla sconfitta, che lui conclamava di contestare, imputato in un colossale processo per illeciti finanziari, compreso il riciclaggio di dollari USA, l’ enfant prodige, figlio del “capitano” ex presidente, invece di restare a combattere la sua battaglia di opposizione, ha scritto un’altra pagina indimenticabile in America latina.

Dove è sempre successo di tutto prima, durante e dopo le elezioni e in qualsiasi dei paesi del Sub Continente. Ma la sua resa, nascosta perfino ai suoi collaboratori, dopo che la maggioranza netta dei 160 milioni brasiliani lo avevano bocciato democraticamente dentro le urne, ha un significato che solo ora si capisce bene.

Se Bolsonaro avesse vinto certamente nessuno gli avrebbe tolto il passaporto e lui avrebbe fatto il suo ingresso trionfale nel Grande Palazzo di Brasilia, sede della presidenza della Repubblica. Ma sopratutto si sarebbe completato un disegno complessivo che sta riguardando i paesi sudamericani, come ha già raccontato Blitzquotidiano, facendo l’elenco delle ultime vittorie, che recentissimamente in Bolivia, in Perù, in Nicaragua, e ovviamente in Argentina, hanno spostato il potere verso destra, nelle mani di candidati e candidate “ispirati” da Trump e dagli affari americani su un enorme territorio, ricco come pochi altri al mondo.

Basta pensare alle foreste dell’Amazzonia, alla terre rare disseminate nei deserti andini e ai segreti della Terra del fuoco.

Il Brasile era la ciliegina sulla torta. Essendo questo paese di fatto più un continente esso stesso che un semplice Stato della costellazione sudamericana .

Erano sicuri di vincere, sopratutto dopo un primo turno nel quale Bolsonaro aveva prevalso con due punti di distacco su Lula, che appariva stanco, oramai vecchio, giunto sulla soglia delle sua settimana partita elettorale e di un possibile quarto mandato che sarebbe stato un record. Come ora è.

Negli Usa la vittoria delle destre e della destra estrema erano già considerati in tasca, anche per i cospicui aiuti forniti anche personalmente da Trump al “povero” Bolsonaro, candidato con padre incarcerato, un fallito golpe alle spalle e una gestione fallimentare del suo mandato.

Il Brasile non è un paese qualsiasi e negli ultimi anni il ruolo del suo presidente Lula lo aveva rilanciato, facendogli assumere una preminenza forte nel BRIC, la alleanza dei paesi non allineati, il cui peso sta crescendo e nella quale il leader paulista sta assumendo iniziative anche clamorose e tutte da seguire nel nuovo scenario geopolitico.

Non è un caso che uno degli urli di vittoria, dopo la sorprendente rimonta del Partito dei Lavoratori, è stato “non siamo il giardino di casa di nessuno!”

Allusione all’invadente politica trumpiana, che punta ad annettersi tutto il sub Continente. Annuncia che il Messico non si chiamerà più New Mexico, ma New America, si è preso il Venezuela, ha “pagato” miliardi al suo amico Xavier Milei, l’anarco liberale argentino eh ha manovrato direttamente e anche indirettamente come attraverso la multinazionale United fruit per imporsi in un disegno che va dall’Alaska, attraverso il Canada, a tutto lo scenario. Chi si salva?

Grazie alla vittoria di Lula, alla fuga di Bolsonaro, che spariranno dalla faccia della terra politica, solo il brasile. Ora è chiaro che il disegno di vendersi l’Amazzonia, polmone della terra con le sue foreste e con i suoi fiumi, la riserva più cospicua di acqua dolce nel pianeta terra, va al diavolo. Lula ha sempre sostenuto che la sua politica era di difendere questo polmone dagli appetiti delle grandi multinazionali, che con la scusa di trapiantarci grandi piantagioni agricole, speravano di spianarlo, incominciando a costruire una autostrada, la più grande del mondo che avrebbe dovuto attraversarla tutta.

Basta sorvolare l’Amazzona, volando verso Sud, per capire cosa significherebbe questo taglio verticale all’equilibrio del pianeta. Solo i negazionisti della rivoluzione climatica potevano concepire un simile disegno.

Ora nell’agenda sudamericana di Trump non resta che Cuba. Nell’anno nel quale si celebra il centenario dalla nascita di Fidel Castro, l’isola è ridotta ai minimi termini, alla fame, senza più nulla . Insomma un boccone che il presidente americano sta per ingoiare, facendo tornare indietro “la perla dei Caraibi”, ai tempi di Fulgencio Battisata, il leader deposto dalla rivoluzione castrista. Basta l’episodio recente dell’ex leader dei 5 Stelle Di Battista, salvato miracolosamente a Cuba da medici che operavano in ospedali senza acqua e senza corrente elettrica per capire quale sarà il prossimo passo.

Intanto Lula festeggia la sua vittoria e aspetta il suo quarto insediamento che avverrà in gennaio.

La sua vittoria è come un argine fondamentale dopo l’insediamento di De La Sprilla in Colombia, quello dio Keikp Fujumori in Perù, di Nayb Bukelke in San Salvador, di Santiago Pena in Paraguay, di Daniel Noboa nel tumultuoso Uruguay, di

Josè Molino a Panama, di Nasry Asfura in Honduras, di Josè Antonio Cast in Cile, di Laura Fernandez Delgado in Costa Rica.

Dell’Argentina abbiamo già scritto. Della sua rivoluzione anarco liberista che ha tante facce . Non solo quella dei dollari yankees. Infatti se si prende il sub continente americano si scopre che trema fino al suo estremo argentino, Terra del Fuoco, a Barreal. piccola città in fondo alle Ande, dove i cinesi hanno in fretta e furia smontato e abbandonato la postazione nella quale era in costruzione, con un clamoroso accordo cino-argentino dei tempi della presidentessa Cristina Kyrckner ( oggi anche lei agli arresti domiciliari), il più grande telescopio del mondo, il “Radiotelescop Cort” in allestimento dal 2023.

Una minaccia cinese in fondo all’America, che gli USA prima debolmente con Biden, poi di forza con Trump hanno di fatto bloccato.

Non si poteva permettere una intrusione simile nel Sub Continente, che gli yankees hanno, appunto, sempre considerato il cortile di casa loro: dai golpe orchestrati da Kissinger in Cile al “rapimento” di Maduro a Caracas, organizzato da Trump, che ora chiama il New Mexico “New America” e sta ber sbarcare all’Avana, ottanta anni dopo la rivoluzione di Fidel Castro, i cui resti affondano nella miseria totale. Ma che,ora Lula sblocca sulla favolosa spiaggia di Capocabana.

Published by
Franco Manzitti