Politica

La “Questione israeliana”, il premio Nobel per la pace e le ragioni del Diritto

Perché gli ebrei, salvo brevi intervalli di tempo, sono sempre stati perseguitati nei secoli? Posso “capire” i conflitti religiosi all’epoca della Fede e quelli degli attuali ayatollah, oppure la follia di un nazista che cercava l’agnello sacrificale per scalare il potere. Mi è difficile individuare le ragioni delle condanne e delle denigrazioni degli ebrei all’interno delle nostre democrazie. È tuttavia un fatto che la “Questione Israeliana” stia portando il mondo sull’orlo del baratro.

La prima domanda che dobbiamo porci è la seguente: Israele ha il diritto di “esistere”? I paesi che sostengono il principio dei “Due popoli e due stati” ovviamente affermano di Sì.

Non si può ricominciare con la storia della “rava e la fava”, ricordare le decisioni “maldestre” degli inglesi e degli arabi che hanno venduto o abbandonato le loro terre un secolo fa. Questi argomenti sono ad uso di piazze mediatiche “intruppate”.

L’Onu ha riconosciuto Israele fin dal 1949, nessuna superpotenza aveva esercitato il diritto di veto per impedire la nascita di questo Stato. Erano dunque “illegali” le guerre avviate dagli arabi nel 1948/49, la crisi di Suez del 1956, la guerra dei Sei giorni del 1967, la guerra del Kippur del 1973, la guerra con il Libano del 1982.

In punta di “Diritto”, il terrorismo medio orientale è dipeso anche dall’inazione dell’Onu che non era stata in grado di proteggere uno Stato membro dagli attacchi dei paesi arabi coalizzati.

Se Israele appartiene agli israeliani, l’Olp e Hamas non sono gruppi di “Partigiani” che vogliono liberare la loro patria, ma dei banditi. Per legittimare questi movimenti bisognerebbe ammettere l’esistenza di “abusi” reiterati dell’Onu nei confronti della Palestina.

L’Olp, Hamas e gli ayatollah, in passato consideravano le Nazioni Unite una “creatura” dell’Occidente: il che dava loro il “buon diritto” di attentare alla vita di spagnoli, francesi, inglesi, italiani e americani. La logica argomentativa di Hamas, giustifica l’annientamento di Israele e dei suoi abitanti, consente di educare ogni ragazzo palestinese all’odio generazionale, di considerare “martire” chi muore nella “Guerra Santa” contro gli ebrei e ad impugnare il mitra anche contro i paesi arabi fratelli che ripudiano il terrorismo.

Gli eccidi del Sette ottobre diventano eventi patriottici, come si afferma nei cortei Pro Pal e studenteschi. Sembra proprio che i gruppi del “terrore” abbiano in mente un nuovo “olocausto”.

Altra domanda: Israele ha il diritto di difendersi oppure, essendo una democrazia, può solo cercare soluzioni di pace? Secondo Hamas, i “Patti di Abramo”, rappresentano un “tradimento” del popolo palestinese.

Il governo guidato da Mahmūd Abbās non ha ragione di esistere. L’odio non si manifesta solo verso il governo di Bibi: l’attentato agli atleti israeliani durante le Olimpiadi di Monaco è avvenuto negli anni di Golda Meir. L’ipotesi che qualora Netanyahu perdesse le elezioni arriverebbe la pace è un luogo comune costruito sul nulla.

Se la partita in gioco è l’annientamento reciproco senza possibilità di compromesso, non sono più in discussione i principi umanitari: tutto è lecito, la “sacralità” della vita è “morta”, l’epoca del Diritto è finita.

Non perdiamo tempo nel chiedere l’intervento delle Nazioni Unite: basterà il veto di uno Stato fondatore, per trasformare una tragedia in burla.

In questo scenario, il premio Nobel per la Pace 2026 è stato assegnato a “Navi Pillay”, giudice e giurista sudafricana. L’ambìto riconoscimento è motivato con la necessità di garantire il diritto internazionale, “sotto attacco” perché condanna i crimini di guerra come quello palestinese. Insomma, i 15 giudici della Corte penale internazionale devono essere “presi sul serio”, come era avvenuto nel processo di Norimberga.

Solo che il processo ai nazisti era stato possibile grazie alle forze alleate che avevano arrestato, processato ed impiccato i criminali. Quale corpo “armato” potrà eseguire i mandati d’arresto e l’eventuale condanna di Vladimir Putin e i suoi accoliti, di Netanyahu e gli altri carnefici oppure dei generali cinesi o americani che avessero commesso crimini contro l’umanità? Se la Russia attaccasse la Norvegia o la Svezia, questi paesi potrebbero risolvere tutto distribuendo qualche premio Nobel o grazie alla “ferma” condanna di Putin da parte dell’Onu e della Corte penale?

Altro problema: se arriverà la pace tra Ucraina e Russia, chi firmerà l’accordo, un presidente “ricercato” nel mondo?

Insomma, l’irrilevanza dell’Onu e della Corte penale è un fatto conclamato: l’idea fondante di questi Enti sovranazionali è superata perché la politica globale è guidata da potenze che non rinunciano alla loro “Supremazia”. Le condanne della Corte penale internazionale servono solo a delegittimare qualche politico “minore” come Netanyahu, che è uno dei tanti leader israeliani che hanno cercato, senza successo, una soluzione ad un conflitto che dura da decenni. C’è qualcosa di più profondo a scatenare l’apocalisse medio orientale: il fatto che Israele non sia ancora uno Stato “compiuto”.

L’unione di gruppi etnici diversi nasce in ragione di condizioni politiche e sociali straordinarie; scompare col cessare di tali condizioni se non è avvenuta nel frattempo la fusione, l’unità “politica”.

L’integrazione non si è realizzata: i coloni ebrei occupano terre in Cisgiordania, gli arabi sono destinati ai lavori più umili e vivono sotto la soglia di povertà, sono svantaggiati a livello occupazionale e salariale. Sono costretti a costruire case abusive che vengono abbattute con le ruspe in nome di un “Diritto”, scritto da “giuristi” di fede ebraica. In un sistema “chiuso” che discrimina parte della popolazione, aumentano i conflitti sociali ed economici, che diventano ideologici e religiosi. Il male assoluto di Israele è il disfacimento politico, la divisione tra gruppi che vogliono l’integrazione e quelli che puntano sui “missili” d’attacco.

Tra questi gruppi prevale il partito religioso, formato da fanatici diventati “condizionanti”, i quali incitano alla crociata contro i palestinesi ma rifiutano il servizio militare. La stessa cosa cerca di fare la componente araba (il 21% della popolazione) che si propone come ago della bilancia nella formazione dei futuri governi. Situazioni analoghe si verificano nelle democrazie occidentali, dove le proteste, gli attentati e i conflitti generati dalla “Questione israeliana”, sono diventati eventi di cronaca quotidiana. I popoli sognano la rinascita di un “Uomo del destino” capace di contenere il caos: Trump ha dimostrato di non averne la statura. L’epoca che stiamo vivendo segna la fine del sistema di “Diritto”, che era riuscito per molto tempo a tramutare l’ingordigia in risparmio, la violenza in discussione, l’assassinio in processo.

La ripresa in diretta streaming della fucilazione di Nidal Hasan, un ex militare di origini palestinesi colpevole di tredici omicidi “premeditati” e trentadue “tentati”, forse sarà annullata. Molti penseranno: vedi, le ragioni del Diritto finiscono per prevalere. Sembra invece che il governo voglia impedire agli “habitué” dei social, di twittare milioni di “like” per un “eroe” del terrorismo.

Published by
Giorgio Oldoini