Politica

Le scissioni politiche e le menzogne elettorali

Quando le Istituzioni si dimostrano inadatte alla vita, ai bisogni e allo spirito dei nostri tempi, dobbiamo esaltare la Costituzione più bella del mondo oppure cercare le radici del male?

Le attuali cause del degrado democratico del nostro paese sono principalmente due: le scissioni politiche che destabilizzano il Parlamento e la banalità delle menzogne elettorali. Non farò l’elenco delle “scissioni” politiche in Italia, a destra e a sinistra, perché dovrei occupare tutto lo spazio che mi è concesso dalla Redazione di Blitz Quotidiano.

I cambi di casacca possono essere motivati da vicende personali, etiche o economiche. Gli esodi dal M5S verso il gruppo misto negli anni di Beppe Grillo dipendevano dall’obbligo di restituire al Movimento una parte dell’indennità parlamentare.

La stessa cosa è accaduta con Giuseppe Conte, un avvocato civilista diventato in pochi giorni capo del governo, il quale aveva scippato il Movimento al suo creatore garantendo ai parlamentari il rinnovo per più mandati. Vi ricordate l’eroe di Mani pulite Antonio Di Pietro, entrato in politica con l’Italia dei Valori, il partito che si proponeva di moralizzare il Paese?

Dopo pochi anni molti esponenti risultavano indagati per le “spese pazze” negli Enti locali e il partito fu messo in liquidazione.

Ho segnalato la parabola “etica” grillina e dell’ex Pm, per far presente al lettore che, sulla base di dati statistici alla portata di tutti, gli Ideali passano in seconda linea rispetto alle esigenze materiali degli individui. Ad esempio, il ruolo di parlamentare era gratuito sotto la monarchia, ma dopo la Liberazione i partiti pretesero emolumenti in modo che anche i più disagiati potessero fare politica “attiva”.

In cinquant’anni siamo passati dalle mille lire al mese ai 15 mila euro, con la conseguenza che quello del parlamentare è diventato un business che attira chiunque sappia appena “leggere e scrivere”.

I partiti della Seconda Repubblica hanno fatto di tutto per screditare i vecchi leader politici e poi hanno eletto, rinnovandoli per un secondo mandato, due presidenti della Repubblica, uno ex comunista che li aveva messi in riga più volte in sede parlamentare ed uno ex democristiano che li bacchetta tutt’oggi come alunni dell’asilo.

Nel caso di Matteo Renzi, la scissione rappresentava una risposta “necessaria” alla farisaica “nomenclatura” di partito. Lui, un politico di carriera che aveva portato il PD al 40% dei consensi alle europee, che aveva per primo sperimentato l’alleanza con il centro destra, che rottamava gli over 50 e voleva una Costituzione adeguata ai tempi, dotato di carisma e di grandi intuizioni, era stato boicottato dal suo stesso “popolo” in sede di Referendum.

Carlo Calenda, l’altro leader del due per cento, è un tecnico prestato alla politica al quale il Partito non aveva riconosciuto un giusto ruolo perché si dichiarava contrario ad alleanze con i 5 Stelle. Il generale Vannacci è un Bruto che accoltella Cesare per difendere la Repubblica romana oppure un opportunista che cerca il Potere?

Questa scissione si capisce meno: era stato accolto da un Segretario di partito che se la giocava con Lui a chi ce l’ha più duro in tema di emigrazione e di diritti civili ed aveva le stesse posizioni in politica estera sul ruolo della Russia nel mondo. Matteo Salvini agitava quei “Valori” per ottenere maggior potere nell’ambito della coalizione di centro 2 destra, ma poi votava secondo gli ordini di scuderia, mentre il Generale ha da ultimo preferito la strategia dell’attacco in campo aperto rispetto ai logoranti scontri di trincea.

Quale è il fattore comune di queste scissioni? Che le “nuove” formazioni non si discostano dalle logiche politiche “rinnegate”, ma le ripropongono. Quando si era costituito il PSDI di Saragat che abbandonava il partito di Nenni, erano in gioco Interessi collettivi veri, come l’appartenenza all’Allenza militare Atlantica e l’idea di dirigismo economico.

Ai nostri giorni, nessuna formazione mette in dubbio la centralità militare degli Usa, nessun leader credibile chiede di uscire dall’Europa o di tornare all’economia protetta: si urla lo sdegno ma si continua a votare come prima. Se qualche segretario di partito accenna al “Nazionalismo”, se ne guarda bene dal trarne le conseguenze politiche a Bruxelles. Ciò si verifica perché non si può affrontare il “liberalismo” cinese con le pratiche di protezionismo, dal momento che le industrie delle singole Nazioni europee hanno bisogno della Cina per smaltire la sovraproduzione interna.

Il conflitto economico non lo vince il sistema “giuridico” più “democratico”, ma il paese dotato di superiore impulso agonistico. I giovani sono attratti dalla lotta, mentre gli anziani attribuiscono maggior importanza alla sicurezza. Il declino dello spirito competitivo manifestatosi nei paesi dell’Europa occidentale, deve, almeno in parte, essere spiegato su basi evoluzioniste.

In Italia, il trionfo dei vecchi sui giovani si è avuto con la normativa sulle pensioni. In conclusione, qualsiasi frammentazione politica disgrega il consenso e indebolisce il Parlamento, alla costante ricerca di nuove leggi elettorali. Rilevo appena che i nostri padri costituenti non avevano stabilito una legge elettorale, mentre la Costituzione americana ne prevede una, tuttora vigente, che è resistita due secoli e mezzo. Una legge elettorale è efficace quando il parlamento eletto à in grado di formare un governo stabile. Il popolo vota, gli eletti si riuniscono, nominano e formano un governo.

Il significato politico del parlamentarismo si definisce in una sola formula: la maggioranza deve avere il “suo” esecutivo. Le regole della procedura parlamentare sono inutili quando il governo gode di una forte maggioranza, viceversa ad un governo di coalizione votato da una maggioranza traballante, tali regole non serviranno ad assicurare la stabilità governativa.

Il miracolo della Meloni è stato quello di aggregare in un unico campo forze politiche agli antipodi e di individuare un programma aggregante adeguato alle istanze popolari. Poiché le nostre formazioni politiche non possono uscire da una logica che le accomuna nelle scelte fondamentali, il confronto diventa provinciale e avvilente. Ne costituiscono un esempio le odierne manifestazioni di piazza.

Ho sentito alla televisione un giovane di Askatasuna, il quale ha detto una cosa intelligente: i 30 o 40 mila partecipanti ai cortei di Torino, le donne con il passeggino, gli operai e i sindacati, non sfilano per la questione dello sfratto di un immobile, ma per la grave crisi economica che ha generato disoccupazione nel territorio. Non si capisce allora perché le manifestazioni siano indirizzate contro il governo. Non è il governo ad avere provocato la perdita dei posti di lavoro in Piemonte, ma la Stellantis che preferisce 3 indirizzare gli investimenti in America.

La gente vorrebbe il ritorno al protezionismo della Prima Repubblica, ma ciò è impossibile per le Regole europee a suo tempo solennemente firmate da governi di centro-sinistra con l’avallo dei sindacati. I responsabili della crisi sociale torinese sono dunque gli attori imprenditoriali, sindacali e politici che hanno accettato le condizioni “giuridiche” per entrare in Europa e che vincolano l’azione degli attuali governi.

La “deindustrializzazione” l’avevano già vissuta in modo più drammatico gli americani che così si esprimevano: “Ho lavorato tutta la vita per la compagnia delle automobili di Detroit e poi hanno cominciato a comprare queste macchine giapponesi. Ho visto un sacco di persone che stavano davvero bene e sono diventate homeless perché hanno perso il lavoro”. Oggi gli operai torinesi dovrebbero urlare nei cortei:” siamo senza lavoro perché le auto elettriche cinesi sono migliori delle nostre e l’azienda ha perso 23 miliardi”.

“Gli Agnelli hanno privilegiato la politica dei dividendi rispetto agli investimenti nell’innovazione”. Gli attuali manifestanti non mettono in discussione Valori e interessi capaci di incidere sul loro futuro ma cercano di attirare l’attenzione dei decisori politici impotenti a risolvere i loro problemi. I partiti vicini ai movimenti, non agitano la bandiera di nuove classi sociali emergenti, ma percorrono vie già viste che portano nella stessa direzione. Gli scioperi contro un qualsiasi Governo impotente a cambiare il corso della Storia, destabilizzano il Paese senza risultati per i lavoratori.

L’altro fattore di destabilizzazione del Paese è il sistema Giudiziario. Un corretto rapporto con l’elettorato deve basarsi su questa domanda: è in gioco l’Autonomia della Magistratura? L’eventuale controllo “esterno” sull’operato dei Giudici, viola i principi costituzionali? Un rapido controllo su Google permette di concludere che i giudici sono nominati dal Sovrano, dal Presidente della Repubblica, dal Governo o dal Parlamento nei seguenti paesi democratici: Regno Unito, Usa, Svezia, Norvegia, Olanda, Germania, Canada, Giappone, Australia, Polonia, India (tanto per indicare le Nazioni più popolose). Nell’ambito della magistratura francese è radicalmente differenziato lo status giuridico dei “magistrats du siége”, che svolgono le funzioni di giudice, da quello dei “magistrats du parquet” che sono i pubblici ministeri.

La Costituzione Cecoslovacca, un paese che si è guadagnato la democrazia a forza di martiri, prevede che il Presidente della Repubblica, eletto direttamente dal popolo, nomina i giudici e può ordinare che “un procedimento penale non venga iniziato o se è stato iniziato che non venga proseguito”. Tutte le costituzioni stabiliscono che nell’esercizio delle loro funzioni i giudici sono indipendenti, che “nessuno può minacciare la loro imparzialità, rimuoverli o trasferirli ad altro Tribunale”, salvo le eccezioni derivanti dalla loro responsabilità disciplinare monitorata dal Ministero di Grazia e Giustizia. In Gran Bretagna, la nomina “politica” dei magistrati non impedisce le inchieste relative al caso Epstein, che stanno destabilizzando la Corona e il capo del Governo.

In Francia si arresta e si condanna un ex presidente della Repubblica, nonostante la separazione delle carriere. 4 Solo in Italia i magistrati sono nominati per concorso gestito dagli organi di autogoverno, che decidono le carriere e le “responsabilità”. Secondo Voi, in caso di unificazione delle Costituzioni europee, assolutamente necessaria, prevarrà il modello italiano oppure quello degli altri 26 paesi? Sarei disposto a battermi per l’Autonomia all’italiana se ci fossero stati risultati positivi. Purtroppo le statistiche mettono la nostra Magistratura al fondo delle classifiche europee in termini di efficienza e credibilità.

Durante i lavori della Costituente si era discusso a lungo sull’indipendenza dei magistrati dai partiti. In Ungheria i procuratori e i giudici “non possono essere membri dei partiti, e non possono svolgere attività politiche”. “L’organizzazione della Procura è guidata dal Procuratore Generale, che nomina anche i procuratori”. In Italia, l’ultimo procuratore capo che ha esercitato effettivamente questo ruolo è stato il dott. Francesco Coco, assassinato assieme alla scorta nel 1976 dai Brigatisti rossi ormai da tempo in libertà, un martire che alcuni storiografi d’area ricordano con evidente disagio.

Published by
Giorgio Oldoini