(Foto Ansa)
Camminando nel rigido clima australe per le strade larghe del “barrio alto” di Santiago, capitale del Cile, in quell’agosto del 1973, ho visto bene “le vene aperte dell’America Latina”, come titola il magnifico libro di Eduardo Galeano. Ero in Cile, da giovanissimo inviato, per seguire la tragica fine dell’esperimento di “Unitad Popular”, la alleanza di sinistra di Salvator Allende, un evento forse più grande di me allora. Da lì a poco si consumò il sanguinoso golpe del generale Pinochet, che rovesciò il governo e mise il paese sotto il tacco dei militari, aprendo la strada anche allo sfruttamento di quelle vene.
Quelle “vene aperte” a colonizzazioni, sfruttamenti, predatori, golpisti, finti rivoluzionari, targati prima con le bandiere dei grandi paesi europei, poi con le stelle e strisce de “los yankees” , gli americani del Nord, non si sono mai chiuse e ora quello che sta succedendo in Venezuela , al di là di ogni interpretazione, lo dimostra ancora una volta e nel terzo millennio, seppure con tante necessarie distinzioni. In Cile nel 1973 il golpe sanguinoso del generale Augusto Ugarte Pinochet, fino a pochi mesi prima fedelissimo del governo socialcomunista di Allende, era stato etero diretto da “los yankees”, che applicavano certo la vecchia dottrina Monroe, riveduta e corretta da quel sottile stratega che era Henry Kissinger.
Un blitz a lungo annunciato, mentre il paese andava in crisi economica anche per le divergenze interne tra i socialisti, che volevano riforme e nazionalizzazioni sempre più spinte e i comunisti che cercavano di frenare “el cambio” e Salvator Allende che cercava di mediare e di contenere le spinte del MIR, il Movimento de Izquierda Revolucionaria, capeggiato dallo scatenato Carlos Altamirano, il leader amato da generazioni di rivoluzionari europei post sessantotteschi.
Le vene aperte in quel caso erano nelle ricchissime miniere di rame che il governo Allende aveva nazionalizzato insieme a grandi proprietà fondiarie. Allora, all’inizio degli anni Settanta del Novecento, l’esperimento cileno aveva suscitato una grande attenzione internazionale, soprattutto in Italia, dove si parlava di “spaghetti in salsa cilena”, alludendo all’esperimento di alleanza al governo con i comunisti, su cui molte forze politiche italiane ragionavano, a partire da Enrico Berlinguer, allora leader maximo del Pci, ma anche con molti democristiani delle correnti di sinistra, attenti a quell’esperimento, magari non favorevoli, ma intrigati, come il leader genovese e ministro dell’Interno, Paolo Emilio Taviani. Dove poi avrebbe portato quell’ispirazione, a prescindere dalla catastrofe golpista cilena, lo sappiamo.
Cinque anni dopo Moro e Berlinguer stavano realizzando la salsa cilena con un governo appoggiato all’esterno dal Pci, che sarebbe costato la vita dello stesso Aldo Moro, rapito e giustiziato dalle Brigate Rosse. La sua tragica fine può essere messa in relazione con una traduzione europea della dottrina Monroe? Su questo interrogativo ci si arrovella in Italia da oltre cinquanta anni, indagando invano sui retroscena di quel rapimento e dei suoi veri mandanti.
Ma la differenza tra la tragedia del Cile ( dove tra l’altro è appena tornato al governo un presidente, Josè Antonio Kast, simpatizzante di Pinochet, ancorché regolarmente eletto) e quello che sta avvenendo in Venezuela, è veramente molto grande. Quel Cile era in mano a un governo regolarmente eletto espressione di una alleanza che aveva portato come candidato Salvator Allende, al terzo tentativo di elezione presidenziale e che in precedenza era stato sconfitto dal liberale Alessandri e poi dal democristiano Frey.
In Venezuela, come tutti sanno Maduro non aveva vinto le ultime elezioni, anzi le aveva perse in modo netto e evidente e il suo sfregio al risultato delle urne era stato violento, indurendo il suo sistema dittatoriale, spingendo all’esilio gli oppositori, inducendo alla fuga oltre otto milioni di venezuelani per fame e povertà. Riducendo il paese più ricco di petrolio del mondo a uno stato di indigenza, sulla scia della politica, impostata da Chavez, il padre del neobolivarismo, instaurato in Venezuela, ma con un metodo non così repressivo come quello di Maduro.
Certo questo non legittima il modo con il quale gli Usa e Trump sono intervenuti, “enfiltrando” Maduro, dopo una evidente trattativa con quel regime, tanto è che il nuovo presidente si chiama Rodriguez, la vice presidente. E’ come se cinquanta anni prima Nixon e Kissinger avessero rapito Allende dal Palazzo della Moneda di Santiago e attaccato la flotta cilena a Valparaiso. Ma il problema, semplificando, è sempre lo stesso: le vene aperte dell’America Latina. Ieri le miniere di rame cilene, oggi i milioni di barili di petrolio, che ben più di quelle hanno una importanza nella rivoluzione geopolitica che stiamo vivendo. Allora il mondo era ancora in uno stato di guerra fredda, c’era la cortina di ferro, dieci anni prima c’era stato il blocco americano navale di Cuba, che minacciava con i missili dell’Urss il territorio Usa.
La Cina era in piena rivoluzione maoista, arretrata e lontana. Oggi la rivoluzione geopolitica ci scuote ogni giorno, capovolgendo gli equilibri mondiali ad ogni mossa. Nel frattempo tra quel Cile anni Settanta e il Venezuela di oggi le vene si sono aperte tante volte, anche se mai come oggi. L’America Latina, subcontinente spesso dimenticato, è stato veramente considerato un po’ il cortile di casa de los yankees, oppure il terreno di arditi esperimenti politici come quello di Allende, di dittature epocali, come quella paraguayana di Alfredo Stroessener Matiuada, che tenne il suo paese sotto il suo tacco militare dal 1959 al 1989. O come il terreno di intervento dei militari argentini più estremisti, con i massacri dei 30 mila desaparecidos oppositori del regime e la guerra disastrosa all’Inghilterra per conquistare le isole Falkland- Malvinas, nel sistema sanguinario dei generali assassini, Videla e Massena, alla fine degli anni Settanta. Dopo i governi militari “dolci” di Ongania e Lanusse.
Le vene aperte dell’Argentina, forse il paese più ricco di risorse di tutta l’America Latina, hanno avuto una gestione molto diversa per la grande incertezza della politica di un paese immenso, “ il mondo alla fine del mondo”, come diceva Papa Jorge Bergoglio, una terra molto infiltrata anche dagli italiani, rifugio dei nazisti sconfitti, in testa Eichmann catturato dal Mossad israeliano negli anni Settanta, in un sobborgo della pampa argentina. Ma l’Argentina ha sempre avuto un rapporto meno duro con gli Usa, mediato per decenni dal peronismo, un movimento politico ultranazional popolare, inventato alla fine degli anni Quaranta da un generale, Juan Peron, perpetrato fino ad oggi e mutato da tanti successori e successore, come la terribile Isabelita e da Cristina Kirckner. in forme diverse e propensioni a volte verso destra, a volte verso sinistra, in infiniti capovolgimenti.
Fino all’attuale presidente, che ha sconfitto proprio il peronismo, l’ anarco liberista, Xavier Milei, che non ha bisogno di aprire le vene, perché è nelle mani di Trump, anzi è la sua traduzione argentina, rinforzata dai miliardi di dollari che Washington versa nelle casse di Buenos Aires per salvare la sua economia disastrata, che il nuovo presidente sta capovolgendo, con metodi da cavallo anti inflazione, ma capaci di ridurre in miseria gli strati più deboli della società argentina.
E poi come non parlare del Brasile, il gigante latino-americano, dopo grandi scossoni, regimi militari, tra gli anni Sessanta e Settanta, poi governi di sinistra, poi di nuovo in mano ai militari, come quello del capitano Bolsonaro, oggi in carcere per golpismo? Il Brasile, dove comanda di nuovo Luis Inacio Lula da Silva, l’ex sindacalista, quasi ottantenne, capace di una politica mondiale e trasversale, leader del BRIC, il movimento dei non allineati, che comprende anche Cina e India e da poco perfino i paesi arabi e anima, lui Lula da Silva, che mira a salvare l’ambiente e il pianeta, partendo dalla Amazzonia, polmone del mondo . Ed è appena stato leader di Cop 30 la grande assemblea mondiale per fermare il riscaldamento climatico.
Qui le vene scorrono proprio nelle grandi foreste amazzoniche e nei grandi fiumi, dove si gioca l’equilibrio ambientale, non quello geopolitico, che però lo determina. La deforestazione è una vena aperta, eccome, sulla quale si è sempre giocato l’onore del Brasile. E non ce ne è una più evidente oggi in tempi di cambiamento climatico, dopo che le miniere d’oro, d’argento, le terre rare sono state già saccheggiate ma molto ancora rimane e come avvoltoi le potenze mondiali si avventano, dalla Terra del fuoco, diventata mezza cinese a queste foreste, ai giacimenti di petrolio del Venezuela. Come Trump ci dimostra.