Legge elettorale, oggi il voto alla Camera: il Paese davanti a un bivio (foto ANSA) - Blitz quotidiano
Oggi è il giorno della verità. E del futuro prossimo del nostro Paese. Alla Camera, in tarda mattinata, si vota per l’approvazione della legge elettorale. Si o no? Dipende molto dai franchi tiratori che potrebbero tradire la maggioranza che ha chiesto la fiducia. Scrutinio segreto vuol dire che può accadere di tutto. La sinistra tuona, è inferocita. Se dovesse passare questo obbrobbrio, ogni speranza è affidata alla Suprema Corte che “potrebbe ridare giustizia all’Italia”. La minoranza continua a sostenere che si è in presenza di una legge anticostituzionale che offrirebbe l’opportunità alla Meloni di portare avanti soltanto le sue proposte. “No, si risponde, vogliamo solo che nasca un governo stabile”. Si ricordano quelli cosiddetti stagionali che duravano una primavera o un’estate. Non eletti dal popolo, ma dagli intrighi e dagli inciuci delle segreterie. Soltanto con la stabilità, l’Italia potrà stare al passo con i tempi ed essere tra i Paesi più progrediti dell’Europa. Senza contare che i cittadini potranno finalmente scegliere i candidati che vogliono e non quelli imposti nelle segrete stanze.
Insomma, il Paese è davvero dinanzi ad un bivio perchè mai come adesso Palazzo Chigi sarà profondamente diverso vincano gli uni o gli altri. Storicamente si può dire senza essere smentiti, che in trent’anni è la sesta legge elettorale che viene presentata al Parlamento. Di chi è la colpa? Di coloro che depongono la scheda nell’urna o dei Palazzi che conducono un gioco che non è propriamente corretto? Il timore che più impensierisce la politica riguarda il pareggio e cioè quel sostanziale risultato che non porterebbe giovamento al Paese perchè le minoranze (qualunque esse siano) si metterebbero di traverso e qualsiasi novità, pure buona, verrebbe bocciata perchè i numeri non sarebbero sufficienti ad approvare nuovi provvedimenti. “E’ una legge dettata dalla sola maggioranza perchè in genere le regole si fanno insieme, debbono partecipare tutti i giocatori”, affermano ancora gli esponenti della sinistra. La destra replica: “Con chi incontrarsi e discutere se ancora non avete scelto il candidato che dovrebbe presentarsi alle politiche per battere la Meloni?”.
E’ un campo largo che non ha un aggettivo appropriato se si osserva quel che è accaduto negli ultimi mesi. Dopo il referendum sulla giustizia, Elly Schlein e i suoi alleati cantavano già vittoria non solo per la batosta che avevano preso gli avversari, ma soprattutto perchè era cambiato il vento e si andava velocemente verso un cambio della guardia, cioè verso una maggioranza nuova che avrebbe compreso non solo il Pd, ma i 5Stelle di Giuseppe Conte e gli Avs di Fratoianni e Bonelli. Invece, il successo ha dato alla testa alla sinistra che, invece di incontrarsi e studiare un programma condiviso, ha continuato a litigare sulla persona che avrebbe dovuto guidare la campagna elettorale. Conte per le sue esperienze passate essendo stato due volte presidente del consiglio con partiti diversi, o Elly Schlein, ovvero la leader del maggior partito dell’opposizione? Ancora oggi, sia pure se si sta vivendo un periodo molto delicato da un punto di vista internazionale, non c’è il minimo accordo fra i due “alleati”. Furbescamente, come è suo solito, Conte dice allora alla Schlein di trovare un terzo candidato, un federatore in grado di mettere d’accordo le varie correnti dell’opposizione. Sa che è un’idea che non piace alla segretaria perchè è convinta che deve essere lei a guidare il Paese se dovesse vincere la sinistra. Allora Elly (“che è generosa, ma non ingenua”, ipse dixit) replica con un no secco e riaccende la polemica sulle primarie e il programma.
Che cosa deve essere discusso prima? Niente da fare. Non si trova un denominatore comune, ragione per cui chi governa deve avere una piena sovranità. Ma come, non era indicato come sovranismo questo potere? In parole semplici, siamo giunti al traguardo di una nuova legge elettorale e si discetta ancora su argomenti che non sono comprensibili alla gente che vorrebbe più pragmatismo e meno fuffa. Allora, vuol dire che i nostri parlamentari non hanno imparato nulla da quel che succede in Francia e in Spagna. Marce, piazze invase, candelotti lacrimogeni, migliaia di feriti e più di seicento arresti nel solo Paese di Emmanuel Macron. In Spagna si voterà poche settimane dopo l’apertura della crisi, in Italia sapremo solo oggi con quale legge elettorale avranno a che fare gli italiani.