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L’illusione delle dimissioni della Meloni, la spallata dopo il referendum non c’è stata: si va avanti, la sinistra la batterà alle urne?

L’illusione della sinistra è durata lo spazio di un mattino. Forse qualche giorno, nulla più. Se qualcuno pensava che Giorgia Meloni si sarebbe arresa dopo la spallata del referendum significa che non conosce a fondo la sua caparbietà e la sua determinazione. Dimissioni subito? Non esiste questa eventualità. Elezioni prima dell’estate o al massimo in autunno? Nemmeno per sogno. Rimpasto di governo? Macchè: “Stiamo bene con questa  squadra, andiamo avanti con serietà e responsabilità”.

La situazione internazionale è difficile, sono in corso due guerre che avrebbero tagliato le gambe a chiunque. Però, la premier non si dà per vinta: “Siamo onorati di avere quest’ onere. Siano anomali? No soltanto fieri”: Il tono è di quelli che non ammettono discussioni. Parla senza alzare mai la voce, sicura com’è di ciò che afferma. Ogni tanto un sorso d’acqua, un paio di sorrisi. Niente altro: per cinquanta minuti, quanti ne sono serviti per leggere le sue comunicazioni, la Meloni è andata giù dritta certa com’era di quanto stava ripetendo all’aula di Montecitorio (e poi di Palazzo Madama).

Più volte, è rintronato nel Palazzo il termine dimissioni. Qualcuno lo ha invocato a mezza bocca, solo perchè sollecitato dal vertice del partito. Soltanto il fiero Angelo Bonelli (sempre più presente del suo gemello Nicola Fratoianni) lo ha urlato, magari per farsi sentire da qualche curioso che in piazza potesse ascoltare.

Giorgia Meloni al Senato (foto Ansa) – Bltiz Quotidiano

Elly Schlein non è andata al di là del solito refrain: “In quattro anni di governo non avete combinato un bel nulla. Noi siamo già pronti a prendere la guida del Paese, forse dobbiamo solo avere la pazienza di attendere”, perchè sul cambio della guardia non ci possono essere dubbi. Giuseppe Conte, felice per i tanti sondaggi che lo hanno favorito in caso di primarie (traguardo Palazzo Chigi), parla sempre e ancora della subalternità che il nostro presidente del consiglio ha nei riguardi di Trump.”È sottomessa, non riesce a dire una sola parola che possa somigliare al sostantivo lontananza”. L’avvocato del popolo lancia il suo affondo: “Lei sostiene di non fuggire e di metterci la faccia ogni volta che affronta un problema? D’accordo, presidente. Ma è la competenza che manca, ecco perchè l’Italia è in braghe di tela”. In sintesi, una premier che ha dato molto a se stessa, quasi  niente agli italiani.

Sono gli intrighi di Palazzo che non piacciono a Palazzo Chigi. Governi fatti nelle segreterie dei partiti, lontani anni luce dal voto popolare. Se ne sono contati tanti negli ultimi anni. “lo lascio ad altri questo compito. Sfido i miei avversari nel merito, un dibattito in cui non venga politicizzato ogni argomento”. La frecciata  è ben chiara. La premier si riferisce alla spallata subìta sul referendum della giustizia. Riconosce di aver perso senza scusanti, ma se si fosse parlato della sostanza della riforma, forse qualcosa sarebbe cambiata”. Non vuole con questo respingere al mittente il risultato, sarebbe assurdo se lo facesse. Ma la verità è che oggi ogni insuccesso viene addebitato alla Meloni. Sostiene: “Anche se aumenta il prezzo della benzina la colpa è della sottoscritta”.

Essere subalterni ad un presidente fuori di testa come Donald Trump: questa è l’accusa maggiore che l’opposizione mette sul tavolo. L’Italia è prona, pronta a baciare la pantofola del tycoon, fa finta di essersene allontanata, ma è una pietosa bugia e i fatti lo dimostrano. Mai una parola definitiva, sempre ambigua, mai chiara. “Lo dica adesso, se ha coraggio”, ripete il leader dei pentastellati. Argomenti che non la toccano. Lei è stata”contro” quando si è parlato di dazi, quando sono stati accusati i soldati italiani, “rei di essere rimasti nelle retrovie in Afghanistan”, quando è stata invaso l’Iran con una guerra che poteva e doveva essere evitata perchè non ha portato a nulla.

L’Europa, l’Occidente non può rimanere fermo, deve darsi la forza per difendersi e per questa ragione dobbiamo essere uniti, rendere i nostri confini più sicuri. L’unità: ecco il sostantivo che la Meloni rivolge a una opposizione che sa dire sempre e soltanto no. Su alcuni punti si potrebbe trovare una convergenza non per favorire il governo di centrodestra, ma per il futuro dell’Italia. Forse un invito che l’opposizione non raccoglie se sono vere, come sono vere, le repliche dei massimi esponenti della minoranza.

In questi quattro anni di governo, molti problemi sono stati affrontati anche se non risolti del tutto: la sanità, il piano delle case popolari, la povertà di alcune fasce della popolazione, la sicurezza, l’immigrazione irregolare. Con dati alla mano, enumera i successi del governo da lei guidato. “Tutte fake news”, replica in coro la minoranza. Risponde la Meloni: “io sono qui, non scappo, continuo a lavorare con i miei ministri mettendo sul piatto della bilancia la responsabilità”.

Elly Schlein è giuliva, si prende gli applausi dei suoi fedelissimi che si sbracciano per stenderle la mano: Giuseppe Conte, dal fondo della sua furbizia, è più cauto: sorride soddisfatto, ma senza esultare. Un deputato che preferisce l’anonimato chiede ad un suo collega che si rifiuta di dare nome e cognome: “Che voto le daresti a queste comunicazioni?” “La risposta spetterà agli italiani il giorno in cui si andrà a votare”. Non ci sono dubbi se sarà il popolo a scegliere, non le segreterie.

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Bruno Tucci