Politica

L’Italia ha bisogno di più sicurezza nelle stazioni, nelle strade, nelle scuole

Il Paese ha bisogno di sicurezza. Presto, senza alcun indugio, anche se qualche iniziativa non piacerà del tutto alla minoranza. Lo chiede in ugual misura la gente da Nord a Sud. Non si può continuare a vivere in città, piccole o grandi che siano, con la paura di tornare a casa tardi la sera perché lavori fino al pomeriggio inoltrato e magari pure oltre. Non si può negare ad una coppia di uscire il sabato sera per andare a mangiare una pizza. È pericoloso servirsi dei mezzi pubblici che hanno fermate lontano dal centro senza il controllo delle forze dell’ordine.

Allora, il grido di non avere troppi indugi si fa forte, diventa una richiesta con cui è d’accordo una gran parte degli italiani, se non tutti. Che fare? Essere inflessibili quando si scopre in flagrante il responsabile del reato. Non si può mandare in galera un individuo che poche ore dopo essere stato arrestato può tranquillamente andare a dormire nel suo letto. È proibito (ecco il verbo) avere la manica larga con manigoldi che il giorno dopo tornano a delinquere tanto non rimarrà in carcere per il tempo che gli toccherebbe stare.

“Bisogna lavorare tutti insieme in una unica direzione”, ha detto Giorgia Meloni nella conferenza stampa dei primi giorni dell’anno. L’hanno accusata di mettere con le spalle al muro quei giudici che ritengono di non dover procedere usando fin troppo la tolleranza. Al contrario, l’opinione pubblica vorrebbe che si lavorasse davvero uniti per ritrovare la tranquillità perduta.

A Roma, in molte zone periferiche, si ha addirittura il timore di andare a fare la spesa in pieno giorno, perché non ci sono carabinieri e poliziotti necessari per controllare una città con milioni di abitanti. È il primo dei problemi che deve prendere il governo anche se in Parlamento dovrà vedersela con una sinistra che in ogni caso va contro qualsiasi decisione che abbia il “bollino” della destra. Così facendo si temporeggia e la malvivenza continua a dilagare nonostante sia indispensabile agire presto e bene.

Esistono alcune priorità che non possono attendere. Ad esempio, quella della manovalanza che infesta autobus tram e metropolitane, perché anche se presa con le mani nella marmellata sa di non dover finire in cella. Solo una ramanzina e la minaccia di andare davvero in carcere solo se recidivi (non sempre, purtroppo). Nasce allora il problema degli stranieri irregolari che arrivano nel nostro Paese senza né arte, né parte, cioè digiuni di qualsiasi esperienza lavorativa. Prima chiedono l’elemosina che non basta a sfamarsi e ad avere un tetto dove passare la notte. Vivono di espedienti che hanno il marchio di essere contro la legge, poi – spesso e volentieri – vengono ingaggiati dalla mala organizzata dove la vita diventa pericolosa però i soldi sono sufficienti (e anche più) per andare avanti. Non è facile espellerli una volta individuati perché gli ostacoli non sono pochi, quando non ci si mettono i giudici: a volte fin troppo buonisti nei confronti di persone che hanno lasciato la loro terra perché pure lì morivano di fame.

Reiterare il reato è una prassi, andare oltre una possibilità, visto che non sono pochi gli illegittimi che affollano le patrie galere. Responsabili di furti, rapine, aggressioni e violenza sessuale. È un insegnamento (una brutta parola) che arriva anche alle seconde generazioni, cioè ai figli di quegli stranieri che da tempo soggiornano qui da noi. Si sentono ghettizzati, forse non ritengono l’Italia il loro paese. In breve, diventano dei soggetti pericolosi con mire che la legge deve punire senza la minima esitazione. A volte sono giovanissimi, ecco affacciarsi il nuovo problema delle baby gang che stanno imperversando e trovano molti proseliti. Minorenni, non hanno la possibilità di comprarsi un’arma, cioè una pistola, ma portano con loro un coltello che può far male anche uccidere come è avvenuto di recente in una scuola di La Spezia. Questioni di gelosia che hanno portato il giovanetto a compiere un delitto che lo terrà in galera per moltissimi anni.

Il fenomeno è di una gravità sconcertante, lo ha riconosciuto la premier pur se in viaggio nel lontano Giappone. “Appena tornerò in Italia ne parlerò subito al primo Consiglio dei ministri perché non si può perdere tempo”. La gente si chiede come possa avvenire tutto questo all’interno di una scuola. L’assassino aveva con sé un coltello con una lama di venti centimetri. Lo ha portato da casa o lo ha potuto acquistare in un negozio? C’è una legge che vieta simili compere? Bisogna essere maggiorenni, d’accordo, ma spesso si riesce a sfuggire a questi ostacoli: prova ne sia che molti dei giovinastri incriminati ne avevano uno nascosto in tasca. Il tutto è successo in una scuola: possibile che non ci sia un controllo, che un insegnante non si accorga di avere come alunno un soggetto consideriamolo pericoloso?  Ed ancora: i genitori debbono essere più rigidi e controllare da vicino chi sono gli amici che frequenta e magari evitare di farlo uscire la sera per tornare quasi sempre a notte inoltrata.

Il ministro Valditara si è voluto subito occupare del misfatto e non è escluso che presto in alcuni istituti sia posto un metal detector, solo in quelli dove maggiore è il pericolo perché la violenza si è mostrata diverse volte in precedenza. L’importante è che avvenga nel più breve tempo possibile con le forze politiche che la pensino tutte nella stessa maniera. È una speranza. Come è una speranza che le autorità elvetiche non siano troppo benevole nei confronti di quella coppia che ha dato la morte a quaranta giovanetti nella notte di Capodanno.

Moglie e marito potranno tornare in libertà (l’uomo in carcere, la donna ai domiciliari) se pagheranno una cauzione di 430 mila franchi svizzeri, cioè 460 mila euro. Provate a dividere questa somma per quaranta (il numero dei ragazzi morti), così ci si potrà rendere conto di quanto vale una vita, Il pm che è arrivato a questa conclusione ha ritenuto la cifra “giusta” perché gli imputati non hanno grandi risorse. Crediamo che anche gli elvetici abbiano bisogno di una riforma della giustizia, cioè a dire di una divisione delle carriere.

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Bruno Tucci