Politica

Lite continua sulla data del voto: intanto l’Istat premia il Mezzogiorno

Quando si parla di politica tutto diventa relativo. Non solo se la polemica verte sulle previsioni, sulle alleanze, sui risultati, sui tradimenti, su improvvisi cambi di casacca, su creazione di movimenti che nessuno si aspettava. Tutto questo sarebbe scontato e quasi prevedibile. La verità va al di là di ipotetici trasformismi o di date che non dovrebbero essere suscettibili di anticipazioni o di rinvii.

Stiamo osservando quel che avviene nel “misterioso” mondo che circonda le stanze del potere. Quando si voterà? Nemmeno su questa circostanza si può dare una risposta ben precisa, diremmo sicura. La scadenza dovrebbe essere quella del mese di settembre del 2027 quando si concluderà il mandato del governo guidato da Giorgia Meloni. Tutto pacifico, allora? Neanche per sogno, tanto è vero che è diventata una vera e propria roulette su cui giocano (scherzando) gli abitanti del Palazzo. Stando così le cose, ogni appuntamento possibile. Ad esempio, qualcuno è sicuro che la consultazione avverrà
prestissimo, C’è bisogno di chiarezza, un sostantivo che è stato quasi cancellato nel vocabolario delle forze politiche. Allora, si prevede una diversa anticipazione, diciamo ad aprile dell’anno prossimo perché
all’opposizione non piacciono tre indicazioni. La prima: quella di mettere nella scheda il nome del candidato premier; la seconda riguarda il premio di maggioranza a quella coalizione che prende il 42
per cento delle preferenze; la terza vuole riesaminare le preferenze che non appaiono sulla nuova legge elettorale in discussione alla Camera e al Senato.

Giorgia Meloni e Elly Schlein (foto Ansa) – Blitz Quotidiano

Le prime due ipotesi sono difese ad oltranza dalla destra, la terza dalla sinistra che ha scatenato un vero e proprio putiferio quando sul tema si sono espressi i vari partiti. Così, il voto delle politiche diventa un rebus. Chi lo vorrebbe subito è il ministro Guido Crosetto, messo all’angolo per i voli dei 500 apparecchi americani partiti dalla base di Sigonella. Si trattava di voli cinetici, cioè di guerra o al contrario quegli apparecchi sono atterrati solo per scopi logistici (come potrebbe essere il cambio del carburante?)

L’europarlamentare Raffaele Fitto non è di questo avviso: ritiene che più si va avanti, più il campo largo si auto logorerà. Dulcis in fundo, il sottosegretario Giovambattista Fazzolari che è propenso a stare in mezzo come la virtù. Si voti ad aprile quando la premier avrà guidato un governo che avrà la supremazia su tutti gli altri, insomma è il più longevo. Ora un dibattito (a volte assai violento) sarebbe comprensibile se a
darsele di santa ragione fossero la destra e la sinistra. Ma quello che più meraviglia è che le  ipotesi di cui abbiamo scritto appartengono a tre esponenti di spicco della maggioranza. Voi capite a questo punto che se una parte dell’opinione pubblica rimane interdetta non bisogna poi puntare il dito contro quelle persone che il giorno delle elezioni preferiscono andare a farsi una gita.

Non crediate che nelle file dell’opposizione la situazione sia più tranquilla: in primo luogo perché ancora non si è scelto il candidato premier che si dovrebbe opporre alla Meloni. Particolare di non poco conto perché se nella nuova legge elettorale si decidesse che questo nome deve apparire in modo obbligatorio sulle schede, per la sinistra sarebbe un bel guaio non essendo ancora stabilito chi sarà il “primus
inter pares”.

Elly Schlein o Giuseppe Conte? Senza dimenticare l’uomo o la donna politica che metta d’accordo chi continua a dividersi facendo un grande favore alla Meloni, a Salvini ed a Taiani, lasciando da parte pure il generale Vannacci. Come andrà a finire? Chi avrà ragione e chi torto? Chi la spunterà anche se il governo ha buone possibilità di far approvare la legge elettorale che gli sta più a cuore?

Mentre nei Palazzi, non c’ è un attimo di tregua, le buone notizie non mancano fortunatamente. Sono dati ufficiali dell’Istat sui quali non si possono nutrire dubbi. Questi ci dicono che la crescita nell’occupazione  nel Mezzogiorno è salita fino a toccare l’1,5 per cento. Uguale al centro e meglio che al Nord, fermo all’1,1 per cento. Se Roma, dunque, ha maggiori attenzione per il Sud, da Napoli a Palermo, passando per Reggio Calabria si risponde con risultati che nessuno si aspettava. Se fosse stato così nei molti anni trascorsi oggi non parleremmo di quel Gap che ancora divide i due tronconi del Paese.

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Bruno Tucci