Medio Oriente ancora in fiamme dopo un mese di guerra aerea: diplomazie al lavoro a Islamabad (Fonte Ansa) - Blitz Quotidiano
Ultime dal Medioriente in fiamme: stop al patriarca Pizzaballa davanti al Santo Sepolcro a Gerusalemme (polemiche internazionali, ira della Meloni, scuse di Netanyau), Houthi in guerra, missili verso Israele, uccisi tre giornalisti in Libano dalla Idf, eliminato uno degli scienziati responsabili del programma nucleare iraniano. Gli Usa trattano con Teheran ma nel frattempo preparano l’invasione dell’Isola iraniana di Kharg, arteria petrolifera che rappresenta uno dei punti più sensibili dell’economia energetica globale. Per capirci: dai terminal della piccola isola (misura appena 20 km quadrati) transita il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane, qualcosa come due milioni di barili al giorno. Kharg è la miniera d’oro degli ayatollah. È il punto di raccolta del greggio proveniente dai principali giacimenti dell’Iran. Kharg island è così diventata uno degli obiettivi militari più importanti. Migliaia di marines già nel Golfo pronti al blitz di terra.
È già trascorso un mese dall’inizio degli attacchi americani e israeliani all’Iran e quella che doveva essere una guerra veloce e facile da vincere si sta trasformando in una gigantesca incognita. L’Iran resiste, è iniziata una dolorosa crisi energetica, Trump ha promosso la più grande presenza militare americana nella regione da tempi dell’invasione in Iraq (2003). È dal 28 febbraio che Usa e Israele bombardano di tutto: infrastrutture iraniane, soprattutto caserme, posti di blocco e basi dei Guardiani della Rivoluzione, della polizia e dei “bassij” (milizia paramilitare volontaria subordinata ai pasdaran). L’intento era di indebolire la repressione del regime degli ayatollah per spingere la popolazione a ribellarsi. Finora non è successo. Anzi, l’Iran ha allargato il conflitto addirittura oltre il Golfo Persico.
A Islamabad non è stata una domenica come le altre. Le diplomazie di quattro Paesi – Pakistan, Egitto, Turchia, Arabia Saudita – si sono riunite con lo scopo di mettere fine alla guerra. Città blindata. Martedì 31 marzo si conoscerà l’esito. Da Washington arrivano continuamente segnali di ottimismo (“tutto finirà nel giro di settimane, non di mesi”). Da Teheran invece no, almeno ufficialmente. Nel frattempo, proseguono i combattimenti. L’Iran in queste ultime ore ha minacciato di colpire le Università USA in Medioriente, Israele anche domenica notte ha martellato il Sud del Libano (almeno 10 morti), gli Houthi hanno sferrato il secondo attacco ad Israele in meno di 24 ore, droni iraniani hanno colpito serbatoi di carburante all’aeroporto internazionale del Kuwait. L’escalation continua.
Domenica all’Angelus, da una piazza San Pietro abbellita di palme, papa Leone è parso più preoccupato del solito e ha supplicato “il Principe della pace affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace”. Ha ripetuto la supplica che sabato aveva scosso Montecarlo nel corso della sua visita lampo nel Principato di Monaco.