"Modello Albania nei Paesi africani": migranti, cosa chiederà l'Italia al Consiglio Europeo (foto Ansa) - Blitz Quotidiano
L’Italia, con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, porterà al tavolo del Consiglio europeo convocato per oggi, martedì 4 agosto, la proposta di creare nuovi hub per il rimpatrio di migranti irregolari “modello Albania”, ma finanziati con fondi europei e localizzati quasi tutti in Africa.
L’anticipazione è stata fornita dal Corriere della Sera, Repubblica e Stampa ed è stata confermata da fonti di Governo. Ci sarebbe già una lista preliminare di Paesi che potrebbero essere coinvolti come “Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Montenegro ed Etiopia”. L’altra richiesta italiana al tavolo dovrebbe essere l’attuazione stringente del programma “Gsp+”, approvato quest’anno e in vigore dal primo gennaio del 2027, sistema che lega i vantaggi daziari per i Paesi in via di sviluppo all’effettiva collaborazione nel riammettere i propri cittadini che soggiornano illegalmente nell’Ue.
L’idea di espandere il “modello Albania” a livello europeo, con nuovi hub per il rimpatrio dei migranti clandestini in Paesi terzi sicuri finanziati con fondi comunitari, era stata già avanzata a fine giugno dalla premier Giorgia Meloni dopo l’approvazione del regolamento rimpatri. Si tratta di un modello che però nasconde anche delle insidie e che, come scriveva Repubblica ieri, in casi come quelli del Ruanda e dell’Albania è stato un fallimento. Ad aver dato un’accellerazione è stata la crisi di Ceuta. Non a caso il Consiglio straordinario europeo dei ministri degli Interni è stato convocato prorpio dopo l’emergenza nell’enclave spagnola.
Tra i papabili, in particolare, potrebbero esserci l’Uganda – su cui Germania, Austria e Olanda hanno già manifestato interesse – e il Montenegro con cui in passato i danesi avevano avuto contatti. Resta in ogni caso il nodo dei fondi. Da Bruxelles hanno fatto sapere che la Commissione “è pronta a valutare proposte compiute, basate sulla cooperazione strategica”.
Per quanto riguarda l’Italia si punta intanto a far entrare a pieno regime il centro in Albania entro fine anno. A parlarne è stato nelle scorse settimane proprio il ministro Piantedosi spiegando che l’obiettivo è “di riutilizzarlo nella piena espansione della sua funzionalità entro la fine dell’anno, ma anche prima se si risolvono i problemi e le vicende giudiziarie”. La struttura di Gjader è quindi destinata a “riprendere la sua originaria concezione o comunque l’utilità che può avere secondo anche quelli che sono i nuovi regolamenti europei” ha aggiunto il titolare del Viminale spiegando che questo avverrà quando si sarà “completato un passaggio, anche giurisdizionale”.
Il piano per i centri in Albania è rimasto per ora un progetto incompiuto. Le previsioni iniziali erano alte con 3mila persone al mese da detenere, con un turnover molto accentuato, fino ad un massimo di 36mila persone l’anno. L’obiettivo era applicare le procedure accelerate di frontiera per l’esame delle domande di asilo ma da aprile dello scorso anno funziona solo come Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Da allora sono transitati alcune centinaia di migranti e anche i rimpatri sono stati limitati. Nel sito sono state allestite tre differenti strutture: quella più grande è un centro per richiedenti asilo da 880 posti, poi un Cpr da 144 ed un penitenziario da 20.
Un hotspot è stato realizzato nel porto di Schengjin. Lì – a bordo di una nave militare italiana – dovevano arrivare i migranti intercettati nel Mediterraneo centrale. Ma i vari trattenimenti non sono stati convalidati dai giudici.