Lo scrittore statunitense Jonathan Safran Foer (Foto Ansa)
“I bombardamenti in Libano sono orrendi e mettono a durissima prova una pace già molto fragile. È molto difficile giustificare simili azioni di Israele come ‘autodifesa’”. Queste le parole dello scrittore statunitense Jonathan Safran Foer in una intervista a Repubblica.
“Bisogna distinguere Israele – prosegue -, che non ha una sola volontà come Paese, e il governo di Benjamin Netanyahu. La logica politica del premier e del suo esecutivo tende più alla guerra che alla pace. Perché la guerra semplifica, la pace complica. La guerra unisce i cittadini impauriti, la pace invece impone concessioni, responsabilità e immaginazione. Certo, Israele deve affrontare molte minacce, da Hezbollah all’Iran. Ma un governo non è serio se si dimostra disinteressato alla de-escalation”.
Da ebreo, crede che l’operato del primo ministro stia danneggiando la reputazione e la causa storica di Israele? “Sì – afferma ancora lo scrittore statunitense -. Credo che i danni siano reali, profondi e ormai sopravviveranno anche al premier. Netanyahu ha provocato danni enormi perché a molti ora Israele sembra meno a un rifugio di democrazia e più a uno Stato segnato dalla guerra permanente e dall’uso massiccio della forza”. Quali possono essere le conseguenze a lungo termine? “Gravissime – aggiunge ancora Foer -: isolamento diplomatico, una perdita generazionale di empatia per Israele, un’ulteriore rottura morale con la diaspora degli ebrei e lo svuotamento del significato fondante di Israele basato su sicurezza, legittimità e reciproco rispetto democratico”.
“Netanyahu – va avanti – si giova di un presidente americano massimalista e prono al concetto che la forza segni la storia. Allo stesso modo, Trump beneficia di simili alleanze che giustificano l’uso della forza. Il rischio più grande è una radicalizzazione reciproca, in cui l’uno giustifica i peggiori istinti dell’altro”. “Il mondo – aggiunge – può sopravvivere a molte cose, ma non alla normalizzazione dell’impulsività nell’era nucleare. Quando minacce apocalittiche diventano linguaggio pubblico e la coercizione diventa stile di governo, il danno non è solo diplomatico. È di civiltà” conclude Foer.