Il magistrato Nino Di Matteo (Foto Ansa)
Scontro sulla riforma della magistratura tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il magistrato Nino Di Matteo, chiamato in causa ieri dal Guardasigilli.
A innescare il confronto sono state le parole di Nordio in un’intervista al Mattino di Padova, dove ha descritto all’interno del Csm “una consorteria autoreferenziale che solo il sorteggio può eliminare”.
“I magistrati nella loro maggioranza – ha affermato il Guardasigilli – non sono ideologizzati: sono le correnti ad essere strumenti di potere e carriera”. E ancora: “I magistrati iscritti all’Anm sono il 97%: una percentuale bulgara. Perché? Perché se non ti iscrivi non fai carriera, se vuoi avanzare devi aderire. E quando si elegge il Csm, iniziano le telefonate. E quando un magistrato va davanti alla sezione disciplinare, può trovare chi gli ha chiesto il voto viceversa. Se non ha un ‘padrino’ è finito, morto”. Il sorteggio, secondo il ministro, romperebbe questo meccanismo “para-mafioso”, un “verminaio correntizio”, “un mercato delle vacche”.
Le reazioni e le polemiche non si sono fatte attendere. E Nordio sempre ieri ha quindi replicato alle critiche: “Non capisco tanta indignazione scomposta alle mie dichiarazioni sulle correnti del CSM. Io mi sono limitato a citare le affermazioni di Nino Di Matteo, un noto pm preso a modello dal Pd e dalla sinistra, riportate dal Fatto quotidiano e da altri giornali, quindi fonti non particolarmente vicine a noi, nel settembre 2019. Di Matteo parlò di ‘mentalità e metodo mafioso’. Altri esponenti del ‘partito del No’ si sono espressi, a suo tempo, in modo anche più brutale. Ne faremo un elenco e lo pubblicheremo”.
Oggi la presa di posizione dello stesso Di Matteo: “A coloro i quali, in queste ore, cercano di strumentalizzare il mio pensiero, voglio precisare che, proprio perché ho sempre contrastato la degenerazione del sistema di autogoverno per le improprie ingerenze di correnti e cordate, oggi ho le mani ancora più libere nel denunciare che questa riforma costituzionale, invece di risolvere il problema, finisce per aggravarlo, accentuando il rischio di un, sempre più stringente, controllo politico sul Csm e sull’intera magistratura. Con grave rischio per la tutela delle garanzie e dei diritti di ogni cittadino”.