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Perché gli Houthi hanno attaccato lo scalo di Riad in Arabia Saudita: i legami con l’Iran, la questione yemenita

L’offensiva degli Houthi contro l’Arabia Saudita non si ferma. Dopo la strage di sabato allo scalo di Riad che ha causato 12 morti e  almeno trecento feriti, i ribelli dello Yemen sono tornati a colpire domenica l’aeroporto King Khalid International infiammando la tensione in Medio Oriente e scatenando la condanna internazionale. La coalizione a guida saudita che combatte in Yemen ha definito l’attacco un “vero e proprio crimine di guerra”. Il maggiore generale Turki al-Malki è il portavoce di questa coalizione. Dopo gli attacchi ha affermato che lui e i suoi uomini sono ora pronti a rispondere “con decisione a questo attacco terroristico in conformità con il diritto internazionale umanitario consuetudinario”.

Gli Stati Uniti restano invece alla finestra almeno per ora. Donald Trump ha definito l’attacco “inaccettabile” e non ha escluso che Washington possa scendere in campo a fianco dell’Arabia Saudita. “Decideremo”, ha detto il presidente. La presenza americana nell’area è robusta vista la guerra in Iran e gli Stati Uniti, se decidessero, potrebbe intervenire in tempi rapidi.

Resta da vedere se il commander-in-chief sia pronto ad agire e aprire un nuovo fronte prima delle elezioni di metà mandato, con l’opinione pubblica americana già contraria alla guerra in Iran e a un eccessivo coinvolgimento statunitense in Medio Oriente. Trump ha assicurato che non ci saranno raid contro Teheran prima delle Midterm, ma questo non preclude un affiancamento all’Arabia Saudita contro i ribelli dello Yemen che hanno rivendicato gli attacchi con missili balistici, missili da crociera e droni allo scalo di Riad, a quello di Damman e a due impianti energetici di Aramco. I raid “devono fermarsi”, ha intimato il segretario di Stato Marco Rubio confermando che fra le 12 vittime di sabato all’aeroporto c’è anche un americano.

Perché gli Houthi attaccano l’Arabia Saudita

Gli Houthi vengono spesso definiti come un’altra pedina iraniana da affiancare a gruppi quali gli hezobollah libanesi. In realtà, pur essendo alleati con Teheran, possiedono un’agenda politica e territoriale propria. Il loro movimento è allo stesso tempo politico, religioso e militare ed è noto come Ansar Allah. Il nome Houthi deriva da quello della famiglia che ne ha guidato l’ascesa. Nato nello Yemen settentrionale, il gruppo affonda le proprie radici nello zaidismo, una corrente dell’islam sciita (lo stesso dell’Iran) radicata nelle regioni montuose al confine con l’Arabia Saudita.

La sua storia non può essere però ridotta ad una competizione confessionale tra sciiti e sunniti. Gli Houthi si sono affermati come movimento di opposizione al potere centrale yemenita denunciando l’emarginazione politica ed economica delle regioni settentrionali e la crescente influenza straniera sul Paese. Nel corso degli anni Duemila, la contrapposizione con il governo di Sanaa si è trasformata in una serie di attacchi che ha portato alla progressiva militarizzazione del movimento.

Con la Primavera araba del 2011 le istituzioni dello Yemen, il Paese più povero del Medio Oriente, si sono fortemente indebolite. Gli Houthi ne hanno approfittato e nel 2014 hanno conquistato la capitale Sanaa estendendo progressivamente il proprio controllo su ampie porzioni del territorio nazionale. Questa crisi infinita ha portato all’intervento, l’anno successivo, dell’Arabia Saudita che si è messa alla guida di una coalizione militare araba per sostenere il governo internazionalmente riconosciuto e contrastare l’avanzata dei ribelli. La situazione ha portato anche ad una grande crisi  umanitaria con oltre 22 milioni di persone, circa la metà della popolazione totale tra cui 12 milioni di bambini, che necessitano di assistenza umanitaria e protezione.

Come detto, gli Houthi non sono un’estensione dei Pasdaran iraniani come spesso si crede. Il gruppo conserva un’autonomia strategica e punta agli equilibri interni dello Yemen. A causa della sua appartenenza religiosa, non è direttamente subordinato all’autorità suprema iraniana. L’appoggio di Teheran resta ovviamente fondamentale, ma si affianca agli interessi specifici del gruppo che, pur essendo piccolo come dimensione, è in grado di usare missili balistici e droni in grado di colpire infrastrutture militari e petrolifere, aeroporti ed obbiettivi strategici sia dell’Arabia Saudita sia degli Emirati.

A rischio a Riad la Future Investment Initiative

Nell’ultima settimana gli Houthi hanno aumentato la pressione su Riad con una serie di bombardamenti che rischiano ora di minacciare gli importanti appuntamenti previsti a breve a Riad. Nelle prossime settimane è infatti in calendario la Future Investment Initiative, il maggiore appuntamento del paese per gli investitori al quale sono attesi big della finanza da tutto il mondo, inclusi molti americani. “Ci saranno significative misure di sicurezza”, hanno precisato gli organizzatori di quella che è salita alle cronache come la Davos nel deserto, assicurando che l’evento di svolgerà come previsto.

Si rischia l’allargamento del conflitto in Medio Oriente

La strage di sabato all’aeroporto rischi di allargare il conflitto in Medio Oriente, come ha ammonito anche l’Onu. “Condanno con fermezza gli attacchi degli Houthi che hanno colpito l’aeroporto di Riad. Sono vicina all’Arabia Saudita e alle famiglie delle vittime e auguro ai feriti pronta guarigione. Gli attacchi contro i civili e le infrastrutture civili sono inaccettabili e devono cessare”, ha detto la premier Giorgia Meloni dopo il sanguinoso attacco di sabato. Sulla stessa linea la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che ha messo in guardia sulla “pericolosa escalation” che sta “spingendo la regione in una spirale di violenza”. Dure condanne sono arrivate anche da Londra e Berlino. Il ministro degli esteri tedesco Johann Wadephul ha definito il raid un “atto terroristico”, mentre il suo omologo britannico Wes Streeting ha parlato di “un’azione assolutamente deplorevole”. Il ministero degli esteri russo ha esortato a risolvere le ostilità tramite la diplomazia, mentre il Pakistan ha definito l’attacco “un atto di terrorismo efferato” e “una grave minaccia alla pace e alla sicurezza regionali”.

Published by
Lorenzo Briotti