Cronaca

Milano, Roma e le altre città nel caos: la protesta diventa guerriglia

Ecco l’Italia di cui non vorremmo mai né parlare, né scrivere. Grandi città messe a ferro e a fuoco. Scontri violenti con la polizia, sassaiole, strade interrotte, agenti feriti, candelotti lacrimogeni, incendi, macchine bruciate. Un inferno.

Sabato, piazza Duomo a Milano diventa un vero e proprio campo di battaglia fino a notte inoltrata. Domenica sono le strade dello shopping ad essere prese d’assalto da questa banda di teppisti, molti dei quali minorenni, figli di seconda generazione, cioè di stranieri.

Vetrine infrante, saccheggi, un mordi e fuggi che si ripete diverse volte. Insieme con Milano marce e violenze anche a Roma, Torino, Firenze, Bologna. Sassaiole, scontri con la polizia, lanci di pietre, candelotti lacrimogeni, idranti.

Dove vuole arrivare questa protesta? Doveva essere una pacifica ribellione degli studenti e delle scuole dimenticate dalla politica. Si è trasformata in una guerriglia che ha pochi precedenti. Infatti, dei veri giovani che volevano difendere i loro diritti ne sono rimasti pochi dinanzi alla violenza inscenata dai soliti noti.

Si va ad un corteo solo per difendere ciò che ci spetta e ci si ritrova in mezzo ad una guerriglia dove la fanno da padroni i soliti incappucciati, armati sino ai denti ed organizzati già molto prima che iniziassero le marce.

Allora, non sono gli studenti a voler mostrare le deficienze che non si possono negare, ma è la solita teppaglia che si insinua nelle piazze per infiammare una situazione difficile e preoccupante. Sono i fautori del tanto peggio, tanto meglio che abbiamo imparato a conoscere fin dai tempi del terrorismo.

Noi con i capelli bianchi li ricordiamo perfettamente e ci eravamo illusi che fossero scomparsi.

Invece, eccoli di nuovo a sconvolgere manifestazioni che potrebbero avere l’impronta della democrazia, cioè di una impronta che nessuno nega. Palazzo Chigi non è contro chi manifesta in maniera democratica.

Giorgia Meloni, dinanzi a tanto sfascio, sostiene che è ora di finirla con queste aggressioni che non hanno nulla di civile. Non si può negare, però, che una certa parte della politica non sia con questi teppisti.

Ignora le devastazioni, non ne parla a muso duro, dice si che è contro la violenza e poi?

In piazza del Popolo a Roma, un sindacalista di razza, Maurizio Landini, lancia una sfida che ha un solo scopo, quello di colpire il governo. Allora, invece che placare gli animi e trovare una soluzione che non sia violenta, incita la folla, afferma che non si può andare avanti così e promette uno sciopero generale per il 20 novembre. A chi giova se non a coloro che sperano di entrare nei Palazzi se al governo dovesse esserci un cambio della guardia?

Erano settimane che il segretario della Cgil non faceva sentire una voce così forte. Sperava in cuor che dopo aver lasciato la segreteria della Cgil, il Pd volesse riconoscergli un ruolo di primaria importanza. Non un ingresso secondario, ma dalla porta principale dei Palazzi che contano. Deve essersi accorto che i posti sono tutti occupati, che le poltrone di prestigio hanno già i loro inquilini. Quindi?

Si torna in tribuna, nelle piazze, per ricordare che la Cgil è ancora forte, che il sindacato deve avere la sua parte in queste circostanze. D’altronde, non è Maurizio Landini l’uomo che invocava la rivolta sociale? Non lo abbiamo messo in un cantuccio quel particolare che faceva rabbrividire chi crede nei princìpi della democrazia.

Rispondono gli oltranzisti della sinistra, quelli che non aprono bocca quando le città vengono travolte dal teppismo: “La manovra che sta preparando questa destra fa schifo” (lo ricorda anche un giornale con un titolo a caratteri cubitali).

Sono cinque i traguardi che l’opposizione dell’ultra sinistra vuole raggiungere: lavoro, pace, welfare, ambiente e Costituzione.

D’accordo, ma perchè gridare se la manovra non è stata ancora scritta e può essere modificata prima di essere approvata?

La verità è un’altra: il giorno delle elezioni non è lontano anche se mancano diversi mesi. Ognuno cerca di farsi largo e di apparire per non essere dimenticato. Gli esempi sono tanti, il più emblematico è quello dell’onnipresente (in specie nei talk show che guardano solo da una parte) Matteo Renzi che ha una gran paura di finire all’angolo anche se da quattro anni non fa che prendersela con la Meloni anche quando il governo vince certe battaglie come quella delle bollette, il cui prezzo diminuirà assai presto del 25 per cento.

Dalla sinistra, soprattutto dai vertici del Pd e dei 5Stelle, si sarebbero dovute spendere parole di assoluta critica nei confronti di quanto è accaduto negli ultimi due giorni. Invece silenzio o quasi. Solo qualche dichiarazione di circostanza che non accusa i protagonisti di tanto scempio. Lo si può capire: sono troppo impegnati per il duello fra la Schlein e Conte a proposito delle primarie. Anche perchè si affaccia sempre più all’orizzonte un terzo incomodo che potrebbe far saltare ogni previsione. Chiederlo a Silvia Salis se non è così.

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Bruno Tucci