Stretto di Hormuz, Trump è rimasto col cerino in mano. Perché nessuno può e vuole aiutarlo (nemmeno Meloni) (foto Ansa-Blitzquotidiano)
A proposito della crisi nello Stretto di Hormuz e della guerra all’Iran perseguita unilateralmente da Usa e Israele, l’ex premier Paolo Gentiloni circoscrive con chiarezza il perimetro della discussione, sul fatto cioè che l’Italia possa o debba essere in qualche modo coinvolta.
“Trovo sorprendente” che la premier Giorgia Meloni “ci abbia messo dieci giorni a dire l’ovvio che i principali leader europei hanno detto subito: si tratta di una operazione fuori dalla legalità internazionale”.
Nell’intervista a La Stampa l’ex commissario Ue non può non rilevare che l’operazione in Iran “sia partita senza nemmeno informare gli alleati”. Il che avrebbe dovuto indurre il governo “a prendere rapidamente le distanze”.
L’ovvio dei popoli, con una battuta. Ma riguarda anche Salvini. Meno strano di quanto si possa pensare, il vicepremier la pensa in maniera coincidente.
“Trump chiede aiuto sullo stretto di Hormuz? E’ giusto fare gli interessi nazionali. Trump ci ha coinvolto quando è stato attaccato l’Iran? No, non mi sembra, ci ha avvisato a cose fatte. Spero che Usa e Israele, quando hanno scatenato” questo conflitto “hanno esaminato tutto”.
A parte i congiuntivi, posizioni che si sovrappongono perfettamente. E del resto, per una volta anche tutti i paesi europei più la Gran Bretagna, a dispetto delle pressioni di Trump (dalle preghiere alle minacce), sono compatti nel rifiutare qualsivoglia forma di aiuto.
Anche quando il presidente americano chiama in causa pretestuosamente a Nato (il cancelliere tedesco gli ha fatto notare che la nato è un’alleanza difensiva, non interventista).
Motivo per cui Trump sta pensando a una riedizione del fantomatico Board come quello organizzato per Gaza. “Non abbiamo bisogno di nessuno”, ha detto ieri sempre più frustrato e sempre più solo.
Le opzioni a sua disposizione per mettere in sicurezza Hormuz e garantire il flusso di petrolio sono rischiose e costose, così come quelle su come procedere con l’operazione contro l’Iran.
L’appoggio degli alleati per mettere in piedi una coalizione di navi che proteggano lo Stretto e il suo transito di container, cruciale per il commercio mondiale, non è arrivato e non arriverà.
The Donald non sembra intenzionato però a darsi per vinto ed è pronto a giocare la carta di un cartello di amici – “almeno 7 Paesi sono pronti”, ha detto – per centrare l’obiettivo.
A parte il fatto che le opinioni pubbliche europee sono compattamente contrarie a qualsiasi forma di coinvolgimento in una guerra che non capiscono, Trump sconta il fatto di non aver avvertito nessuno, senza indicare obiettivi, scadenze, strategia complessiva per almeno immaginare un dopo, sempre che un piano ce l’abbia.
A conferma del solipsismo decisionale del presidente, l’iniziativa dell’inviato statunitense Steve Witkoff che ha in programma di informare un piccolo gruppo bipartisan di senatori americani sulla guerra in Iran in un incontro riservato nel pomeriggio di oggi.
Lo anticipa Axios, citando tre fonti a conoscenza della vicenda. I senatori vogliono informazioni sulle prossime mosse del presidente Trump, sulle prospettive di una soluzione diplomatica e sulle opzioni per la riapertura dello Stretto di Hormuz. C’è anche un forte interesse per i dettagli su eventuali canali di comunicazione tra l’amministrazione Usa e i funzionari iraniani. Finora il Congresso, così come gli alleati storici, ne sono stati tenuti all’oscuro.