“Trump razzista, incompetente e traditore”. Bruce Springsteen, l’unico a suonarle all’aspirante dittatore

“Razzista, incompetente e traditore”, così ormai nei suoi concerti, sempre sold out in patria, Bruce Springsteen descrive il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Prima che i fedeli compagni della E-Street Band attacchino frontalmente con le prime note di “War”, vecchio successo soul di Edwin Starr (dove alla domanda “war is good for?” segue la risposta, definitiva, “absolutely nothing”).

“War is good for?”: “Absolutely nothing”

Così è andata anche ieri dal palco dello stadio del baseball di Washington davanti a migliaia di spettatosi adoranti. Il Boss non si smentisce, del resto la sua è l’unica vera voce a levarsi contro l’aspirante dittatore col ciuffo a banana.

“Trump razzista, incompetente e traditore”. Bruce Springsteen, l’unico a suonarle all’aspirante dittatore (foto Ansa-Blitzquotidiano)

Il Boss, a 76anni, è tornato sulle barricate. Anche Trump lo sa, sa che Sprongsteen può dire quello che vuole, lui sì che è un’autentica icona americana, il vero Boss.

Trump lo soffre, ma più che dargli pateticamente del “looser” (perdente), non può. Può al massimo apostrofarlo come “privo di talento” (e ci vuole un bel coraggio), perché la voce del Boss non la si può spegnere schiacciando  su un interruttore.

Per la precisione, tra varie altre amenità della logorrea social del presidente su Truth, scrisse: “Non mi è mai piaciuto, non mi è mai piaciuta la sua musica, né la sua politica di sinistra radicale e, soprattutto, non è un uomo di talento, è solo uno str**zo invadente e odioso”.  Peggio di “prugna secca”, ma insomma questo è il repertorio che raccoglie le alate argomentazioni del presidente.

Da più di un anno ormai Springsteen è entrato in guerra permanente contro Trump in nome proprio di quella “deep America” che si vuole irregimentare a forza tra le fila dei supporter MAGA.

“Streets of Minneapolis –  dove si citano per nome le vittime della follia securitaria impersonata dagli sgherri anti-inmmigrazione – è diventato un inno di resistenza.

Iniziò l’anno scorso da un palco a Manchester, in quell’Europa vilmente abbandonata da Trump: “La mia patria, l’America che amo, l’America di cui ho scritto, e che è stata un faro di speranza e libertà per 250 anni, è attualmente nelle mani di un’amministrazione corrotta, incompetente e traditrice”.

Il tasto sul quale batte il Boss è sempre lo stesso: “Razzista, incompetente e traditore”.

 

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Amedeo Vinciguerra